Nicaragua e “Alba”: una nuova “geopolitica di resistenza” e rivoluzione – Intervista esclusiva a Sua Eccellenza Monica Robelo Raffone, Ambasciatrice del Nicaragua in Italia

di Adriana Bernardeschi

La Rivoluzione sandinista, l’integrazione antimperialista nell’“Alba”, la collocazione nel fronte internazionale del multilateralismo e la solidarietà con la Russia e la Cina.

D. Ambasciatrice Monica Robelo Raffone, ringraziandola infinitamente per averci accordato questa intervista, per noi molto prestigiosa, vorremmo iniziare chiedendole: in questa fase della storia che stiamo vivendo, il socialismo del XXI secolo ha mutato i rapporti di forza internazionali. Come ha recepito il Nicaragua questa nuova sfida in senso progressista?

R. Il socialismo del XXI secolo ha significato tanto per il nostro Paese, avviando il Nicaragua verso un processo politico e sociale che, nonostante la storica ostilità degli Stati Uniti, ha fornito le basi materiali per concretizzare e avviare una vera rivoluzione democratica, economica, sociale e culturale. Dimostrando come dal subcontinente latinoamericano siamo riusciti a uscire dalla trappola del neoliberalismo, con un orizzonte di cambiamenti dal Sud e per il Sud, con proposte rinnovate e innovative. Le nostre trasformazioni sociali sono il risultato di un processo rivoluzionario in costante evoluzione, determinato da una guerra di liberazione nazionale dotata di una prospettiva verso il futuro, questioni entrambe determinanti per comprendere tanto l’eredità storica come la portata dei risultati ottenuti dal popolo e in beneficio del popolo.

D. Che cosa ha rappresentato per il Nicaragua la nascita dell’Alba, in un contesto dove una parte dell’America Latina cercava di alzare la propria voce per creare alleanze strategiche e concretizzare una possibilità di uscita reale dall’unipolarismo nordcentrico e statunitense?

R. Con la nascita dell’Alba per il Nicaragua, insieme ai Paesi che ne fanno parte, è iniziata una nuova e inedita fase nella storia della cooperazione e dell’integrazione latinoamericana. Un’alleanza di Paesi fondata su un modello alternativo di relazioni solidali fra Stati e popoli, dove la questione sociale è stata collocata su un piano paritario con quella economico-commerciale e non secondo la regola capitalistica del profitto. È un progetto che, nella sua valenza ideologica, ha rappresentato un’opposizione, di forma e sostanza, al paradigma storicamente presente in America Latina e “dettato” dagli Stati Uniti, volto alla genuflessione o all’integrazione subordinata dirette dalle classi dominanti, nord, centro e sudamericane. Un paradigma di “geopolitica della resistenza”, oltre che di “insubordinazione economica” nei confronti degli Usa e delle multinazionali, in grado di affrontare la sfida dell’attualizzazione teorica e pratica del socialismo rivoluzionario, offrendo il suo esempio a tutte le democrazie partecipative e progressiste del mondo.

D. Questo modello vincente ha rappresentato una minaccia per gli Stati Uniti e il loro modello coloniale…

R. Certamente: dimostrando concretamente come le lotte per le rivendicazioni sociali e i processi di trasformazione politica possano trasformarsi in autentiche strategie per il superamento delle grandi diseguaglianze e delle guerre imposte dalle leggi del capitalismo. Dimostrando come, in concreto, possano coniugarsi socialismo e sviluppo, solidarietà e integrazione, proprio nel “cortile di casa” dove da sempre si decide la sostenibilità strategica della superpotenza e dove le politiche di dominazione della “dottrina Monroe” non hanno mai smesso di insidiarci.

D. Ha parlato spesso della valenza del modello sandinista e delle sue politiche: potrebbe indicarci come il ruolo dello Stato ha determinato gli indici di crescita del Paese ?

R. Il modello Sandinista ha riportato la centralità del ruolo dello Stato, attivo in economia, quindi nella fase produttiva, nella distribuzione, nella gestione degli scambi internazionali, incanalando le risorse verso uno sviluppo sostenibile. Il governo sandinista destina oggi il 57% del proprio bilancio allo stato sociale e le entrate fiscali derivate da tasse, cooperazione, donazioni da parte di organismi bilaterali e multilaterali diventano ospedali, centri di salute, laboratori, scuole, ponti, strade, ampliamento della rete elettrica ed energetica che oggi coprono l’intero Paese, compresa quella costa caraibica dimenticata, che oggi è collegata al Pacifico grazie alla costruzione di ponti e chilometri di strade, producendo lavoro e ricchezza. Abbiamo dimostrato la valenza assoluta, la continuità, anno dopo anno, di politiche economiche e sociali virtuose, con la trasformazione del Nicaragua in un Paese che genera al suo interno un’economia diversa e vincente, riconosciuta come tale dagli stessi organismi internazionali. Portando avanti uno sviluppo sostenibile centrato sull’individuo, riscattando un sistema valoriale e identitario dello Stato nazione, mettendolo a servizio del popolo: il popolo presidente.

Questi risultati, sono la risposta al consenso popolare raggiunto dal governo popolare guidato dal presidente Daniel Ortega e dalla vicepresidente, Rosario Murillo.

D. Come si colloca oggi il Nicaragua sullo scenario internazionale, alla luce dei nuovi assetti geopolitici?

R. In questi 17 anni, con il ritorno del Frente Sandinista al potere, il governo del presidente Daniel Ortega, oltre al riscatto socioeconomico del Paese, ha ridato dignità alla nostra politica estera, costruendo alleanze solide e rafforzando quelle storiche. Sono alleanze che non prevedono ingerenze nella conduzione delle politiche economiche di nessuno, ma basate sull’interesse mutuo, capaci di opporsi all’unipolarismo come modello imposto di matrice neocoloniale, attuato in forma indiscriminata sotto la minaccia di sanzioni, blocchi, ed esercitato attraverso un terrorismo mediatico.

D. A partire dai rapporti del Nicaragua con la Cina e la Russia, quale potrebbe essere la risposta della “superpotenza”, minacciata da alleanze destinate da far da contrappeso e a sfidare quegli “equilibri globali” che ancora vorrebbero dettare gli Usa?

R. Siamo sicuramente di fronte a un nuovo capitolo nello scontro permanente che oppone Washington agli Stati che non si conformano alla loro linea di politica internazionale, che non cercano il perdono nel momento in cui rappresentano un affronto all’orgoglio della nazione che si autodefinisce “eccezionale” e che si dice destinata dalla provvidenza a controllare il mondo. Per quanto riguarda i nostri rapporti con la Russia, non abbiamo avuto incertezze nel sostenere Mosca, sin dal primo momento, contro l’aggressione della Nato alla sua sicurezza. Difendiamo anzi l’intesa politica e diplomatica tra Managua e Mosca, erede di quella con l’Unione Sovietica nata negli anni Ottanta. Con Mosca abbiamo accordi di partenariato sui temi della sicurezza, dell’applicazione dell’energia atomica per fini pacifici e in altri campi, una politica che ha avuto come prevedibile reazione l’imposizione da parte dell’Impero di restrizioni in materia di importazione ed esportazione di articoli e servizi per la difesa di origine statunitense, con il solo proposito di limitare le nostre capacità commerciali e di difesa.

Portiamo avanti con successo, le rinnovate relazioni con la Cina e con molti altri Paesi con i quali abbiamo costruito e rafforzato in questi anni legami basati su una condivisione di interessi e di cooperazione economica reciprocamente vantaggiose.

D. Per concludere, Sua Eccellenza: il Nicaragua è stato protagonista solitario di una grande rivendicazione presso la Corte Internazionale di Giustizia a difesa della Palestina, capace di mettere sotto accusa un’altra grande potenza occidentale, la Germania…

R. Il Nicaragua è stato uno dei primi Paesi a riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese, stabilendo relazioni diplomatiche già nel 1980. Un gesto che ha significato non solo il riconoscimento della lotta del popolo palestinese per la propria autodeterminazione, ma un attestato della profonda amicizia e identificazione tra le nostre due nazioni. La nostra solidarietà militante si è manifestata a più riprese con condanne all’occupazione israeliana, con appelli per un processo di pace a difesa dei diritti inalienabili del popolo palestinese. Il genocidio non può essere impunito e il collaborazionismo e l’istigazione ancor meno tollerati. Il ricorso di Managua alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è stato un dovere morale, un dovere giuridico e un atto di coraggio, di fronte al cinismo e all’ipocrisia di chi baratta profitto con vite umane, di chi pensa di espiare i propri crimini e assolvere i propri peccati cancellando la memoria collettiva, mettendo un’ulteriore firma sui propri sfrenati sentimenti razzisti e xenofobi.

Come era da immaginarsi, la settimana successiva all’udienza all’Aia, un comitato del Senato statunitense ha votato a favore di un progetto di legge volto a imporre ulteriori misure coercitive unilaterali nei confronti del Nicaragua. Nonostante ciò, il popolo del Nicaragua sarà sempre a fianco del popolo palestinese, segue e seguirà sempre in modo solidale e fraterno la causa e la lotta del popolo della Palestina, nella ricerca della pace e della difesa del diritto internazionale.

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