Costruire una memoria militante

di Associazione Ilio “Dario” Barontini

Un episodio poco conosciuto ma significativo per riflettere sulla “giornata del ricordo” e la mistificazione revisionista della memoria storica.

Questa foto risponde già, da sola, alla tanta retorica nazionalista e antistorica costruita sulla giornata di oggi, cosiddetta del ricordo, ma che vorremmo aggiungere tende a sviluppare una “memoria selettiva”, utile a ricordare il dramma che fu la seconda guerra mondiale, ma senza tuttavia attribuirne le responsabilità.

Dopo la liberazione gli operai della fabbrica Motofides di Livorno avevano occupato lo stabilimento per impedirne lo smantellamento, nella preoccupazione di avere un lavoro per cambiare la produzione da bellica a civile, per ripartire. I tedeschi però, in ritirata da una Livorno distrutta, avevano portato via alcuni macchinari ed utensili indispensabili per la produzione, che erano – così si diceva – finiti in Jugoslavia, in una località vicino a Pola. Il consiglio di fabbrica si recò da Ilio per raccontare il fatto ed ottenere un aiuto, chiedendogli di intercedere personalmente con Tito per la restituzione del materiale. Ilio non promise niente, chiese agli operai di rimanere al loro posto ed avere fiducia, e partì.

Barontini (nella foto nell’incontro con Tito) ottenne la restituzione del materiale e con esso la possibilità di far ripartire una fabbrica fondamentale per l’economia della città.

Questo episodio risponde alla domanda, importante, volontariamente omessa nella questione che oggi viene esemplificata con il termine “foibe”, volutamente trasformata in una questione nazionalista, di odio tra italiani e slavi. I partigiani slavi e quelli italiani combatterono insieme una lotta di liberazione contro la bestia nazifascista, contro l’occupazione italiana che costò anni di sofferenze, angherie, privazione della libertà e dignità per i popoli oppressi dal nazifascismo nel nome di una supremazia della razza, che non fu una sola prerogativa nazista – come qualcuno oggi ama far credere – ma anche (purtroppo) italiana. Del resto ciò avvenne in altre parti del mondo, ad esempio in Abissinia (Etiopia), dove Ilio si recò per aiutare la resistenza locale e spiegare agli italiani mandati al macello del grave errore che stavano commettendo. Ed i partigiani slavi, come testimonia questa pagina di storia che riguarda il comandante Dario, sapevano ben distinguere tra chi li deportava nei campi di prigionia italianissimi (come quello della vicina Gonars, nelle foto, dove finivano anche i bambini) e chi combatteva contro il regime che lo aveva creato. A trascinare l’Italia nella tragedia di una guerra scellerata, di occupazione, fu il fascismo, ed a questi va attribuita ogni responsabilità, anche della reazione. Fatto che non nega che siano anche potuti accadere, come in ogni caos generato da un conflitto, episodi singolari di regolamenti di conti avulsi dalla causa della resistenza, ma che attribuisce precise responsabilità a chi generò questa dinamica e precisa che l’unica cosa che non dovremmo dimenticare oggi è che anche una parte di italiani, “grazie” al fascismo, furono “brava gente” che nel nome di una supremazia della razza compì atroci crimini. Perché la prima cosa che balzerà agli occhi oggi, per chi ha una coscienza storica, è che nessuno di coloro che parleranno delle vittime italiane delle foibe, farà altrettanto per i morti ed i deportati slavi nei campi italianissimi, tantomeno racconterà in quale contesto avvennero i tremendi fatti riferiti alle foibe, il tutto solo per auto-assolvere la sua “razza”.

Ecco un esempio lampante di cosa significa per noi costruire una Memoria Militante.

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