Intervista a Davide rossi, storico, insegnante e giornalista, direttore del Centro Studi “Anna Seghers” e presidente della commissione di controllo del Partito Comunista (Svizzera).
di Stefano Zecchinelli
D. Prof. Rossi, quella che Diana Johnstone ha definito “sinistra zombie” continua a definirla un “sovranista rossobruno”. Questa mistificazione, la quale genera “dissonanza cognitiva” nei compagni più inesperti, è figlia d’un grande equivoco ideologico e politico. Qual è il legame intercorrente fra sovranità e socialismo?
R. Intanto son contento che si sia capito, come tanti professori e politici stanno spiegando, che esiste un sovranismo di sinistra, ovvero una possibilità di rivendicare i diritti sociali: casa, scuola e lavoro, pensioni e trasporti, per le donne e per gli uomini europei, e che non esiste un solo modo essere di sinistra, ovvero come fanno i socialdemocratici – in Italia il Pd e tutti i suoi alleati – sottomettendosi alle politiche di austerità, del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio. Politiche che hanno fatto gli europei più poveri e più disperati. Io sono stato tacciato, direi diffamato, per primo, ben otto anni fa, di essere un rossobruno. Oggi, chiunque come me sia contrario al mondo unipolare, sia contro il separatismo etnico e promuova un mondo multipolare e di pace fondato sul ruolo attivo svolto da Cina, Russia, Iran e Venezuela è rossobruno. La sinistra liberal e socialdemocratica è subalterna al liberismo economico, alla Nato e alle sue politiche di rapina delle materie prime energetiche e alimentari in tutti i continenti. Se una sinistra in Europa ci sarà nel XXI secolo, o sarà solidale e per la sovranità nazionale, oppure non ci sarà. È la rinascita di una sinistra patriottica, alternativa alla sinistra liberale.
D. Eppure, in perfetta malafede, il progressismo filo-Usa continua a parlare d’una sinistra contro gli immigrati e contro i diritti civili. Come risponde a queste accuse, alla prova dei fatti, totalmente fuori luogo?
R. Questa è una sciocchezza! Io lavoro con gli immigrati tutti i giorni come professore. Ogni essere umano è mio fratello e se i longobardi non fossero immigrati in Lombardia quindici secoli fa, io non sarai un loro discendente, nato a Milano dietro Sant’Ambrogio. Il problema è che un generico umanitarismo che non si ponga il problema della guerra tra europei e stranieri, ugualmente poveri e disoccupati, alimentata dal sistema capitalistico, precipita la sinistra in un buonismo demenziale. Per quanto riguarda i diritti civili, ben vengano, ma non possono essere il cuore dell’azione della sinistra, i giusti diritti civili sono diventati la bandiera della sinistra liberale che nel frattempo ha massacrato tutti, etero e lgbtq+, sposando il liberismo, da sempre credo che dobbiamo immaginare una sinistra patriottica che garantisca i diritti civili, tuttavia dopo quelli sociali. Costruire una sinistra patriottica dovrebbe portare a rileggere Gramsci e Togliatti, a riscoprire il valore della cultura, delle tradizioni, della religione come parte essenziale dell’identità personale e collettiva delle donne e degli uomini. Una sinistra internazionalista e non cosmopolita, consapevole che Sankara in Burkina Faso e Chávez in Venezuela prima dell’Internazionale cantavano l’inno della loro patria ed erano grandi amici dei comunisti coreani che sono certo marxisti, ma anche molto patriottici. «Patria Indipendente» è il mensile dell’Anpi, l’associazione dei partigiani italiani, forse qualcuno, a sinistra, se lo è dimenticato.
D. Molti osservatori superficiali e digiuni di conoscenze storiche, deridono la sua prassi d’andare in giro sempre con il nastro arancione e nero di san Giorgio e qualche medaglia appuntata alla giacca. Perché nell’Occidente collettivo la memoria storica e il grande contributo dato dall’Unione Sovietica nella distruzione del fascismo, sono stati colpevolmente rimossi?
R. Sorrido di gusto. Sorrido perché intuisco di non essere capito, qui, in Europa occidentale. Eppure, quando passeggio per Mosca o per qualsiasi altro Paese, dalla Turchia all’Ecuador, vengo capito e apprezzato. Il nastro rappresenta la vittoria contro il nazifascismo, il 9 maggio 1945 l’Armata Rossa guidata da Stalin porta a termine la liberazione della Germania e di Berlino, quel giorno lo festeggio sempre, ora non posso più, come spesso in passato a Berlino, perché tale nastro è diventato un reato passibile con anni di carcere. Partecipando a queste manifestazioni, sono stato insignito di alcune medaglie commemorative, portarle mi onora e dovrebbe essere un onore per chiunque si dichiari antifascista. Ventisette milioni di morti sovietici, civili, militari, partigiani, uccisi e caduti per sconfiggere la cultura razzista e discriminatoria del nazifascismo, peccato molti si siano dimenticati presto quel sacrificio, diventando anche a sinistra anticomunisti. Ribadisco in modo inequivocabile, se ancora ce ne fosse bisogno, che non ho mai avuto simpatie per il fascismo, anzi, ritengo necessario commemorare, ricordare e festeggiare la sua definitiva sconfitta, il nazifascismo e il socialismo sono alternativi e incompatibili, totalmente antipodici. Il socialismo è l’uguaglianza, il nazifascismo è la costruzione di una società discriminatoria al servizio degli interessi economici del capitalismo. Un secolo fa il capitalismo sosteneva i fascismi, oggi si aggrappa ai partiti che promuovono il liberismo sotto tutela della Nato, la quale non a caso foraggia e sostiene battaglioni nazifascisti in Ucraina. Sarebbe utile che la sinistra europea si facesse consapevole che il problema è rappresentato dalla finanza speculativa e dal sistema capitalistico occidentale, tutto orientato al profitto senza ricadute sociali. Basta guardare l’Africa, i cinesi costruiscono case, ferrovie, autostrade, pozzi, scuole, l’Occidente ha rubato e ruba senza preoccuparsi dello sviluppo del continente.
D. Africa, Asia, America Latina, Europa Orientale, Medioriente, i suoi viaggi sono stati innumerevoli.
R. Ho camminato per le strade del mondo perché solo così, oltre che studiando, lo si può conoscere e capire. Io studio e leggo molto, ma poi viaggio per conoscere altre persone e capire dalla loro concreta vita quotidiana come stanno le cose. Girando per il mondo si può scoprire che i marxisti sono tanti e che il marxismo non è un pezzo di antiquariato cestinato con il 1989, ma qualcosa di vivo, capace di mobilitare donne e uomini, con una nazione come la Cina Popolare, prima potenza economica e militare di questo secolo, che dimostra come il socialismo, quando sviluppa le forze produttive, sia vincente, così come altri paesi, dal Laos all’Angola, dalla Mongolia a Cuba, che hanno declinato il loro cammino di emancipazione in forme nuove, adatte al tempo presente.
D. Qual è l’attualità di Marx nel ventunesimo secolo, in un’epoca di, come la chiamava Luciano Gallino, “lotta di classe dall’alto”?
R. Il pianeta non mi sembra un paradiso, già prima dell’attuale guerra che la Nato vuole estendere a tutto il mondo. Ci sono i problemi ecologici e ambientali, i bambini in Congo che con le unghie e i polpastrelli scavano nelle miniere e qui i giovani – europei e immigrati – che fanno lavori precari per pochi centesimi di euro all’ora. La risposta a tutto questo può venire solo da un nuovo paradigma sociale fondato sull’uguaglianza. Il liberismo ha pensato di rappresentare la democrazia, ma questa menzogna, propagandata con un qualche successo nei primi anni dopo il 1989, dimostra oggi in modo del tutto evidente il proprio fallimento, l’umanità vuole risposte ai problemi del tempo presente ed è abbastanza ridicolo che l’Occidente, agitato per il suo declino non reversibile, che io tra i primi ho segnalato già un quindicennio fa, definisca dittature tutte le forme statuali che non corrispondano al suo sistema di finta alternanza tra partiti che compiono le stesse politiche. Un mostro bicefalo, con destre e sinistre al servizio di un unico modello sociale, quello liberista, che rende tutti più poveri, in qualsiasi continente. Marx ci ha insegnato e ci insegna molto, se vogliamo costruire una società fondata sul rispetto delle persone e non sulla loro umiliante mercificazione. Viviamo in un’epoca di passaggio, violenta e affascinante come tutte le epoche di transizione. La storia non è finita, avanza impetuosa, essere uno storico che si occupa del mondo mi regala la fortuna di raccontarlo come era, cercando di scrutarne i segni di come sarà.
Lascia un commento