Sul film “Comandante”: un esempio di subalternità culturale

Di Laura Baldelli, docente di Storia e Letteratura, studiosa di storia del cinema; del Movimento per la Rinascita Comunista

Già dalla prima video-clip uscita il 25 luglio, il nuovo film di Edoardo De Angelis, “Comandante”, è stato al centro di un vivace dibattito; poi il 30 agosto ha addirittura inaugurato la 80 esima Mostra Internazionale del Cinema a Venezia e solo dal 31 ottobre è arrivato nella sale italiane.

Hanno motivato il regista a girare il film, le parole dell’ammiraglio Giovanni Pettorino in occasione dei 153 anni della nostra Guardia Costiera nel 2018, quando ricordò Salvatore Todaro, fascista convinto, che scelse le leggi del soccorso in mare, anche in tempo di guerra, venendo meno agli ordini del governo Mussolini, proprio per ricordarlo all’esecutivo del governo italiano con Matteo Salvini ministro degli interni, che fermò le navi ONG cariche di migranti. L’episodio storico si riferisce a ciò che accadde il 16 ottobre in Atlantico quando il mercantile belga Kabalo, pur appartenendo ad un paese ancora neutrale, attaccò il sommergibile Cappellini. Il mercantile trasportava armi per gli Inglesi e nella battaglia navale il sommergibile italiano ebbe la meglio e il comandante Todaro soccorse i 26 naufraghi, esponendosi per tre giorni agli attacchi aerei nemici, navigando in superficie, fino allo sbarco alle Azzorre. A supportare questo progetto con la sceneggiatura, lo scrittore Sandro Veronesi, che ha partecipato alla sceneggiatura e che ha poi novellizzato in un romanzo uscito a gennaio. 

Ma il film non è solo un monito ai governi affinché lavorino per soluzioni umanitarie con i migranti del Mediterraneo, per i quali occorre un’analisi ben più profonda, ma è anche un’opportunistica operazione commerciale, funzionale al primo governo del nuovo fascismo, servo della finanza e degli USA.

Ma il film non va liquidato così come un banale, quanto irritante ultimo film di Veltroni, o il vuoto ripetitivo recente Nanni Moretti…merita invece più attenzione.

Il film ha avuto un budget di quasi 15 milioni di euro, anche con il contributo di Rai Cinema, ha avuto sostegno e consulenza tecnico-storica dalla Marina Militare per la ricostruzione a grandezza reale del sommergibile Cappellini della Regia Marina Italiana ad opera di Fincantieri direttamente nel porto di Taranto, dove si sono svolte le riprese esterne; lo scenografo Carmine Guarino ha lavorato con l’ingegnere Nicola Ferrari, mentre gli interni sono stati realizzati da Cinecittà World e gli effetti visivi hanno avuto la supervisione di Kevin Tod Haug, un’autorità nel settore.

Inoltre il regista per ricostruire la vicenda ha scelto due modalità di rappresentazione: se gli esterni sono da film kolossal bellico, le scene negli interni dei claustrofobici ambienti del sommergibile, sono pensate come una regia da palcoscenico teatrale; probabilmente la più adatta per rappresentare quella che fu la tragica farsa teatrale della retorica dei dis-valori del fascismo. Il film tenta anche la via della sobrietà del dramma da bravi ed esperti mestieranti, con la recitazione pulita e misurata di un composto Favino-Todaro, imprigionato in un busto, con la buona tecnica cinematografica padroneggiata da De Angelis, nel raccontare quegli inutili sacrifici in nome di ideali di morte, cercando di trasformarli in atti di eroismo di bravi uomini e soldati, omettendo tutto quello che fu il contesto storico in cui l’Italia fu alleata dei nazisti. Ricordiamo le parole di Primo Levi che affermò: “Il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia”.

Pierfrancesco Favino, ormai specializzato in personaggi storici e giochi linguistici, ci restituisce un Todaro dandy dannunziano, soldato sprezzante del pericolo senza esibizionismi, esteta esoterico tra arti e filosofie orientali e divinazioni mitologiche, avvezzo al dolore, tanto che dice: “il fascismo è dolore” con orgoglio da volontà di potenza nietzschiana, ma è soprattutto un fanatico della morte come tutti quelli della X Mas. Favino è credibile a tal punto che difficilmente si scrollerà di dosso questo personaggio, perché la destra ne farà un mito.

Todaro-Favino è “un militare che affonda il ferro, ma salva l’uomo”, ma non è un eroe, i suoi non sono valori giusti, quello non fu senso patriottico, anche se tutto il film lo sbandiera, mistificando un atto di umanità a copertura di sacrifici inutili per una guerra sbagliata, per un duce sbagliato, che portò dittatura, razzismo, ignoranza, miseria e morte. Eroi furono invece i 12 professori delle università italiane, che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, ben consapevoli che avrebbero perso cattedra e stipendio; ma anche i tanti coraggiosi Italiani, meno famosi, che nessuno ricorda perché gente comune. 

Il soccorso di Todaro non rappresenta l’identità fondante del popolo italiano, come viene sbandierato: è un episodio di umanità in una vita tutta dalla parte sbagliata, fatta di subalternità culturale. Questo film rafforza il tentativo di assolvere il popolo fascista, mentre tanti episodi storici ci dimostrano che gli Italiani fascisti non furono “brava gente”, né il fascismo fu “una parentesi”, come affermò Benedetto Croce. “Un mito duro a morire” come ci ricorda lo storico Angelo del Boca che nei suoi testi sulle guerre coloniali in Libia ci racconta tutta un’altra Storia, fatta di massacri e deportazioni.

Il film, seppur dotato della buona fotografia di Ferran Paredes Rubio, così il montaggio di Lorenzo Peluso, purtroppo per ruffianarsi il pubblico, saccheggia il grande cinema con citazioni buttate lì, da film di maniera, che imitano, non evocano, “Portiere di notte”, infarcito però dal sentimento di riscatto del libro “Cuore”, e così la vita da ciurma ispirata da “Master and commander”, mescolata al macismo-omo di “Querelle de Brest”, alternate ad atmosfere da realismo magico. Ma l’aspetto più imbarazzante nel tentativo di ammaliare il pubblico è rappresentato dalla musica con le canzoni “Un’ora sola ti vorrei” e “Il soldato innamorato”, portando all’apice lo spettatore che vuole solo consumare emozioni senza neanche riflettere, perché questo è il nuovo pubblico che va al cinema.

Un film funzionale a Ignazio La Russa, prototipo del fascista impunito ed imperterrito, tanto glielo hanno lasciato fare in nome della democrazia; invece fu solo codardia che evitò di fare i conti con il nostro passato. 

Un film che fa finta di condannare la guerra, mentre invece propone un eroismo altro, che in una società già devastata, che ha elevato a novelli eroi, sportivi in cerca di gloria e denari e dove la gente comune si cimenta in sport ad alto rischio in cerca di adrenalina, come se per sentirci vivi si debba sfiorare la morte, dominata da influencer macabro-esteti e personaggi plastificati delle trasmissioni di Maria De Filippi … e così Todaro, con il suo pathos da kolossal, sembra un gigante, un eroe romantico-decadente, votato alla morte! Soprattutto è un film che ci racconta l’amore per la guerra, in un contesto di guerre vicino casa, dove l’Italia è schierata dalla parte sbagliata, sottraendo risorse vitali al popolo italiano per inviare armi all’Ucraina; e tutto questo è indice di subalternità culturale; quelli che dovrebbero essere i creativi costruttori di cultura, sono invece dominati da un’egemonia ideologica, che ha perso la chiave di lettura antifascista. Infatti si è applaudito agli “antifascisti di ricorrenza” Veltroni e Moretti, mistificatori della Storia con le loro ruffiane commedie all’italiana da “borghesi ridens”.

Sembra che “il serio” si possa sdoganare solo se raccontato ridendo, perché tutto è trasformato in spettacolo, anzi avanspettacolo e Striscia la notizia docet.

Concludo citando Tomaso Montanari: “Da un cinema autonomo, libero, culturalmente solido mi aspetterei oggi, film su Matteotti, i Rosselli, Emilio Lussu, la Resistenza delle donne…non su un buon fascista!”

Non ci attendono brutti tempi…ci siamo già!

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