Lo sfacelo del Bel Paese. La modernità del pensiero e dell’azione di Antonio Cederna

di Laura Baldelli

La ri-costruzione della coscienza di classe passa anche dalla consapevolezza che il nostro Patrimonio artistico e culturale non può essere mercimonio del profitto e noi Comunisti dobbiamo lottare per la sua difesa. 

Lo sfacelo del Bel Paese è il titolo di un testo di Antonio Cederna, pubblicato postumo nel 2013 da La scuola di Pitagora Editrice nella collana “Paesaggio, ambiente e natura”, riproponendo alcune parti di un altro saggio dell’autore, La distruzione della natura in Italia, pubblicato per la prima volta nel 1975, in cui già denunciava il malgoverno del territorio, il disfacimento delle città e del paesaggio, per colpa dello smantellamento dell’immenso e insostituibile Patrimonio culturale ereditato da tante generazioni. È il racconto storico di come la politica italiana ha perpetrato la distruzione della Natura e l’eliminazione dello spazio fisico indispensabile per la salute pubblica, lasciando spazio alla sistematica privatizzazione del suolo pubblico a favore della rendita parassitaria degli “energumeni del cemento armato” con la complicità dei funzionari pubblici affetti da “cupidigia di servilismo”, come li definiva Cederna; sottolineava anche quanto invece mancasse una politica di edilizia economica e popolare e già denunciava come le forze economiche del nostro Paese spingessero alla motorizzazione privata e alla costruzione di strade, che condizionarono le scelte strategiche dei governi a danno d’investimenti nel settore del trasporto pubblico. A causa di queste scellerate politiche è venuta meno la finalità della conservazione della Natura come “bene territoriale e ambientale” da cui dipendono vita e sicurezza dei cittadini e delle opere costruite e i danni sono sempre più evidenti, drammatici e costosi. E si continua a tradire la nostra Costituzione. 

Ma chi era Antonio Cederna? Un archeologo, un critico d’arte, un giornalista, un urbanista-combattente contro la barbarie dell’analfabetismo urbanistico, di cui vale la pena raccontare l’impegno a difesa del Patrimonio pubblico culturale e ambientale italiano dalla distruzione sistematica: un vero Resistente, un vero Patriota che ha difeso il nostro Paese dal capitalismo rapace, di cui l’Italia, dal regno alla repubblica, passando per il ventennio, ne è stata sempre vittima e continua su questa mala-strada.

Antonio Cederna aveva una visione globale, interdisciplinare, proprio come recita l’articolo 9 della Costituzione, che sottolinea l’inscindibilità del patrimonio storico dal paesaggio e dalla Natura per la loro tutela; i suoi articoli e i suoi testi hanno un rigore d’indagine scientifica che si avvale di conoscenze in urbanistica e storia dell’arte, in economia e in diritto pubblico e privato, in scienze della natura e ambientalismo, in sociologia e in educazione alla cittadinanza. Infatti Antonio Cederna non cadde nella vuota retorica della bellezza, bensì si spese per diritti, tutele e cittadinanza; per questo è ricordato anche come il Padre nobile dell’ambientalismo; un militante ambientalista che con una straordinaria scrittura semplice e colta, avvalorata da un vocabolario sorprendente e appropriato, ha informato, documentato con intransigente rigore, anche numerico, gli infiniti scempi compiuti da tutti i governi nel vuoto culturale italiano. A Cederna va il merito di aver integrato le due visioni dell’ambiente: quella umanistico-filosofica con quella scientifico-sistemica; ma in quanti lo ricordano o conoscono? Oggi la sbandierata transizione ecologica è solo un nuovo grande affare del capitalismo, lontano dal creare un paradigma ecologico che riequilibri i rapporti tra natura e umanità, per creare un nuovo immaginario capace di guidare la vita delle società umane. 

Infatti Cederna scriveva avveniristicamente: “la conservazione della Natura e delle sue risorse è la nuova scienza da tempo in onore nei paesi civili, al fine di garantire all’uomo il migliore possibile ambiente di vita. E le ragioni sono ovvie, quanto ancora ostiche ai più. La prima è che un territorio protetto nella sua consistenza vegetale, biologica, geologica, idrico significa sicurezza e solidità del suolo, è garanzia contro erosione, straripamenti, alluvioni e altre note calamità. In tutti i paesi avanzati ci si è ormai resi conto che le alterazioni operate in sempre maggiori proporzioni nell’ultimo secolo, per lo più per motivi di profitto privato o aziendale con errati metodi di sfruttamento agricolo, disboscamento, rapina idroelettrica delle acque, urbanizzazione indiscriminata, scarico di veleni nell’aria, nell’acqua, nel terreno, hanno portato il suolo a un tale stato di dissesto e inquinato a tal punto l’ambiente che ci circonda”. Ecco un uomo di lettere classiche che lottava contro il cattivo progresso, mentre i comunisti e il sindacato chiudevano gli occhi con l’intollerabile scusa del lavoro e dell’occupazione, soprattutto influenzati da quella visione positivista dello sviluppo infinito. Per questo c’è bisogno di ri-costruire un pensiero nostro anche su questo, perché in passato abbiamo latitato, perché la lotta di classe passa anche e soprattutto per queste conoscenze per creare la coscienza di classe. 

Cederna nella sua attività di giornalista ha combattuto il vizio imperante del giornalismo italiano per il culto della notizia, dello scoop, al quale preferì l’impegno di denuncia nelle inchieste sull’azione predatoria dei privati del territorio e del Patrimonio italiano, scrivendo ai tempi della carta stampata, per i settimanali come «Il Mondo» diretto da Mario Pannunzio, «L’Espresso» e per i quotidiani del calibro del «Corriere della Sera» e «Repubblica» con totale libertà di pensiero critico, mettendo al centro una visione dell’urbanistica di grande respiro, intendendo lo spazio abitato dall’uomo unito alla sua Storia e alla Natura.

Non si sottrasse all’impegno politico come consigliere comunale a Roma e come deputato indipendente eletto nelle liste del Pci e nella X legislatura collaborò attivamente all’approvazione di due leggi: una per la difesa del suolo, la n° 183/1989, e l’altra per la protezione della natura, la n°394/1991.

Fu anche tra i fondatori di Italia Nostra nel 1955, che nell’atto istitutivo scrisse proprio su “l’urbanistica moderna” e anche se non volle comparire tra i nomi, fu sempre attivo e al suo impegno etico si deve la salvezza dell’Appia antica a Roma, per cui si batté per la creazione di un’area protetta, salvandola dalla cementificazione dei “nemici del genere umano”, come aveva definito gli speculatori dell’epoca; grazie anche alla battaglia per l’approvazione del piano regolatore di Roma nel 1965, salvò la strada da 5 milioni di metri cubi di cemento. Intervenne il ministro Giacomo Mancini che con un decreto definì il comprensorio dell’Appia Antica, d’interesse dello Stato Italiano, affinché fosse parco pubblico in cui Storia e Natura fossero di pubblico godimento. Ma non bastò: il Comune di Roma non controllò, non tutelò il territorio e un milione di metri cubi fu conquista dell’abusivismo, a cui fecero seguito compromessi, astuzie per altri abusi.

Cederna raccolse i suoi innumerevoli articoli in quattro libri:

I vandali in casa, ed. Laterza, 1956, in cui riunì quelli scritti per «Il Mondo» negli anni dal 1951 al 1956, denunciando come l’architettura moderna del XIX secolo avesse reso irrecuperabile il rapporto con il passato; l’esempio di inizio più formidabile in Europa fu nella nuova Parigi del barone Haussmann, che spazzò via la città medioevale, scenario di ribellioni e barricate, dove la gendarmerie nationale non poteva entrare; della demolizione dell’impianto medioevale della città e della deportazione della popolazione fu testimone e accusatore Charles Boudelaire, avvelenato dalla sparizione della Parigi storica e proletaria, densa di Storia e di vita. Fu così che per l’ordine pubblico e per la nuova società di massa si costruirono i buolevards, dove la borghesia della seconda rivoluzione industriale poteva dar sfoggio della propria nuova ricchezza.

Mirabilia Urbis, ed. Einaudi, 1965, è un’altra raccolta di articoli pubblicati su «Il Mondo» dal ’57 al ’65, dedicata a Roma, sua città di adozione, un’invettiva civile per la tutela di tutti i centri storici, un patrimonio unico al mondo.

La distruzione della natura in Italia, ed. Einaudi, 1975, è ormai anche un documento storico del patrimonio naturale italiano, oggi danneggiato inesorabilmente dalle industrie, dal turismo di massa, dalla cementificazione, dalla pervasiva viabilità. Cederna sperò molto nella tutela da parte della nuova istituzione delle regioni a statuto ordinario nel ’72, ma sappiamo bene che non andò così.

Brandelli d’Italia, ed. New Compton, 1991 è una raccolta di saggi e ancora articoli da «Il Mondo» e «Corriere della Sera», un prezioso racconto storico, un j’accuse di estremo rigore documentario contro i mali che hanno procurato lo sventramento dei centri storici, la lottizzazione di foreste, la cementificazione dei litorali e la distruzione del paesaggio, devastando i beni culturali e il sistema idrogeologico del territorio, mettendo a rischio l’incolumità di tutti. Uno scempio perpetrato ai danni del nostro Patrimonio urbanistico e ambientale dal dopoguerra in una quasi totale indifferenza e che purtroppo continua nonostante le catastrofi che ogni anno devastano territori e comunità, perché i cittadini hanno perso la cultura del senso di cittadinanza e noi comunisti la coscienza di classe.

Cederna ha anche dedicato un testo importantissimo allo sventramento di Roma nel ventennio fascista con il saggio Mussolini urbanista ed. Laterza, 1975, dove documenta lo scempio operato da sette architetti, ognuno dei quali, immerso nel proprio egocentrismo, realizzò la personale visione antidemocratica del Patrimonio culturale italiano; in epoca di revisionismo storico, neanche strisciante, è un testo da leggere per la nostra lotta di classe, perché di scempi urbanistici compiuti da architetti servi dei padroni, l’Italia ne è piena. 

Cederna, da deputato del Pci presentò nell’89 la proposta di legge per Roma capitale nel terzo millennio, che era una lezione di urbanistica, soprattutto sulla valorizzazione delle antichità romane, che non andavano tutelate solo con il restauro, la manutenzione e il consolidamento, ma doveva essere centrale l’intervento urbanistico, cioè la contestualizzazione civile per il presente e il futuro; infatti pensò a un grande parco per i Fori Imperiali, proprio dove invece Mussolini, negli anni ’30, aveva sventrato la città, demolendo alcuni resti del grande complesso monumentale e spianando un intero quartiere per vedere il Colosseo da piazza Venezia e per la nuova viabilità con lo stradone dal traffico mefitico, che ci ritroviamo oggi; il parco doveva essere un intervento contemporaneo per creare uno spazio culturale di contemplazione, riflessione e riposo: l’otium latino nel mondo della fretta. Infatti i monumenti erano incompatibili con il traffico e già nel ’78 il sovraintendente Adriano La Regina denunciò i drammatici danni causati dall’inquinamento, seguito dal sindaco Giulio Carlo Argan che disse: “O i monumenti, o le automobili”. Anche il miglio sindaco di Roma, Luigi Petroselli del Pci, appoggiò il progetto della chiusura al traffico con il recupero del grande complesso archeologico che avrebbe compreso i Fori Imperiali, il Foro Romano e il Colosseo: un parco unico al mondo, uno spazio per la ricreazione e la cultura per generare un rapporto vitale, scevro da retorica con il nostro passato. Cederna e l’archeologo Filippo Coarelli s’impegnarono con un appello, coinvolgendo 240 studiosi italiani e stranieri e il Comune di Roma sperimentò la chiusura domenicale dei Fori, a cui i Romani parteciparono in massa, nutriti di visite guidate ai monumenti archeologici. Ma alla morte improvvisa di Petroselli nell’81, gli oppositori si scatenarono, non bastarono le denunce di Cederna su «Rinascita», neanche lo stesso Pci colse la portata rivoluzionaria del sindaco Petroselli per la Roma del futuro, dove la Storia assumeva un valore educativo. Un fatto gravissimo, soprattutto culturalmente perché lasciò ai nostalgici e ai reazionari il tema della Romanità; così è accaduto anche per il concetto di Patria e Patriota, pagandone le conseguenze da decenni, da generazioni, che ancora oggi li viviamo tra equivoci, luoghi comuni e falsità.

Il quotidiano «Repubblica», tanto caro alle nuove generazioni del Pci, ospitò nelle sue pagine tutti gli oppositori e Cederna si ritrovò solo politicamente, come Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, costretto alle dimissioni. 

Un’altra traccia della mutazione genetica del Pci, che spiega che non avvenne tutto tra il ’90 e il ’91, ma fu un lungo processo di subalternità culturale.

Sempre a Roma Cederna si batté contro la costruzione dell’Hotel Hilton, una violenza di 100mila metri cubi sul crinale di Monte Mario e con sagacia adottò “hilton” come unità di misura degli scempi; ma la morte gli impedì di assistere alle “cure Bertolaso”, cioè della Protezione civile, a cui fu commissariata l’area archeologica di Roma e Ostia. Si risparmiò anche le manovre berlusconiane per alienare il patrimonio culturale pubblico, con l’indebolimento della tutela dei beni, della privatizzazione dei musei, sull’onda del neoliberismo di Regan e Thatcher dove tutto è denaro.

Nei libri di Cederna, oggi rieditati, troviamo la storia del malcostume italiano, l’Italia contadina, malamente urbanizzata, dove sono passati i tanti luoghi comuni che hanno scambiato per progresso l’inumana mal-formazione delle città, per civiltà e inesorabile sviluppo il biossido di carbonio e il fumo delle ciminiere e soprattutto i concetti deformati di “affermazione di libertà” e di “proprietà privata”, vissuti come un culto, impedendo agli Italiani di concepire il territorio come un Bene Pubblico e collettivo; le conseguenze hanno portato all’eliminazione sistematica della Natura per propri profitti, mentre invece la conservazione della Natura assicura un ambiente di vita, caratterizzato da incolumità e salute pubblica e soprattutto un sano progresso economico, culturale e sociale.

Prima di diventare esperti tecnici della new-green economy, leggiamo la Storia del nostro Paese, non dimentichiamo un intellettuale attivissimo, un Maestro come Antonio Cederna, impariamo dai suoi scritti i veri e autentici concetti ambientali, ricordandoci l’approccio multidisciplinare e che anche da questo passa la nostra lotta di classe.

Immagine: dati.camera.it, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0&gt;, via Wikimedia Commons

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