Andiamo a difendere il Mar Rosso

di Orazio Di Mauro

Gli USA e i loro alleati, compresa l’Italia, vanno a difendere il commercio internazionale nel Mar Rosso.

Gli Houthi sono un gruppo armato formato da pastori, che vivono nel territorio di quello che più o meno nel secolo scorso era lo Yemen del nord; sono per lo più sciiti, anche se fra di loro si possono trovare dei sunniti. La loro fama di coraggiosi e tenaci guerrieri se la sono conquistata nella guerra civile yemenita del 2015-2020, dove hanno inferto duri colpi al corpo di spedizione saudita. L’episodio più importante della guerra è stata la vittoriosa difesa del porto di Hodeida, nel corso del quale gli Houthi hanno costretto le forze saudite a ritirarsi dalla città a causa dell’affondamento di navi da guerra di queste ultime.

La cosa più sbalorditiva è consistita in una serie di efficacissimi attacchi missilistici agli impianti petroliferi sauditi a Gedda: in quell’occasione gli Houthi lanciarono missili subsonici che bucarono le difese saudite. Missili prodotti da loro stessi, non forniti dall’Iran, come invece hanno sostenuto i sauditi e gli Usa. 

Agli Stati Uniti, volti a coinvolgere in guerra l’Iran con la speranza, per nulla segreta, di avere il pretesto per bombardarlo e causare la fine del regime degli Ayatollah, tale accusa è necessaria. Ma i ribelli di Ansarullah (il nome del partito degli Houthi) hanno costruito la loro forza missilistica grazie al lavoro di parecchi superstiti del programma balistico iracheno dopo il 2003, anno della seconda guerra del golfo. Uno dei due missili lanciati dagli Houthi è il Qaher-M2, derivato da un S-75 ex sovietico trasformato in SSM, secondo le specifiche originariamente stilate dagli ingegneri iracheni ai tempi dell’ultimo Saddam Hussein. 

Tale abilità e la caparbia forza di volontà degli Houthi di battersi contro l’aggressione sionista a Gaza hanno provocato gli attacchi houthi alle navi occidentali, transitanti nel Mar Rosso, prima quelle di proprietà israeliana e poi quelle occidentali in generale. I successi degli attacchi missilistici e gli assalti con commandos ben addestrati hanno consigliato le compagnie di navigazione mondiale di circumnavigare l‘Africa, evitando di passare per il canale di Suez, con un aggravio di costi per il trasporto delle merci del 14% nel migliore dei casi. 

Bisogna riconoscere che lo Yemen con la sua tenacia e la sua audacia nell’attaccare le navi, che tentavano di trasportare container e carburante in Israele, si è guadagnato l’ammirazione dei paesi non filo-occidentali. L’Occidente considera, invece, queste azioni una violazione del diritto internazionale e si prepara ad intervenire. Tuttavia, questa giustificazione non dà agli Usa e ai suoi alleati la certezza di sconfiggere gli Houthi. 

La grande potenza in declino è riuscita a mettere assieme nove paesi alleati – Gran Bretagna, Italia, Bahrein, Canada, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Seychelles e Spagna – al ini insignificanti; ma questa forza sta per intrappolarsi in un nuovo pantano nel Medio Oriente e certamente non avrà vita facile. Infatti, la missione di impedire allo Yemen di colpire le petroliere e i carichi, diretti in Israele, rischia di costare molto in termini di uomini e mezzi navali.

La marina statunitense è impreparata per affrontare una guerra marittima lunga e dispendiosa anche contro il debole Yemen in mano agli Houthi. Infatti, si tenga presente che la quest’ultima, che costituisce la maggioranza della flotta predisposta all’attacco (le altre navi sono solo una presenza al limite del simbolico), presenta alcune vulnerabilità che limiteranno le sue azioni. È fondamentale sapere che essa è attualmente configurata come una “Marina di attacco” e non come una “Marina di invasione/spedizione”. Gli strateghi navali di Arlington l’avevano pensata come una marina che, in caso di guerra, sarebbe rapidamente intervenuta nel settore interessato dove avrebbe agganciato e distrutto in pochi giorni/settimane qualunque marina del mondo. Infatti, è stata progettata per non dipendere dal supporto dei porti amici, in grado di stare in mare per lunghi mesi senza approdare a terra. 

A partire dalla fine della Guerra Fredda, la Marina statunitense cominciò a perdere le sue capacità di spedizione/invasione, divenendo progressivamente dipendente dal supporto delle basi alleate e/o amiche. Si prenda per esempio il sistema di lancio Vls (Vertical Launching System) caratterizzante le armi antiaeree, antisommergibili e da attacco terrestre della flotta. Benché sia un sistema molto valido, ricaricare questo sistema in mare si è rivelato problematico e presto è stato abbandonato.

Anthony Cowden, esperto di strategia navale del Centro per la sicurezza marittima internazionale, ha analizzato questo problema in un articolo dello scorso settembre, proponendo l’adozione del sistema di difesa missilistica Aegis. Egli ha concluso che gli Stati Uniti hanno una marina avanzata per attacchi fulminei, ma non una marina di spedizione/invasione.

La posizione geografica unica degli Stati Uniti permette loro di difendere con molta efficacia le sue coste e alla marina di rifornirsi continuamente nei porti americani. Ma nei casi come quello yemenita, dopo aver sparato molti missili, le navi di scorta a differenza della portaerei, ne rimarrebbero prive e con notevoli difficoltà di approvvigionarsi e con grossi pericoli per loro e per la portaerei scortata. 

I cacciatorpediniere di scorta imbarcano circa un centinaio di missili. Se gli intraprendenti Houthi lanceranno, e lo possono fare, circa 100 tra droni, razzi e missili contro una portaerei statunitense. I cacciatorpediniere statunitensi, risponderanno lanciando i loro missili per sgominare la minaccia. Dopo però la Marina statunitense, che ha messo in disarmo le navi tipo “tender”, usate oggi solo per il soccorso in mare, non sarebbe più in grado di rifornire i cacciatorpediniere con nuovi missili per sostituire quelli lanciati. Per ricaricarsi un cacciatorpediniere dovrebbe raggiungere il porto amico più vicino dove sarebbero immagazzinati i missili per i rifornimenti. Ma se il cacciatorpediniere dovrà lasciare la scorta della portaerei americana essa dovrà seguirlo. Non può restare isolata in alto mare senza la difesa delle navi. 

Pertanto, l’operatività della flotta statunitense nel mar Rosso dipenderà dal numero di missili che gli Houthi lanceranno contro le sue navi e anche da quella della nostra piccola fregata “Frem”, che il governo ha voluto mandare, senza consultare il Parlamento. Si aggiunga il fatto che ogni missile americano costa, in base alla potenza e precisione, tra i 500.000 e i 2 milioni di dollari. Agli Houthi basterà lanciare a saturazione nello spazio della portaerei centinaia di droni poco costosi, palesando che la fornitura statunitense per questi missili è limitata e con una capacità industriale ridotta per le dismissioni di fabbriche in patria. 

Ne consegue che la Marina statunitense non si troverebbe nelle condizioni di poter eliminare i droni e i missili lanciati dallo Yemen. Non sono queste informazioni riservate, ma pubbliche e presenti nei siti governativi Usa. La possibilità degli Houthi di poter affondare una nave statunitense o alleata, la nostra per esempio, non è un fatto concreto.

Infine, da sottolineare la difficoltà da parte degli Usa di individuare le piattaforme di lancio Houthi. Non a caso il 9 novembre scorso essi hanno abbattuto un sofisticato drone statunitense MQ-9 Reaper, dal costo poco più di 30 milioni di dollari. Vedremo gli sviluppi di un conflitto in cui anche l’Italia è direttamente coinvolta.

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