Genocidio Palestina: censura e repressione soffocano università, scuola e manifestazioni di piazza

di Luigi Basile

Sui crimini di guerra di Israele e sul genocidio in atto in Palestina la censura nelle scuole e nelle università italiane diventa sempre più soffocante, così come la repressione violenta delle manifestazioni di piazza. Nonostante il pensiero unico imposto da governo e altre istituzioni pubbliche, anche vicine al centrosinistra, ossequiato dai mass media, la mobilitazione cresce. Ma gli spazi di libertà e di agibilità democratica si riducono pericolosamente.

Vietato manifestare, parlare, pensare: censura e repressione stanno diventando un’inquietante prassi in Italia quando si denuncia il genocidio messo in atto da Israele, si esprime solidarietà ai palestinesi o si evidenziano complicità con il regime sionista, responsabile di un’occupazione che dura da 75 anni, di violenze, vessazioni e discriminazioni sistematiche, di reiterate violazioni del diritto internazionale, della guerra perenne contro un popolo che difende il proprio diritto ad esistere, della pulizia etnica, di crimini contro l’umanità, perpetrati dal governo fascista e razzista di Netanyahu e dalle fazioni religiose integraliste e fanatiche che lo sostengono, ma anche dai suoi predecessori.

Nel nostro Paese la situazione diventa sempre più grave ed inaccettabile. Ai cittadini, agli studenti, ai lavoratori viene impedito di esprimere le proprie idee, protestare, criticare la vergognosa posizione del governo Meloni, a metà strada tra la complice ed interessata accondiscendenza a una barbara aggressione, strumento di colonizzazione di Israele, e la servile e cinica indifferenza verso una tragedia, che tira in ballo le enormi responsabilità dell’Occidente.

Nelle scuole, nelle università e nelle piazze vengono negati i più elementari principi di democrazia. A chi dissente sono riservate minacce e manganellate.

Le legittime e giuste richieste di intervento per garantire il cessate il fuoco a Gaza, per fermare la strage di civili, in gran parte bambini e adolescenti, per intraprendere un serio e coerente percorso di pace, anche sanzionando Israele, come sarebbe doveroso fare, vengono ostacolate, avversate, represse da parte delle istituzioni. Non soltanto dal governo nazionale di destra, ma pure dalle amministrazioni locali gestite dal Pd, dal centrosinistra e dal cosiddetto “campo largo”.

E quelli che dovrebbero essere i luoghi del sapere e della formazione civica, scuole e università, in diversi casi, appaiono sempre più centri autoritari di mistificazione della realtà, di insabbiamento della verità, di indottrinamento e propaganda al servizio del potere, anche i più retrivi, di assuefazione all’indifferenza civile ed etica, promuovendo così nei fatti l’ignoranza, il conformismo e l’opportunismo.

La partecipazione, la discussione e la critica sono considerate un disturbo da annichilire, un’anomalia da correggere, vietandole e impedendole, spesso con l’uso della forza, in maniera indiscriminata, e delegittimando chi la pensa diversamente, chi prova a ragionare, chi non si omologa, chi palesa ciò che da tempo è sotto gli occhi di tutti, chi dice no ai crimini che si stanno atrocemente consumando in Palestina, come in altre parti del mondo, chi si oppone alla logica della sopraffazione e del predominio occidentali e degli interessi economici sottesi, all’imperialismo degli Stati Uniti e della sua ancella Unione europea e alla strategia della guerra permanente della Nato.

Altrettanto sta accadendo nel resto d’Europa e negli Stati Uniti d’America.

Ma censura e repressione non sono affatto una novità. La rivendicazione di diritti sociali e del lavoro, le lotte contro una concezione aziendalistica e privatistica della politica, contro il pensiero unico e i diktat delle istituzioni internazionali, che in nome dell’ideologia liberista distruggono servizi pubblici e stato sociale, impoverendo e condizionando negativamente la vita dei cittadini e di interi Paesi, posti sotto ricatto, per agevolare la speculazione finanziaria ed il profitto senza limiti e regole, ma più in generale la critica allo status quo capitalistico ed atlantista, e anche le manifestazioni contro la guerra e di solidarietà internazionalista, in difesa dei diritti fondamentali dei popoli, in particolare quelli che resistono agli attacchi e ai condizionamenti geopolitici ed economici del sistema, sono da sempre stati avversati dai centri del potere e dai vertici delle istituzioni, in Italia, come altrove.

Negli ultimi anni, però, la morsa è diventata più stretta, essendo venuti meno alcuni argini politici, sociali e culturali. Una dinamica che è risultata chiara ed evidente rispetto al conflitto in Ucraina, ma anche nei confronti del movimento che condivide e sostiene la causa palestinese e degli stessi cittadini e militanti arabi palestinesi.

Un processo che oggi arriva a compromettere seriamente gli spazi di libertà e l’agibilità democratica, calpestando anche i principi della Costituzione, da tempo sotto attacco, di fronte al quale non si può restare inerti.

Basterebbe citare le ritorsioni concrete, i tentativi di rimozione e la rumorosa aggressione dei mezzi di comunicazione di massa all’indirizzo delle voci fuori dal coro e di qualunque ricostruzione differente dagli schemi imposti dall’alto, sempre pronti a disinformare, manipolare o falsificare le notizie o presunte tali, diffondendo le versioni ufficiali dei centri di potere, legittimando ed accreditando persino personaggi e organizzazioni antidemocratiche, eversive, criminali ed occulte.

Si pensi alla cancellazione dal cartellone di alcuni teatri italiani di concerti o balletti di musica classica russa o alla sospensione delle lezioni di letteratura su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano. E ancora le vergognose liste di proscrizione del «Corriere della Sera» nei confronti di giornalisti, intellettuali e politici critici sulla guerra, spacciati come terminali di una rete di “controinformazione” (anche il termine scelto dal giornale della borghesia italiana è incongruente) e di propaganda, per conto di Putin, elevato al ruolo di rappresentante del male assoluto. Le liste sarebbero state desunte da un rapporto dei servizi segreti, posticcio come altri, commissionato – non si comprende a quale scopo o forse sì – dal Copasir, l’organismo parlamentare di controllo, fatto di per sé grave, addirittura con la collaborazione dell’Agcom, l’autorità di controllo delle comunicazioni, ulteriore particolare scandaloso.

Che dire poi delle mogli dei criminali mercenari nazisti del battaglione Azov ospiti nella trasmissione Rai «Porta a porta», nei giorni in cui la memoria della Resistenza veniva da qualche parte persino contestata, o dei dispacci e video degli stessi nazisti presi come fonte di informazione, ovviamente falsa, da parte di agenzie giornalistiche di primaria importanza. In fin dei conti, basterebbe scorrere le rassegne dei cosiddetti giornali nazionali da diversi anni a questa parte (i principali proprietà di un unico editore), con i loro articoli e resoconti di politica estera sul mondo non occidentale, cioè i tre quarti del pianeta, pieni zeppi di sciocchezze e pregiudizi, frutto di superficialità, ignoranza e indottrinamento di basso profilo, smentiti quotidianamente dai fatti, con l’unico obiettivo di costruire uno o più nemici, mostri e regimi da combattere. Proprio come i bollettini della destra, anch’essi ormai con un unico proprietario, finanziati per di più con soldi pubblici (perché padroni e propugnatori del liberismo sono contro i sovvenzionamenti dello Stato solo quando riguardano i lavoratori), vetrina della più becera propaganda di partito, per colpire e diffamare qualunque idea progressiva o estranea ai miti farlocchi dell’area nazionalistica, conservatrice, reazionaria, qualunquistica e bottegaia.

Capitolo a sé, ma non troppo, è quello della censura sui social, che agisce in maniera sempre più stringente, connessa al ruolo delle presunte agenzie indipendenti di verifica delle informazioni, spesso con evidenti conflitti di interessi, su cui ci sarebbe tantissimo da dire. Censura che si è avvertita in maniera significativa, ancor più che sul conflitto in Ucraina, in questi mesi, per ciò che attiene i crimini di guerra di Israele, il massacro dei palestinesi e le denunce di ciò che sta succedendo.

Da ottobre ad oggi, quindi, sulla scia di quanto già avvenuto prima, si è assistito ad una serie di avvenimenti preoccupanti, a cominciare dal divieto di manifestazione in favore della Palestina e contro la guerra nel giorno della Memoria, firmato dal sindaco di Milano, Sala, in linea con la posizione del ministro dell’Interno, Piantedosi, come se la memoria di un abominio, quale è l’Olocausto non possa e debba essere preservata impedendo che i crimini e le violenze contro la dignità dei popoli e delle persone si ripetano, casomai da parte di chi ieri è stato vittima. O come se vi fosse, da parte di qualcuno, un’esclusiva sulla memoria o sulle tragedie, pur nella differenza (ma non può essere soltanto un fatto numerico) delle stesse. Non è un caso che a lanciare un appello per il cessate il fuoco a Gaza sia stata anche la comunità Rom e Sinti, vittima della carneficina dei campi di sterminio nazisti, insieme agli ebrei ed insieme – è bene ricordarlo – ai resistenti comunisti e socialisti, oltre che ad omosessuali, malati di mente e le persone ritenute scomode dal regime.

In questi mesi, dunque, la censura ha preso sempre più forma e sostanza, ad esempio, con la richiesta del ministro della Cultura, Sangiuliano, a non esporre bandiere palestinesi in strutture pubbliche e monumenti, divieto che si è concretizzato in un liceo di Torino, mentre a Roma e nelle scuole di altre città sono state impedite discussioni sul tema della guerra e del genocidio. Manifestazioni e convegni sono stati vietati in diverse università, come La Sapienza di Roma, ma proteste si sono registrate negli atenei di tutta Italia, da Torino, a Bologna, a Firenze, alla Federico II di Napoli, a Bari, con sollecitazioni, in vari casi cadute nel vuoto, da parte di studenti, ricercatori e docenti indirizzate ai rettori e ai senati accademici, per interrompere eventuali collaborazioni con Israele e per impedire la partecipazione all’inopportuno e controverso bando del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale con Israele.

Nonostante le difficoltà e le ostilità incontrate, però, la mobilitazione continua e cresce esponenzialmente, raccogliendo anche i primi significativi risultati concreti con il boicottaggio del bando. L’appello nazionale rivolto alle istituzioni affinché non siano complici di atti di genocidio, secondo la convenzione dell’Onu del 1948, è stato sottoscritto da oltre 2.000 accademici.

La repressione però si è fatta sentire con estrema violenza ai cortei studenteschi organizzati a Pisa e a Firenze, che hanno fatto registrare diversi feriti tra gli adolescenti che manifestavano. Nonostante l’indignazione della pubblica opinione, l’intervento del presidente della Repubblica (mentre Salvini esprimeva solidarietà alla polizia) e la reazione spontanea di associazioni democratiche e di sinistra e dei cittadini a Pisa, che il giorno dopo le manganellate agli studenti hanno occupato la piazza principale della città, a Milano e Torino si è ripetuto il copione repressivo, nel giro di una settimana.

Non si può non sottolineare comunque anche l’ambiguità del Pd, e di altre forze politiche e dei loro rappresentanti, che non solo non assumono posizioni chiare e nette sulla tragedia palestinese e sui crimini commessi dal governo israeliano, ma sulla strategia della guerra Nato sono decisamente schierati con l’establishment atlantista. Senza contare i tanti episodi di repressione occorsi con i governi di centrosinistra e tecnici. Stesso discorso vale per il vertice dello Stato i cui appelli alla pace, collidono con il sostegno alla linea dell’imperialismo occidentale che alimenta la guerra.

Nel mentre si lancia l’allarme sul sistema di censura e repressione che diventa sempre più soffocante, ciò che si può e si deve fare è dare forza alle mobilitazioni e alle lotte in corso, che acquistano sempre più vigore, in Italia e nel resto del mondo.

Immagine: Esquerda.net, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0&gt;, via Wikimedia Commons

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