Dal mondo unipolare verso un mondo multipolare

di Enrico Vigna *

Da alcuni anni il mondo è mutato e si stanno trasformando gli equilibri e le architetture geopolitiche, economiche e strategiche mondiali. Una mutazione veloce, quasi debordante, che procede tuttora a un ritmo incalzante. I vecchi equilibri/relazioni/alleanze fra le potenze mondiali e i rispettivi campi di influenza, vengono bruscamente rimessi in discussione sul piano militare, politico, economico, culturale e persino spirituale. Piaccia o meno, la storia ci presenta questa situazione. Come evolverà o si svilupperà o regredirà saranno, come sempre, la storia e i fatti a sancirlo. Ma negare ciò che sta avvenendo o sottovalutarlo equivale, oggettivamente, a vivere fuori dalla realtà o in dimensioni autoreferenziali dottrinarie; nel contempo, si tratta di non idealizzare o rendere idilliaco un processo che è storico e materiale, quindi suscettibile ed esposto, nei suoi passaggi, a continue modifiche, limiti, contraddizioni o reversibilità oggettive.

Dalla seconda metà del XX secolo fino al 1989, il mondo ha vissuto un’era bipolare, con due campi: da una parte l’Urss, i Paesi socialisti, ma in questo campo rappresentato dall’Urss, va ricordato, vi erano collocati, spesso in modo non formalizzato od organico, i tre quarti dell’umanità (movimento non allineati, i Paesi liberatisi dal colonialismo, i movimenti o fronti antimperialisti in lotta, o Paesi come la Francia che, in difesa della propria indipendenza, non aderiva alla Nato. Dall’altra parte, il blocco Usa/Nato con i Paesi subalterni atlantisti.

Questa fase storica si concluse con la distruzione e dissolvimento dell’Urss e del suo campo, a inizio anni ‘90, ed è stata, di fatto, un’era unipolare, esauritasi da poco. 

Il nostro tempo è segnato dal multipolarismo in cui molteplici attori rivendicano il diritto di operare sul palcoscenico mondiale, pretendendo rapporti più egualitari fra gli Stati, indipendenza, sovranità. Il binomio dominatori/dominati viene rimesso in discussione, non in modo ideologico o di classe in senso marxista, ma come ricerca di risposte sicuramente più sperimentali, meno delineate analiticamente, con mille contraddizioni anche profonde, ma i popoli e i Paesi ne hanno un’esigenza, ormai, di sopravvivenza per trovare vie di sviluppo contro sfruttamento, rapina e saccheggio delle loro ricchezze, per cercare soluzioni di pace alle centinaia di micro o dispiegati conflitti interni, finanziati e sostenuti da potenze straniere per interessi imperialisti e di dominio.

I quattro cardini basilari su cui si regge e si qualifica una prospettiva di mondo multipolare, molto sinteticamente si possono identificare in:

1.  La progettualità economica, dove non è messa in discussione la struttura delle classi sociali, di letture circa plusvalore e sfruttamento della forza lavoro o del sistema capitalistico in generale. 

2. La cooperazione reciprocamente vantaggiosa, come motore per lo sviluppo nazionale di ciascun Paese. Con un interscambio commerciale, di materie prime e infrastrutture. A condizioni non certamente “socialistiche” ma sicuramente molto più favorevoli ai piccoli Paesi del Terzo e Quarto mondo, che non gli ultimi trent’anni di mondo multipolare, fondati su rapine, saccheggi e ricatti, che hanno cancellato l’interesse nazionale di ogni Paese più debole.

3.  Il principio della non ingerenza degli affari interni di ciascun Paese, come principio di rispetto delle indipendenze e sovranità nazionali. Con la salvaguardia, così, di un rispetto reciproco delle caratteristiche intrinseche delle identità e peculiarità di ciascun popolo e Paese.

4.  Forse il punto più basilare per guardare al futuro: quello che fonda le relazioni tra Paesi e Stati sulla base di proposte, percorsi, sforzi indirizzati a soluzioni di pace, negoziali, di conciliazione delle contraddizioni o conflitti. Questo, dopo trent’anni di decine e decine di guerre e conflitti (in questo momento sono 37 in corso), penso che dovrebbe farci riflettere come militanti e attivisti contro la guerra e per la pace. Penso sia una prospettiva verso il futuro, perlomeno positiva da verificare e sperimentare.

Questo scenario apre ad un futuro incerto ma gravido di speranze per chi si batte affinché fra i popoli prevalga il dialogo e non lo scontro, la lotta per la pace e non la guerra. Dagli anni ‘90 siamo stati abituati ad uno scenario di “guerre infinite”, prevaricazioni, ricatti, umiliazioni di interi popoli e Paesi. Il mutamento attuale, pur con tutte le sue inevitabili contraddizioni, è foriero di una radicale inversione di rotta. A chi, finora, ha tratto vantaggio dalla vecchia configurazione dei rapporti internazionali basata sulla prevaricazione dei più deboli, si impone un nuovo modello, basato sulla pacificazione dei conflitti, sulla cooperazione, sul rispetto delle reciproche sfere di influenza, storiche, geografiche, culturali e spirituali. Sì, perché in questi ultimi anni i conflitti e le aggressioni hanno anche un aspetto, molto sottile e non evidente, di annientamento dei diritti dei popoli di mantenere e difendere proprie tradizioni, usi, identità e radici nazionali in nome di un presunta democratizzazione del mondo che, in realtà, è un processo di “occidentalizzazione” del mondo, con l’uso dei “diritti umani”, ma solo quelli stabiliti o appartenenti al mondo occidentale, con l’imposizione di concezioni dei “diritti civili” ma solo di quelli funzionali al perpetrarsi dell’egemonia atlantista. Con l’uso e la fomentazione dello scontro di religioni sciiti/sunniti (Iran/Iraq, Yemen/Arabia Saudita), o Islam/Induismo (India/Pakistan), cristiani/musulmani (Sudan, Siria), ortodossi/ortodossi (Ucraina, Moldavia, Romania), ecc., tutto in una strategia politica di divisione/frammentazione di popoli e Paesi per indebolire o soggiogare pezzi di mondo e restare egemoni e dominanti.

In questi anni, prima la Cina con la proposta della Silk Road/Via della seta, un progetto strategico epocale, poi attraverso il ruolo centrale della Russia con la progettualità dei Brics, si è rotta l’egemonia politica, economica, militare, culturale e spirituale… unipolare nel mondo.

Pensiamo a quanta ricchezza, intesa come materie prime, tradizioni storiche, produzioni industriali o artigianali, ambientali, saperi millenari, valori spirituali, entra in campo e diventa patrimonio di popoli, al di là di ideologie, letture politiche o di fede, o laiche o differenti, ma che si mettono in gioco in una prospettiva paritaria, di interessi diversi ma comuni, di non ingerenze, di rispetto delle differenze… pur restando ognuno con le proprie, ma stando allo stesso tavolo di costruzione, di confronto, con obiettivi proficui, negoziali, di pacificazione, non di aggressione, sottomissione o di dominio, ma di scambio. Non è idillico o idealista, questa lettura è materialismo storico concreto. Perché la proposta strategica di un mondo multipolare, non è fondato su letture ideologiche o di alleanze politiche teoriche, ma fondate su necessità e proposte di sviluppo economiche e pacifiche, dove, però, anche le forze che hanno una visione comunista, socialista, di cambiamenti più profondi, hanno un terreno fertile di impegno e proposte più avanzate, a difesa delle classi popolari e lavoratrici, ma solo se sono interni a questa lettura (e ci sono… come in Russia). Quei Paesi a cui non interessa ne restano fuori e continuano la loro strada nel solco atlantista egemonizzato dal dollaro e dagli Usa. 

Per i popoli e i Paesi non servili si è riaccesa una speranza, un’ipotesi di vie per uno sviluppo non più da soggiogati e sottomessi, ma da attori alla pari e non ricattati o costretti. Questa è una prospettiva che, come dicevo prima, è tutta da vedere nei suoi sviluppi, nelle sue contraddizioni o arretramenti. Ma, per ogni uomo o popolo liberi e dignitosi, o che aspirano a questo, la speranza rappresenta un moto, una spinta positiva o in avanti. Questo è un fatto reale, non un’idea. 

Quanto sta avvenendo impone un profondo ripensamento di giudizi e prospettive, anche nel campo di chi cerca un’alternativa all’attuale sistema. Sorgono nuovi paradigmi, nuove chiavi interpretative. Pur restando fermo l’orientamento principale, a difesa dei popoli e delle classi subalterne, è necessario ampliare la propria visione del mondo.

Lo sviluppo dirompente dei Brics, della Nuova via della seta sono un dato di fatto della realtà e del mondo che stanno cambiando e, comunque la si pensi, chi non si confronterà con tutto ciò resterà fuori dalla storia, in primis, quelle forze che hanno come obiettivo di cambiare il mondo.

Gli imperi sorgono e gli imperi cadono, spesso attraverso il rifrangersi delle loro stesse contraddizioni internamente distruttive o loro inflitte dal mondo esterno.

Le più massicce tendenze nell’ordine mondiale moderno si stanno manifestando nel rivolgersi, da parte di decine di Paesi in via di sviluppo, a richieste di adesione ai Brics o di definire con questa associazione azioni congiunte. Allo stesso tempo, il progetto più rilevante e strategico è l’obiettivo della dedollarizzazione del mondo moderno, cioè il passaggio a normative commerciali internazionali in valute nazionali. Anche il piano di creare una nuova moneta comune, viene discussa sempre più attivamente tra i membri dei Brics.

Quasi ogni giorno, ora, porta nuove prove di politiche più indipendenti dei Paesi in via di sviluppo. Nel 42° Summit dell’Asean, tenutosi in Indonesia, è stato deciso di resistere alle pressioni di Washington volte a limitare la Cina nella regione indo-pacifica, questa è una ulteriore dimostrazione che anche l’Asean non intende essere una mera pedina nella geopolitica statunitense.

Per analizzare una prospettiva di mondo multipolare, occorre sinteticamente vedere la situazione di chi guida, orienta e assoggetta il blocco unipolare: gli Stati Uniti.

Tra le cause primarie del crollo dell’Impero romano vi furono, tra le altre, il debito sempre più insostenibile guidato dalla moneta imperiale “fiat”, le mire insaziabili di guerra e di conquista, la disintegrazione del tessuto morale e sociale, la degenerazione corrotta della sua élite.

L’impero statunitense globale, vettore e guida assoluta del mondo unipolare, a volte indicato come impero del caos, sembra identificarsi pienamente in questo scenario e potrebbe incontrare una fine simile, se continuerà con le sue attuali strategie aggressive e non disposte a trovare soluzioni negoziali o di cooperazione col resto del mondo. Per ora, il partito unipolare e di guerra negli Usa, su entrambi i fronti politici nazionali, si caratterizza, piuttosto, occupato da esponenti del fervore sciovinistico nazionalistico, quasi xenofobo contro tutto ciò che non è Stati Uniti o atlantista.

Zbigniew Brzezinski, uno degli architetti storici della politica globalista statunitense, aveva avvertito già molti anni fa che la Russia e la Cina avrebbero gradualmente superato gli Usa come superpotenze mondiali, inaugurando una nuova era di multipolarità.

L’insostenibile debito nazionale, l’esternalizzazione economico-produttiva e un sistema finanziario controllato dalla Federal Reserve Bank privata che controlla saldamente i destini del popolo statunitense creando una sempre più crescente disparità di reddito con una classe media impoverita e sempre più larghe parti di popolazione in stato di miseria, sono indicatori di prospettive pessimistiche per il futuro degli Usa, che trascinerà nel baratro anche i Paesi atlantisti fedeli o ricattati. Questo potrebbe far capire perché decine di Paesi in via di sviluppo o non soggiogati, africani, asiatici, sudamericani stanno volgendo i propri destini verso Brics, Silk Road, cioè un mondo multipolare, in primis per sganciarsi dai cappi e dai ricatti che li hanno immiseriti e per trattare a condizioni meno capestro le loro ricchezze e perché il bisogno primario che hanno è quello di infrastrutture, mentre il blocco unipolare è più propenso e abituato a prendere e imporre anche militarmente, che a trattare. Oltre che avere negli armamenti l’investimento più importante e proficuo.

Per mantenere un ordine mondiale unipolare, l’Occidente atlantista ha bisogno del dominio imperialista. Deve avere la grande maggioranza dei Paesi del mondo come Stati vassalli, di fatto un sistema internazionale neocoloniale. L’élite dirigente imperialista utilizza la maschera ideologica pseudoprogressista della “globalizzazione democratica”, della difesa dei diritti umani e civili, mai di quelli sociali e collettivi, del superamento degli Stati nazionali come pretesto per il proprio dominio. Usano istituzioni come l’Ue, la Banca mondiale, il Fmi e il Wef per imporre il dominio economico e la Nato per imporre il dominio militare.

In contrasto a tutto questo c’è, ora, una proposta strategica che sta realizzando il più grande progetto di sviluppo economico e di costruzione strutturale mai intrapreso al mondo: la Nuova via della seta. Il progetto, se si realizzerà, determinerà un cambiamento sovvertitore della mappa economica (e non solo) del mondo. L’epocale obiettivo è quello di far risorgere l’antica via della seta come un moderno corridoio di transito, commercio ed economico che va da Shanghai al Mare del Nord, creando una zona economica e di cooperazione, che si estenderà per oltre un terzo della circonferenza della terra con la costruzione di ferrovie, strade e autostrade moderne, reti di trasferimento e distribuzione di energia e reti in fibra ottica, gasdotti, oleodotti, ecc. Oltre ad un’altra parte altrettanto straordinaria che è la componente marittima, la “Via della seta marittima” (Msr), grandiosa quanto il progetto terrestre, che collegherà la Cina con il Golfo Persico e il Mar Mediterraneo attraverso l’Asia centrale e l’Oceano Indiano. Una volta completata, collegherà quattro continenti: Asia, Europa e Africa e l’America Latina. La catena di progetti infrastrutturali creerà il più grande corridoio economico del mondo, coprendo una popolazione di 4,4 miliardi di abitanti e una produzione economica di 21 trilioni di dollari. Questo significherà una nuova rinascita nel commercio, nell’industria, nelle scoperte, nelle invenzioni e nella cultura e decine di milioni di posti di lavoro e possibilità di prosperità e sviluppo per le classi popolari.

La Silk Road, alla fine, includerà più di 150 Paesi e migliaia di organismi internazionali. Il più grande progetto infrastrutturale e di investimento della storia, che comprenderà il 65% della popolazione mondiale e inizialmente il 40% del Pil globale e sostituirà l’attuale fatiscente ordine basato su regole funzionali all’egemonismo unipolare, con un impianto che rispetti l’indipendenza e la sovranità delle nazioni, rifiuti l’unilateralismo e si basi su principi basati sul mercato per favorire una ripartizione più equa della produzione e della ricchezza.

Esempi che possono far capire che questo processo mondiale di cambiamento è per ora dilagante, nonostante le dure contromisure e controproposizioni da parte di Washington, che in questi ultimi anni ha attuato enormi pressioni e minacce, per esempio sugli Stati arabi, chiedendo che non permettessero il ritorno della Siria nella Lega degli Stati arabi, operazione fallita, vista la normalizzazione delle relazioni con Damasco di quasi tutti i Paesi arabi e musulmani. Fatto che, nel concreto della realtà siriana, significa da un lato la ripresa di aiuti umanitari per la popolazione e, dall’altro, un ulteriore passo verso la pace per il martoriato Paese.

Gli Stati arabi, come altri Paesi del Sud, capiscono che devono difendere da soli la loro sicurezza e i loro interessi nazionali senza sottomissioni agli Usa; questo ha prodotto, dopo decenni, la riconciliazione dell’Iran e dellArabia Saudita e l’inizio delle discussioni su sistemi di sicurezza nel Golfo senza gli Stati Uniti.

Un’altra dimostrazione forte e rischiosa, che evidenzia un ruolo più indipendente degli Stati del Sud del mondo, è il loro rifiuto di aderire alle sanzioni antirusse imposte dall’Occidente. È interessante notare che nessun Paese a maggioranza musulmana, nonostante le dure pressioni di Washington, ha accettato di sostenere le misure restrittive delle potenze occidentali contro Mosca. Al contrario, dall’inizio del conflitto russo-ucraino, il commercio della Russia con Cina, India, Brasile, Iran e molti altri Paesi in via di sviluppo è cresciuto notevolmente.

In un sondaggio condotto lo scorso anno dall’Arab Center for Research and Policy Studies di Doha, il 78% degli intervistati in 14 Paesi arabi ha affermato che gli Stati Uniti sono la principale fonte di minacce e instabilità nella regione e, allo stesso tempo, la maggioranza definisce gli Stati Uniti “una potenza imperialista ipocrita che rispetta solo a parole i diritti umani e la democrazia…”.

Come scrisse, già nel 2019, il giornalista e analista finanziario statunitense Robert Berke, su «Oil Price»: “[…] La nuova via della seta potrebbe cambiare per sempre l’economia del globo…”. Tutto questo mentre la nostra epoca è ormai costellata di conflitti geopolitici e guerre che stanno portando a uno scontro devastante per l’umanità. 

Questa è la proposta di un mondo multipolare, l’alternativa è sotto gli occhi di tutti. Guerre, conflitti, odio e soggiogamenti dispiegati.

Nei nostri sistemi di “democrature” (democrazia nella forma, dittatura/egemonica nella sostanza), la guerra è una necessità economica, un completo connubio tra sussidio pubblico e profitto privato: socialismo per i ricchi, capitalismo per i poveri. Il giorno dopo l’11 settembre i prezzi delle azioni dell’industria bellica salirono alle stelle. Si preparavano nuovi spargimenti di sangue, fu definita la “guerra infinita”, il che è positivo per gli affari delle multinazionali delle armi.

E questo è rimasto da allora, un marchio di business: “guerra infinita” garantisce produzione, profitti, affari e assoggettamenti. Dall’Afghanistan all’Iraq, Palestina, Siria, Sudan, Somalia, Libia, Yemen, Ucraina, Haiti. 

Nel mondo unipolare ci raccontano quanto siano malvagi i talebani, non che il furto di 7 miliardi di dollari delle riserve bancarie del Paese, da parte degli Usa, stia causando migliaia di morti per fame e sofferenze ad altri milioni di civili. 

Al vertice di Madrid, la Nato, controllata dagli Stati Uniti, ha adottato un documento strategico che militarizza il continente europeo e prevede la prospettiva di una guerra con Russia e Cina. Proponendo una “guerra a più parti” contro rivali che sono alla pari e dotati di armi nucleari”. In altre parole, una guerra nucleare.

Concludendo, penso che proprio oggi, qui, in questo evento che raccoglie persone e attivisti che hanno nella lotta per la pace, contro le guerre un impegno concreto, sia importante comprendere che, per le guerre in Palestina, Yemen, Donbass, Libano, Siria, Libia, Sudan, Kosovo, Saharawi, Somalia, Eritrea, per la crisi in Ucraina, per le crisi violente vicine ad esplodere come in Transnistria, Moldova, Bielorussia, Taiwan, Corea, ecc. (sono 37 in questo momento), per i venti di guerra sempre più forti nei Balcani, in Kosovo, Serbia, Repubblica Srpska, per i popoli coinvolti, anche solo prospettive di fermare la guerra e i relativi massacri, creare tavoli di negoziazione, come è nella prospettiva di un mondo multipolare, credetemi, è tanto, ma proprio tanto. Qualcuno dirà che è troppo poco, ma per i popoli aggrediti che resistono è tanto.

Per essi è una necessità di sopravvivenza.

Nel mondo, oggi, è ormai chiara una frattura destinata ad allargarsi: da una parte i tre quarti dell’umanità, dall’altra un gruppo elitario/egemonico che pretende di continuare a stabilire le regole del gioco a suo uso e consumo, per mantenere i suoi privilegi e interessi. I popoli e i Paesi del mondo liberi e indipendenti non paiono più disponibili ad accettarlo e a continuare a sottomettersi.

Nel dicembre 2021, la Russia propose pubblicamente un tavolo di confronto tra tutte le parti per varare un piano di sicurezza di vasta portata, che tenesse conto delle esigenze di tutti. Fu respinto, deriso o liquidato dai media occidentali. Chi ha letto quelle proposte punto per punto? Era una proposta di negoziazione e conciliazione. Era una proposta di pace. Respinta, rifiutata. Perché? Perché in un mondo unipolare essi hanno bisogno di guerre, di imposizioni, di conflitti tra i popoli per continuare a dominare il mondo. Ma i tempi stanno cambiando e anche velocemente. 

Penso che sia necessario e utile per tutti creare momenti di riflessione, approfondimento, conoscenza, come questo, cercando l’interazione con studiosi di vari indirizzi ed esperti internazionali interni e direttamente coinvolti in questo mutamento epocale. Noi, nel nostro piccolo ma con forti relazioni e collaborazioni internazionali come Sezione italiana dell’Osservatorio internazionale della Silk Road e come Iniziativa Mondo Multipolare/Centro Iniziative per la Verità e Giustizia, che esiste ormai da quattro anni, cerchiamo e cercheremo di organizzare momenti di approfondimento, confronto, con seminari, incontri pubblici e anche progetti internazionali, finalizzati a creare un tavolo di analisi e discussione aperta, laica e non dogmatica sul tema del mondo multipolare. 

I nostri compiti possibili:

– Impegnarci e lavorare sull’informazione e rivolti ai giovani.

– Denunciare l’invio di armi, munizioni, equipaggiamenti e personale militare nei teatri di guerra e nei conflitti. 

– Attuare campagne informative costanti e capillari su cos’è e cosa fa la Nato e quanto costa ai cittadini italiani e rilanciare una cultura di indipendenza e sovranità, che significano liberarsi da una cultura storica di asservimento politico, economico e culturale. 

– Insieme ad una continua solidarietà concreta con i popoli aggrediti e resistenti, questo è un lavoro fattibile e concreto di sostegno e solidarietà verso i popoli del mondo che resistono.

Non dimentichiamoci cosa affermò nel lontano 1917, ma resta come una pietra miliare tutt’oggi, il direttore del «Manchester Guardian», C. P. Scott, in una conversazione, poi rivelata nelle sue memorie, con il primo ministro britannico Lloyd George: “Se la gente sapesse davvero la verità, la guerra finirebbe domani, ma loro non lo sanno e non possono saperlo…”.

* Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG (Centro di iniziative per la verità e la giustizia)

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