25 Aprile: notarelle milanesi

di Nunzia Augeri

Come partecipare a una manifestazione e riuscire solo a vedere pochissimo per l’enorme folla convenuta: più di centomila persone. Un meraviglioso 25 Aprile in cui Milano ha dispiegato tutta la sua forza antifascista.

Per fortuna non piove. Appena uscita dal metro, nei corridoi della stazione di Porta Venezia, la folla che si riversa verso le uscite fa già presagire una manifestazione molto sentita. Su piazza Oberdan c’è l’atmosfera delle grandi occasioni: un gruppo di giovanissimi accoglie i manifestanti al grido di “Meloni, Meloni, fuori dai c…ni”, ed è un grande piacere sentirli. La distribuzione di manifestini e l’offerta di stampa dei più diversi gruppuscoli è insistente, e fa un po’ di malinconia constatare sul campo la frammentazione – o meglio, la riduzione in briciole – della sinistra. Subito all’inizio di corso Venezia la folla si infittisce, sotto un cielo di bandiere palestinesi. Riesco appena a incontrare Vladimiro Merlin che – non essendo ancora pronte le bandiere del Movimento per la Rinascita Comunista – si è piazzato di fianco ad alcuni compagni del gruppo del Comitato milanese per la pace. Poi è impossibile procedere: una folla densa come un tram all’ora di punta occupa il corso in tutta la sua larghezza, si può solo seguire l’onda umana che procede lentamente e attanaglia gli individui impedendo di muoversi come si vorrebbe. Dovevo incontrare vari compagni e amici, dovevo raggiungere mio nipote che partecipava con la sua squadra sportiva, dovevo scattare fotografie per documentare la cronaca, dovevo cercare di vedere il corteo in tutta la sua composizione: resto prigioniera della folla tanto fitta da non permettere neppure di fare una foto. Cercando a tutti i costi di muovermi, riesco a incontrare degli amici di Rifondazione, a fissare nella memoria qualche flash, essendo difficile perfino impugnare biro e taccuino. Sfilano i sostenitori dell’Ucraina, con le bandiere gialle e azzurre, al bordo del gruppo un italiano sventola fieramente una bandiera tricolore che porta al centro il simbolo dell’Ucraina, quello stemma che ricorda le unità dei collaboratori del nazismo: non mi resta che deplorare l’ignoranza della storia da parte delle giovani generazioni. Dietro ci sono già i primi gruppi ebraici, e di mezzo è piazzata una rappresentanza dei City Angels: una organizzazione milanese vicina a Comunione e Liberazione, sorta nei primi anni Novanta come opera caritatevole a favore dei senza tetto, e che oggi è diventata parte attiva della vita pubblica milanese. C’è il solito carro del Leoncavallo che spara musica a milioni di decibel, dal quale devo allontanarmi in fretta per non compromettere i miei timpani. Ci sono migliaia di cittadini che attendono lungo il percorso e si uniscono al corteo senza badare dove e con chi: vogliono solo partecipare. Ci sono le solite teste canute ma ci sono anche tanti e tanti giovani e giovanissimi: i partecipanti più giovani sono ancora in carrozzina, altri issati sulle spalle dei papà si guardano intorno incuriositi e quasi divertiti. I ragazzi più atletici si sono arrampicati su muri, finestre e lampioni. Non si vedono invece fotografi più o meno professionisti, e neppure squadre radiotelevisive: la folla è talmente fitta da impedire qualsiasi iniziativa, e quanto ai professionisti sono già concentrati in piazza del Duomo, dove Radio Popolare trasmette in diretta quanto succede, e dà voce agli oratori ufficiali.

Arrivata faticosamente in piazza San Babila, riesco a districarmi dalla folla e rifugiarmi in un angolo libero a lato della chiesa. Avevo appuntamento con un’amica giornalista, che si trova sulla stessa piazza, ma sull’altro lato all’ingresso del teatro Nuovo. Riusciamo a sentirci per telefono, e la traversata della piazza le costa una decina di minuti. Ma a quel punto il corteo si dirige verso corso Matteotti, e io – già stanca – preferisco avviarmi per corso Vittorio Emanuele e raggiungere subito il Duomo. La piazza non è affollata, sventolano tante bandiere palestinesi, riesco ad avvicinarmi alle transenne difese da un servizio d’ordine dell’Anpi: non hanno issato il solito palco, gli oratori non si vedono, parlano dall’interno di una grande tenda. Riconosco la voce del sindaco Sala, che fa un discorso di ineccepibile antifascismo. Viene seguito da Scurati, che riprende i motivi del suo già famoso discorso censurato dalla Rai. Segue poi Pif, ed è il più divertente di tutti, perché imposta il suo discorso su una nota personalità milanese, che occupa un altissimo posto istituzionale: non ne pronuncia mai il nome, ma ai milanesi non sfuggono le allusioni; la nota personalità è famosa per le sue uscite non certo di stampo antifascista, ma il suo silenzio per il 25 aprile viene attribuito alla delusione per la sconfitta della sua squadra del cuore nel recentissimo derby cittadino.

Sono ormai quasi le 17, la piazza si è riempita, corre la voce di tensioni fra polizia e manifestanti per la Palestina, l’altoparlante annuncia che la manifestazione ha mobilitato centomila persone o forse più, e che la coda non si è ancora mossa da Porta Venezia. Accanto a me un gruppo di italiani che sventola bandiere palestinesi comincia a vociare chiedendo insistentemente di parlare al microfono. Non vengono comunque uditi, e il servizio d’ordine è attento. Più tardi, in serata, verrò a sapere che ci sono stati momenti di tensione anche lì, ma senza scontri violenti, solo qualche spintone. Non è ancora il momento del discorso conclusivo di Pagliarulo, ma dopo una giornata cominciata alle 9.30 del mattino, sono stanchissima. Di scontri e manganellate verrò a sapere la sera, invitata a una “salamellata” di comunista memoria alla sezione Anpi di via Solari: ospite un novantasettenne di Omegna che fu staffetta della formazione Redi, porta il cognome di Maulini ed è cugino dell’omonimo partigiano che fu allievo del Convitto scuola della Rinascita e poi sindaco di Omegna per cinque legislature. Il vecchio compagno è lucidissimo e racconta la sua attività partigiana giovanile e la sua vita di cantante specializzato in musica sacra: una persona deliziosa che ci rallegra la serata e ci dimostra come si può invecchiare serenamente e bene, fedeli alle scelte della propria giovinezza. Per fortuna, alla “salamellata” vicino al campo di bocce, anche stasera non piove.

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