di Piero Manunta
Dopo cinque anni di governo, la destra esce sconfitta dalle elezioni regionali in Sardegna. Ciò non dovrebbe sorprendere, vista la politica di spoliazione portata avanti, con tagli ai servizi e mancanza di progetti che valorizzino il territorio. L’esito elettorale, tuttavia, fa riflettere sul fenomeno dell’alternanza al governo delle due fazioni apparentemente avversarie ma che in realtà si spartiscono il potere portando avanti politiche poco distinguibili l’una dall’altra.
Chiuse le urne e chiari i risultati, è come al solito tempo di analisi. Il primo punto, il più importante è, senza ombra di dubbio, l’inaspettata debacle della destra che dopo cinque anni al governo dell’isola non riconferma il potere. Ma cosa sono stati questi cinque anni di governo?
Un lustro che possiamo considerare di niente, tempo perso da una compagine che di fatto non ha sviluppato alcun piano, alcuna iniziativa che possa dirsi utile. Anzi, possiamo dire che ha contribuito a perpetrare il disastro in atto ormai da decenni in Sardegna. La sanità completamentente allo sfascio, a iniziare dalla gestione del periodo pandemico fino ad arrivare ai tempi più recenti dove nei territori si continuano a depotenziare le strutture sanitarie pubbliche, si aggrava la mancanza, ormai insostenibile, dei medici di base e, ancor più grave, la carenza dei pediatri, con intere zone oramai scoperte da ogni tipo di assistenza medica anche emergenziale. La continuità territoriale, altra tegola sulla testa dei sardi, con bandi insufficienti, senza programmazione adeguata alle esigenze e al diritto di mobilità della popolazione, il tutto sempre gestito in fretta e furia con tempistiche ristrette. Il turismo ridotto a folkloristici balletti in costume per compiacere le visite di turisti di alto rango, viceministri e ministri, o, anche peggio, rappresentato da assessori cartonati a grandezza naturale per autocompiacimento, forse, e per un culto della personalità di se stessi a tratti veramente imbarazzante. Questi sono solo alcuni punti, ma si potrebbe andare avanti all’infinito per ogni argomento della vita sociale, pubblica, del lavoro, dello sviluppo e della progettualità.
Allora perché parliamo di sconfitta inaspettata? Basterebbero solo alcuni dei punti sopra esposti per giustificare una sconfitta anche più pesante. In altri tempi forse sarebbe stato così, oggi invece, con la disaffezione totale dalla politica, nel nostro territorio e nel parlare tra la gente non si percepiva un malumore forte, quanto piuttosto una rassegnazione generale, un lasciare il fiume a scorrere silenzioso. La stessa critica ormai si era ridotta al solito giro di meme più o meno coloriti sulla figura del presidente uscente nelle varie pagine social.
Altra cosa da porre in rilievo è il braccio di ferro all’interno della destra per la scelta del candidato, consumato nello scontro tra Lega e FdI, tra Solinas e Truzzu. Il fatto che la Meloni alla fine l’abbia spuntata, convinta di farsi trascinare dal trend nazionale del suo partito e dal sindaco di Cagliari, dimostra quanto questi personaggi, nonostante il potere nelle mani per cinque anni, siano lontani dalla popolazione e dai suoi bisogni, perché è nella città amministrata da Truzzu, Cagliari, che si consuma il suicidio. La percezione di essere un sindaco amato si è dimostrata esattamente l’opposto.
Vince quindi la Todde, o meglio il cosiddetto campo largo, o meglio il mezzo campo largo, vista la scissione di Soru possiamo definirlo così. Come vince? Vince con un consenso più che altro personale, visti i dati del voto disgiunto, non certo con un plebiscito per le forze che la sostengono che raccolgono meno voti di lei e dei vari partiti della destra. Ma perché vince? Non crediamo che vinca semplicemente perché gli elettori fossero veramente stanchi della giunta uscente; possiamo anche arrivare a ipotizzare, in linea con la sensazione di rassegnazione già accennata, che sia il prodotto dell’alternanza tanto decantata dalla politica negli ultimi decenni e che porta semplicemente a inserire come candidati figure che sembrano nuove per condurre l’elettore rassegnato a pensare che tanto vale provare prima uno e poi l’altro. Basterebbe semplicemente analizzare i flussi elettorali per capire come si muovono ogni quinquennio. Il tempo dirà le sue verità, ma di queste vittorie piene di entusiasmi l’isola ne ha vissute a iosa e sono sempre naufragate. Certo non possiamo aspettarci nulla da chi ha sempre avuto una posizione favorevole all’occupazione militare, ha perseguito politiche filoatlantiste, ha messo in atto nella ancora precedente esperienza di governo Pigliaru a trazione Pd una disastrosa riforma sanitaria, non ha fatto assolutamente nulla contro lo sfruttamento intensivo del territorio nell’ambito dei parchi di energia cosiddetta rinnovabile, ugualmente non risolvendo i problemi di mobilità dei sardi e dei trasporti interni in generale; insomma in sostanza né più e né meno di quanto visto negli ultimi cinque anni.
Che dire ancora del terzo candidato Soru: anche lui nel tentativo di riciclarsi in senso sardista non incontra il favore atteso da parte degli elettori, in una alleanza che da Calenda e +Europa passava per Rifondazione e le compagini indipendentiste tra cui Liberu, che paga in prima persona questo tipo di alleanza probabilmente mal digerita in seno all’indipendentismo; ma è una analisi che lasciamo a loro che erano un partito in forte costruzione e crescente radicamento e che quindi ora presumibilmente avrà un problema più grande del non aver messo eletti.
Poco altro possiamo dire della quarta candidata, una formazione parzialmente nuova, più probabilmente nata per protesta ma troppo giovane per avere mezzi e una progettualità.
Ma chi vince veramente alla fine sono semplicemente i due poli principali forti di una legge elettorale che dire antidemocratica è riduttivo: uno sbarramento al dieci per cento per le coalizioni, con la solita scusa della governabilità, non serve ad altro che a togliere la rappresentanza del voto di una larga fetta dei votanti e a blindare il potere sempre nella mani delle stesse formazioni politiche, in una logica, come già detto, di un’alternanza che è più un passarsi la palla come se fossero compagni di squadra e gestire il potere e le poltrone un po’ per ciascuno. Paradossale è anche il fatto che parte di quelli che rimangono fuori nonostante percentuali vicine alla soglia in passato hanno avallato pienamente questa legge elettorale.
Questa legge, unitamente alla progressiva e scientifica distruzione dei partiti di massa dagli anni Novanta in poi, non può che comportare una così bassa affluenza alle urne, con percentuali di votanti imbarazzanti per una terra che vive nello sfruttamento e nella spoliazione continua. Ma se è vero che per molti è normale che il fiume scorra lento, per tanti ormai e con ragione probabilmente non ha più senso neanche guardarlo scorrere.
Destra che esce, destra che entra. La costituzione é stata assassinata, oramai da decenni. La democrazia, anche borghese, non esiste. La sola nota positiva é l’ astensione. Non é qualunquismo ma estraneità e consapevolezza che con il voto non si cambia. Dall’ estraneità all’ ostilità e all’ antagonismo verso lo stato, all’ odio diffuso del proletariato verso il potere. É il compito dei comunisti, dei rivoluzionari. Non certo del prc che colleziona l’ ennesima ‘bertinottata’.
"Mi piace""Mi piace"