La nuova frontiera del Next Way of Working

di Federico Giusti

Sia nel pubblico impiego che nella produzione capitalistica il Next Way of Working corrisponde all’imperativo di risparmiare sul costo del lavoro, intensificandone la produttività, e sui costi accessori e non al bisogno del lavoratore di conciliare i tempi di lavoro con i tempi di vita

Premessa: la scoperta dello smart

La circolare ministeriale sullo smart è l’occasione per aprire una riflessione, in primis nella Pubblica amministrazione, sul ruolo del lavoro agile concepito ormai come strumento per ridurre i costi e accrescere la produttività del singolo lavoratore o lavoratrice che sia.

Al contempo le difficoltà di conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro spingono molti e ancor più molte a richiedere prestazioni lavorative in modalità agile, anche per non sobbarcarsi ore di viaggio in andata e ritorno tra casa e lavoro. La soluzione sarebbe a portata di mano ossia favorire il lavoro nelle vicinanze di casa con processi di mobilità volontaria ma le regole per gli enti pubblici sono tali da renderlo impossibile e ancor più arduo sarebbe per il settore privato.

In altri tempi sarebbero state cercate soluzioni pur parziali, ad esempio favorire una mobilità sostenibile con utilizzo, a prezzi scontati, dei mezzi pubblici ma la tendenza degli ultimi lustri è invece ben altra: tagli delle corse di tram e bus, riduzione dei servizi su rotaia con la eliminazione dei cosiddetti rami secchi ossia i treni pendolari a unico vantaggio dell’alta velocità.

Queste considerazioni si rendono necessarie per inquadrare, dentro un contesto reale, la tematica del lavoro agile che dovrebbe essere non una sorta di cottimo mascherato ma un’opportunità per migliorare la qualità della vita delle lavoratrici e dei lavoratori la quale però avrebbe bisogno di essere sostenuta dal potenziamento dei servizi pubblici e dalla loro accessibilità a prezzi scontati.

Smart e pubblica amministrazione

Da quando è stato introdotto il dogma del pareggio di bilancio ogni ente pubblico, al pari dei privati, mira al contenimento dei costi. Siamo così davanti a un welfare ormai ridotto ai minimi termini dopo anni di tagli e ridimensionamenti fatti passare come razionalizzazione della spesa.

Con l’avvento della pandemia si è fatto ricorso allo smart, la cui prima regolamentazione risaliva tuttavia a qualche anno prima. Opinione diffusa è stata quella di contenere i danni evitando i rischi di contagio con il lavoro a casa visto anche che la pubblica amministrazione (Pa), nel suo complesso, aveva palesato innumerevoli limiti nella riorganizzazione del lavoro in una fase eccezionale come quella derivante dal coronavirus.

Il ricorso allo smart è stato conveniente per le amministrazioni pubbliche. In molti casi esse hanno risparmiato su indennità contrattuali, sugli straordinari, sui costi delle mense e dei buoni pasto, sulle pulizie degli uffici, su alcuni strumenti di lavoro e sui costi delle sanificazioni. Il lavoratore in modalità agile è isolato e la natura individuale del rapporto permette di ottenere un aumento delle prestazioni anche in deroga ai profili professionali per quanto ne dicano i sindacati rappresentativi.

Quanto poi al ricorso alla disconnessione, è ormai evidente che un diritto formale non si traduce mai in sostanza essendoci liste whatsapp aziendali e pressioni dirigenziali per ottenere prestazioni sempre maggiori.

Da strumento emergenziale il lavoro agile è divenuto ordinario perché in molti casi è apparso come soluzione migliore per accrescere la produttività, ridurre i costi ed evitare il coinvolgimento, residuale, del sindacato nella gestione dei rapporti di lavoro. Ci sono poi comparti della Pa nella quale il lavoro in presenza è ancora insostituibile anche per gli scarsi investimenti in materia di formazione e tecnologia.

Il graduale “rientro in presenza” dei lavoratori ha senza dubbio riportato alla normalità la gestione degli uffici ma anche aperto alcune contraddizioni, per esempio laddove il lavoro agile è apparso come conveniente per i datori e le amministrazioni o indispensabile per i fragili al fine di evitare contenziosi legali in caso di malattie gravi e non avendo nel frattempo riorganizzato spazi e uffici per salvaguardare la forza lavoro con problemi di salute.

La natura individuale del rapporto di lavoro agile è un altro tassello utile per comprendere come lo strumento sia stato utilizzato anche in veste antisindacale per un rapporto diretto dei superiori con la forza lavoro. Insomma se vuoi lavorare in smart devi anche sobbarcarti di crescenti carichi di lavoro a meno che tu non sia, fino ad oggi almeno, un fragile certificato.

E nel caso dei fragili il senso di colpa per avere ricevuto un trattamento “di favore” ha spinto molti e molte ad accettare carichi di lavoro crescenti e mansioni talvolta riconducibili a livelli superiori, ovviamente senza un euro in più di stipendio.

Il carattere estensivo dello smart da forma specifica di tutela per i lavoratori “fragili” a strumento da utilizzare in molti altri casi si afferma, per esempio, nei confronti di chi ha figli piccoli e anziani a carico, o di coloro che, se sottoposti a lunghi spostamenti tra casa e lavoro nel periodo invernale, correrebbero il rischio di ammalarsi e perdere giornate lavorative, rendendo conveniente farli lavorare da casa, dove le possibilità di ammalarsi nei mesi invernali sono decisamente inferiori.

Pochi hanno riflettuto sulla riduzione delle giornate di malattia e dei permessi individuali fruiti da chi opera in smart. Il sindacato non si è posto mai domande mentre le Pubbliche amministrazioni hanno capito da subito la convenienza del lavoro agile.

Si va allora prefigurando un nuovo smart, da strumento eccezionale a volano della flessibilità e della produttività, con un sistema normativo che rende sempre più ricattabile e subalterna la forza lavoro. E non siamo noi a utilizzare queste parole: flessibilità e produttività, le troviamo scritte nella circolare Ministeriale!

Siamo davanti a tutele spesso formali ma non sostanziali e ai vertici di ogni singola amministrazione viene demandato il compito di adeguare le disposizioni interne per applicare la direttiva ministeriale nell’ottica di accrescere le prestazioni e la flessibilità, di ridurre i costi e alla fin fine anche il salario.

Negli anni pandemici chi operava in smart perdeva i buoni pasto e in molti casi anche l’erogazione di istituti contrattuali, una rimessa economica compensata con minori rischi di ammalarsi. Nel corso del tempo la modalità agile è stata pensata e costruita con fini non emergenziali e funzionali ad accrescere la produttività individuale. 

Le normative contrattuali sulla disconnessione sono state solo un paravento dietro cui celare la incapacità di comprendere, da parte sindacale, i processi di ristrutturazione in atto e un sostanziale attacco alle condizioni lavorative da parte di una Pa sempre più attenta al risparmio, a mero discapito della qualità delle nostre vite e dei servizi erogati alla cittadinanza.

Lo smart e i luoghi tradizionali della produzione: uno sguardo al privato

In nome dello smart working stanno stravolgendo i luoghi tradizionali della produzione. Se ne accorgono non i sindacati ma «Il Sole 24 Ore» che parla di un complessivo ridisegnamento delle strutture adibite ad uffici e investimenti.

Emblematico è quanto riporta un articolo Di Laura Cavestri nel quotidiano di Confindustria laddove scrive: “A Milano Deutsche Bank riduce la superficie della sede del 40%; UniCredit subaffitta gli oltre 20 piani della Torre B in piazza Gae Aulenti; Bnp cerca coinquilini”.

Lo smart non è ovviamente estendibile a tutta la produzione ma si va facendo strada in alcuni settori il progetto di abbattere i costi degli affitti, delle pulizie, interagire singolarmente con il lavoratore a cui assegnare carichi di lavoro e mansioni crescenti.

Sempre il Sole 24 Ore del 21 Gennaio scrive: Su 6,6 miliardi di euro di investimenti immobiliari, in Italia nel 2023 (-44% sul 2022) – informa Cbre, leader mondiale nella consulenza immobiliare – il comparto uffici ha chiuso attorno a 1,2 miliardi, in calo del 74% rispetto all’anno precedente.

Detto in altri termini stanno estendendo il lavoro a progetto al posto di quello subordinato o almeno ci provano, ben presto le normative giuslavoristiche potrebbero adattarsi ai cambiamenti con norme peggiorative e in sostanza minori tutele individuali e collettive.

La tendenza al lavoro a progetto si spiega con la volontà di ridurre complessivamente i costi di produzione accrescendo la produttività, nella spasmodica ricerca di ridimensionare o ripensare il carattere subordinato del rapporto di lavoro all’insegna del dipendente flessibile, isolato, altamente produttivo e ove serva smartizzato.

Ciò avvicina il lavoro smart, in cui conta la prestazione e non l’orario di lavoro, al cottimo. E che il lavoro a cottimo fosse il più conveniente per il datore di lavoro lo aveva già compreso Marx. Infatti esso “offre al capitalista una misura ben definita dell’intensità del lavoro [… in tal modo] si rende superflua buona parte della sorveglianza del lavoro. Questa forma costituisce quindi il fondamento tanto del moderno lavoro domestico […] quanto di un sistema di sfruttamento e di oppressione gerarchicamente articolato”. Inoltre diviene “interesse personale del lavoratore impegnare la propria forza-lavoro con la maggiore intensità possibile”, per raggiungere gli obiettivi produttivi prefissati, o di prolungare allo stesso scopo la giornata lavorativa. “Ma il maggiore campo d’azione che il salario a cottimo offre all’individualità, tende da un lato a sviluppare l’individualità e con ciò il sentimento di libertà”. Pertanto “il salario a cottimo è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico”1.

Al contempo si spiegano altri fenomeni, come per esempio la flessione degli investimenti immobiliari che ha riguardato nel 2023 il settore degli uffici e la necessità di alcune grandi aziende di ridefinire gli spazi prevedendo dei luoghi di lavoro ove potremmo talvolta trovare dipendenti con più datori, dipendenti collegati a un Pc e senza alcuna relazione tra loro, lavoratori tanto desindacalizzati quanto alienati.

Le aziende vogliono risparmiare sui costi. Al fine di ingrossare i profitti ogni azione è lecita, incluso il ridimensionamento delle sedi aziendali e la costituzione di relazioni individuali dei datori con la loro forza lavoro.

La trasformazione dei luoghi di lavoro diventa un obiettivo raggiungibile sapendo che si porterà dietro la riduzione della conflittualità, la perdita di potere contrattuale dei sindacati, la ricattabilità della forza lavoro occultata dietro alla cortina fumogena del nuovismo, prestazioni erogabili in ogni momento, in presunta libertà e, secondo narrazioni mainstream, in qualche luogo ameno. La formalità del diritto alla disconnessione si scontra inevitabilmente con l’estensione dei tempi di lavoro a discapito di quelli di vita.

Si va facendo strada l’idea che si possa far coesistere in luoghi provvisori tanti lavoratori e lavoratrici disposti a cambiare sede con estrema rapidità e a introiettare nella attività lavorativa e nelle loro stesse vite le pratiche improntate alla massima flessibilità e produttività.

La cultura del merito è smart, priva di riferimenti reali ai luoghi di produzione. Lo ripetiamo per non generalizzare il ragionamento: ciò non è valido per tutte le prestazioni lavorative ma solo per una minima parte che poi oggi risulta quella maggiormente appetibile.

In Germania o in Francia alcune multinazionali hanno ridotto del 40 o 50% gli spazi aziendali. La pandemia che ha obbligato molti e molte alla prestazione in smart ha reso possibile questa ottimizzazione. Usiamo un termine diffuso ma non neutro, “ottimizzazione degli spazi e dei costi”, in cui l’azienda sta ripensando i luoghi di lavoro non per renderli migliori e sicuri, ma solo per evitare di farsi carico di ogni spesa giudicata superflua, proponendo modalità lavorative flessibili, agili e cottimi mascherati.

In Italia Unicredit è all’avanguardia in questi processi. Sono stati svuotati uffici accorpandone altri, si sono sostanzialmente ridotti spazi e sedi in attesa magari di costruire un nuovo campus. Ma è proprio il settore bancario quello dove registriamo anche la riduzione, a parità di salario, della settimana lavorativa insieme allo smart e al contempo un piano di riorganizzazione aziendale che taglierà migliaia di posti di lavoro.

Il silenzio-assenso dei sindacati italiani davanti a questi processi è assai preoccupante. Accade negli Usa, dove hanno presentato l’accordo nel settore delle fabbriche meccaniche come vittorioso per la classe lavoratrice, salvo poi scoprire che era solo la premessa per tagli occupazionali consistenti connessi alla trasformazione dei contratti, alla precarizzazione del lavoro e in molti casi alla riduzione delle buste paga e a forti sperequazioni salariali tra siti produttivi.

Tra ignavia e incomprensione della realtà, si va quindi affermando il nuovo modello di lavoro denominato “Next Way of Working”, un mix tra esasperata flessibilità negli orari lavorativi e nel lavoro agile da casa da una parte e il lavoro tradizionale nel proprio ufficio dall’altra, con quote crescenti di salario demandate alla contrattazione di secondo livello, previo raggiungimento di standard di produttività sempre più elevate e ovviamente imposte senza contrattazione sindacale dalle aziende ai propri lavoratori.

Note:

1 K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro primo, cap. 19, Il salario a cottimo, Ed. Riuniti.

Immagine: Cassinam at Italian Wikipedia The original uploader was Ilario at Italian Wikipedia., CC BY-SA 2.5 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5, via Wikimedia Commons

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