di Stefania Fusero *
Mentre gli Stati Uniti buttavano soldi nel pozzo senza fine delle loro innumerevoli guerre “contro il terrore”, la Cina investiva nello sviluppo della propria economia, delle infrastrutture, nella lotta contro la povertà, dimostrando che la priorità di una parte è lo sviluppo, quella dell’altra è la guerra.
Nel suo recente articolo su «l’Antidiplomatico», Giuseppe Masala ha spiegato in modo esaustivo ed efficace quali siano i veri motivi che hanno nuovamente riportato in Cina la Segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen.
Fra l’altro, dopo avere citato da una dichiarazione di Yellen “… Ora assistiamo allo sviluppo di capacità in eccesso in ‘nuovi’ settori come quello solare, dei veicoli elettrici e delle batterie agli ioni di litio”, Masala giustamente afferma che: “tradotto in linguaggio semplice, la Yellen sta dicendo che il sistema produttivo Usa non riesce a reggere la concorrenza cinese…”.
Praticamente alla stessa conclusione giunge Simplicius the Thinker nel suo post “Yellen Dispatched to Beg China for Face-Saving Slowdown“ [Yellen inviata ad implorare la Cina di rallentare per salvare la faccia degli Usa]: “Il nocciolo della questione è che la Cina sta semplicemente superando alla grande i decrepiti e deteriorati Stati uniti, e le élite in preda al panico hanno inviato Yellen a implorare la Cina di “rallentare” e di non metterli in imbarazzo sulla scena mondiale”.
C’è di più, però. Quando Yellen denuncia e lamenta una “sovracapacità di energia pulita” da parte della Cina – citando specificamente solare, veicoli elettrici e batterie agli ioni di litio – si arriva direttamente al tema della lotta contro la crisi climatica globale.
In questo ambito, contrariamente alle incessanti campagne denigratorie occidentali, la Cina si è mossa coerentemente all’impegno in difesa dell’ambiente annunciato nel 2014 da Xi Jinping, traducendolo in un programma climatico organico di cui non si è mai visto prima d’ora niente di simile, come riconosciuto dal presidente del Fondo per la difesa ambientale.
Nello specifico dell’energia solare, l’Agenzia internazionale per l’energia ha osservato che le politiche industriali cinesi incentrate sul fotovoltaico hanno contribuito a una riduzione dei costi di oltre l’80%, aiutando il settore a diventare la tecnologia di generazione di elettricità più conveniente in molte parti del mondo – un importante contributo alla decarbonizzazione globale.
Lamentandosi di ciò che chiama “sovracapacità di energia pulita”, Yellen implicitamente ammette che la priorità per il governo statunitense non è la lotta globale contro la crisi climatica, bensì il mantenimento dei profitti delle corporazioni e delle élite finanziarie Usa. Mette a nudo il fatto che i governi occidentali servono gli interessi di ristrette minoranze oligarchiche, non della massa delle loro popolazioni.
Basta dare una semplice occhiata alla composizione del debito pubblico Usa, che ha raggiunto la stratosferica cifra di $34 bilioni – sì, 34.000 miliardi di dollari – di cui dall’inizio della guerra in Afghanistan ben 14 bilioni sono andati in spese militari. Mentre gli Usa buttavano soldi nel pozzo senza fine delle loro innumerevoli guerre “contro il terrore”, la Cina investiva nello sviluppo della propria economia, delle infrastrutture, nella lotta contro la povertà, dimostrando che la priorità di una parte è lo sviluppo, quella dell’altra è la guerra.
Non sorprende che le politiche estere dei due Paesi siano agli antipodi, sia nei principi guida enunciati nei rispettivi documenti ufficiali, sia nel linguaggio adottato, sia nella postura adottata nei confronti degli altri Paesi. La Cina usa il linguaggio della diplomazia, rifiuta la logica dei blocchi contrapposti, non fa parte di alleanze militari organiche, è alla costante ricerca di partner per i suoi vari progetti internazionali, Belt & Road Initiative in primis, che beneficino se stessa ma anche quelli. Gli Usa invece non vogliono partner, ma subordinati da cui pretendono lealtà assoluta fino al sacrificio dei loro stessi interessi, ed usano le armi della minaccia militare ed economica, secondo la logica di un supposto “ordine internazionale basato sulle regole”, regole che loro stessi cambiano a seconda dei tempi e delle circostanze.
La Cina si piegherà alle richieste e alle più o meno velate minacce che provengono dagli Usa e dai loro satelliti?
Come scrive Radhika Desai in un recente articolo: “Purtroppo per Yellen, la Cina non è né il Giappone né l’Europa, ma un’economia socialista il cui governo è orientato a promuovere uno sviluppo egualitario per la sua popolazione. La Yellen … troverà [la Cina] disponibile a cooperare per il bene delle persone e del pianeta. Ma non si arrenderà né si darà per vinta quando le verrà chiesto di danneggiare la propria economia, i propri lavoratori e la possibilità di affrontare il cambiamento climatico, tutto semplicemente per promuovere gli interessi delle improduttive, inefficienti e finanziarizzate società statunitensi”.
* Friends of Socialist China
Immagine: U.S. Department of Treasury, Public domain, via Wikimedia Commons