SPECIALE ASSEMBLEA NAZIONALE APERTA – 11 MAGGIO 2024
Interventi

Geraldina Colotti – giornalista e scrittrice, esperta di America Latina
Un saluto a tutte e tutti. Un saluto fraterno, dunque franco, all’Assemblea, al Centro Studi, alla redazione di «Futura Società», di cui faccio parte, interloquendo con il proposito appena espresso nella relazione di Adriana Bernardeschi, che ho inteso come l’invito a essere soggetti moltiplicatrici e moltiplicatori di coscienza e di pratica: per ricostruire un’opzione di classe in questo paese. Porto anche il saluto di due strutture internazionali della comunicazione popolare e alternativa: le Brigate internazionali della comunicazione popolare (Brics-Psuv) e il Consejo nacional y internacional de la comunicación popular (Conaicop).
Gli interventi che mi hanno preceduto, a cominciare da quello introduttivo di Fosco Giannini, hanno evocato nodi storici e prospettici, e una parolina magica – “l’unità dei comunisti” – che dovrebbe aprire le porte, invece si presenta come un macigno, difficile da sollevare senza munirsi delle leve adeguate. Ed è proprio su questo punto che verte il mio breve intervento.
Sappiamo che ognuno è la sua storia, che la storia è storia di lotta di classe, e che in questo paese si sono confrontate, e anche scontrate, diverse ipotesi nel corso del ciclo di lotta degli anni ’70. E che non c’è stato solo il Partito Comunista più forte d’Europa, ma anche, alla sua sinistra, l’estrema sinistra più forte d’Europa. Un laboratorio di sperimentazione e azione che si è nutrito di quei simboli, di quelle bandiere, di quell’immaginario, che vediamo esposte dietro questo tavolo: la bandiera di Cuba, che con la sua resistenza ha messo in moto altri processi di cambiamento in America latina, a partire dal Venezuela, innervandosi all’ultima rivoluzione del secolo scorso, quella nicaraguense. La bandiera palestinese che, riportando al presente una grande questione irrisolta del secolo scorso, oggi è tornata a infiammare le piazze con una nuova generazione di militanti giovani e giovanissimi. E la bandiera rossa con la falce e martello e la stella, simbolo di questa assemblea, che si declina in un triplice invito: Movimento, Unità, e Comunisti. E che, purtroppo, anche su tre concetti così semplici, è invece ben lontana da evocare un immaginario comune, capace di rimettere in moto un blocco sociale anticapitalista, antimperialista, e antipatriarcale intorno a una proposta di cambiamento strutturale.
Chi sono oggi i comunisti e le comuniste? A quale immaginario attingere per costruire nuove leve di militanti, di dirigenti, capaci di approfondire le contraddizioni senza porsi a pompieri del conflitto?
In queste notti, nel 1968, c’erano le barricate del Maggio francese. Un movimento che, in Italia, ha unito il ’68 studentesco al ’69 operaio, mettendo in moto un percorso di lotta di classe che si è nutrito dei simboli e della resistenza che invitavano, con Che Guevara, a “costruire uno, cento, mille Vietnam”, anche da noi.
Cinquant’anni fa, il 25 aprile 1974, c’è stata la Rivoluzione dei Garofani, in Portogallo, che ha evocato le speranze tradite, in Europa, di un altro 25 aprile, quello della Liberazione dal nazifascismo, nel 1945; mentre, nel 1973, il golpe in Cile contro il governo socialista di Allende, aveva ricordato quel che l’imperialismo e i suoi derivati interni erano disposti a fare, anche in Italia, per stroncare qualunque opzione alternativa. Che comunque, piaccia o non piaccia, si mise in moto.
Il 12 maggio del 1977, in una giornata di accesi scontri di piazza, venne uccisa dalla polizia Giorgiana Masi, 19 anni. E si potrebbe continuare fino a questo secolo del “post-tutto” che non ha laureato sul campo nessuno: nessuna di quelle opzioni rivoluzionarie, nessuna ipotesi progressista che alluda, anche da lontano alle “riforme di struttura” di ormai lontana memoria.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e la scomparsa di un mondo che rendeva visibile la possibilità materiale di un altro modello di sviluppo, siamo di fronte ad una inaggirabile sconfitta epocale: una sconfitta tattica, senza dubbio, visto che il capitalismo, rimasto quasi solo nella gestione globale del potere, ha mostrato in modo drammatico la crisi sistemica in cui si dibatte e i vari capitoli con cui si declina e che fa pagare alle classi popolari.
A noi, però, ai comunisti e alle comuniste, rimane una domanda aperta: perché, in Europa, non siamo “passati” né con le armi, né con le urne? Perché, quando si è presentata una nuova possibilità in questo secolo, nella Grecia di Tsipras, nonostante il grande consenso di massa, anziché continuare a organizzare la resistenza popolare, si è ceduto allo strapotere della Troika?
E qui, si affaccia un’altra riflessione: fermo restando che i cicli di lotta non s’inventano, si può e si deve, però, lavorare alla formazione delle avanguardie, del soggetto collettivo. E non si tratta di trasmettere la “dottrina”, ma una teoria che sia una visione e guida per l’azione.
Perché, in Europa, non si è riusciti a produrre, non dico un Lenin, ma neanche un Chávez, ovvero un dirigente capace di ridare una prospettiva ai “dannati della terra” che, negli anni ’70, facevano le lotte nelle carceri e nei quartieri, prendevano coscienza e lottavano insieme ai comunisti, mentre oggi s’intruppano dietro false bandiere?
La rimozione della memoria viva, la rimozione dei tentativi rivoluzionari e la necessità di un bilancio delle sconfitte libero dai condizionamenti, ha prodotto un immaginario addomesticato che mette sotto ricatto la lotta di classe fin dai primi vagiti. Gli apparati ideologici di controllo, in primis il sistema mediatico, al servizio della guerra imperialista, e dedito alla “guerra cognitiva” per creare un corto circuito nei cervelli, si incaricano di fare il resto.
Rimuovere le rimozioni, liberare l’immaginario, è un compito a cui i comunisti e le comuniste non devono sottrarsi.
Mario Eustachio De Bellis – Resistenza Popolare
Cari compagni e compagne,
siamo lieti di essere presenti oggi fisicamente a portarvi un saluto in questo vostro importante appuntamento, con cui formalizzate un percorso avviato da tempo e condotto con tenacia dal compagno Fosco Giannini che sta coordinando un valido gruppo dirigente che si sta formando unendo molte realtà locali capaci e consapevoli.
Di questi tempi riunire energie simili è molto difficile. La crisi del movimento comunista occidentale, e la gravità della frammentazione a cui è giunta la diaspora italiana, hanno raggiunto il loro picco negli ultimi mesi.
Anche noi di Resistenza Popolare siamo nati da poco, appena un mese fa, e lavoriamo alacremente per la ricomposizione di una proposta politica alternativa al regime imperante, caratterizzato da un imperialismo che controlla le masse popolari attraverso una forma raffinata di totalitarismo “liberale”.
Il contesto della terza guerra mondiale in atto sta portando ad una restrizione delle libertà civili in tutto l’Occidente. I discorsi fatti da Macron e altri leader europei, sulla possibilità di inviare truppe europee di sostegno all’Ucraina, ci stanno trascinando sull’orlo della guerra atomica, e anche nello scenario migliore accentuano pesantemente l’aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari occidentali, tra cui il nostro Paese.
L’aggravamento delle contraddizioni capitalistiche crea la possibilità di ricostruire un contatto con una parte importante del Paese che ha una consapevolezza “antisistema” e antagonista, ma che non è ancora matura politicamente da concepire un ordine diverso da quello liberale.
Il ruolo dei comunisti è riuscire a parlare al popolo per fornire quel necessario punto di vista proletario e socialista che consenta il passaggio adeguato dalla “classe in sé” alla “classe per sé”. Nell’attuale totalitarismo “liberale”, tale compito è possibile assolverlo con efficacia solo se si dispone di una serie di casematte strategiche, luoghi di contropotere e contronarrazione, radicati fisicamente su tutto il territorio nazionale e accompagnati da un’efficace capacità di costruzione di casematte virtuali autonome, per l’indispensabile ruolo di propaganda.
Stante l’aggravamento delle libertà democratico-borghesi, siamo tutti troppo deboli per riuscire ad assolvere efficacemente a questo compito.
Il nostro primo compito è quello di legittimare la nostra esistenza lavorando alla costruzione di un’opposizione di massa alla presente situazione, segnata da svolte istituzionali reazionarie, una povertà e una crisi economico-sociale dilagante, che colpisce milioni di lavoratori “poveri” che non riescono più ad arrivare a fine mese.
Bisogna legare le rivendicazioni sociali di base all’opposizione alla guerra imperialista della Nato e dell’Ue, chiarendo senza ambiguità che solo attraverso l’uscita del nostro paese da queste strutture sarà possibile avviare quel necessario processo rivoluzionario con cui acquisire sovranità nazionale e popolare.
Si tratta di far maturare una parte importante del movimento comunista (e non solo) nostrano per portarlo su queste posizioni, spazzando il campo dal rischio di fare propaganda indiretta per Washington.
Chi parla di “opposti imperialismi” in riferimento a Cina e Russia fa infatti il gioco delle élite occidentali, che in questa maniera hanno gioco facile a negare la legittimità di esistenza di tali modelli, subito bollati come antidemocratici, dittatoriali, autoritari ecc.
Nella fase attuale lo scontro di classe planetario vede contrapporsi l’opulento e marcio imperialismo occidentale, contro popoli e nazioni di tutti i continenti in rivolta: si tratta di membri o amici dei Brics, un’organizzazione nettamente egemonizzata dalla progettualità tendente al mondo multipolare proposta dal Partito Comunista Cinese.
È di particolare importanza partire dal riconoscimento del ruolo grandemente progressivo giocato dalla Repubblica Popolare Cinese nello scenario mondiale, diventando un modello grazie al proprio impetuoso sviluppo economico interno e ad una politica estera fondata sulla cooperazione economica e politica pacifica e paritaria.
Ogni anno che passa vede il peso specifico della Cina aumentare rispetto alle forze dell’imperialismo occidentale. Questo è un bene per tutto il movimento comunista mondiale.
Noi e voi sappiamo da che parte bisogna stare.
Per i comunisti viene prima il bene del proletariato mondiale, poi quello della propria patria di appartenenza, e subordinato comunque alla vittoria del proprio proletariato per rinnovare in senso progressivo la cultura nazionale dalle arretratezze e dagli eccessi derivanti dalle ideologie borghesi.
Sappiamo, perché ci conosciamo da anni e abbiamo già collaborato in passato, che anche voi condividete, nei lineamenti di fondo, questa analisi delle questioni internazionali.
Sappiamo però che essa non è egemone nella società, e nemmeno nella sinistra di classe italiana. Questo è un primo tipo di lavoro che possiamo sviluppare assieme nei territori, cercando di allargare ad altri gruppi.
Questi compiti, come molti altri, li potremo assolvere meglio quando saremo riusciti a ricostruire assieme, e magari con altri soggetti, il partito comunista che occorre a questi tempi. Le nostre e le vostre analisi sono uguali nei fondamentali. Si tratta di imparare a conoscersi e fare le cose assieme.
Attraverso un intreccio di lavoro dall’alto e dal basso crediamo si possano superare le antipatie personali, più o meno motivate, derivanti da esperienze passate. Crediamo che abbiamo tutti bisogno di parlarci e chiarirci, laddove occorre, per recuperare una fiducia umana e politica reciproca.
Auspichiamo che si riesca a costruire organismi permanenti di confronto e organizzazione per proseguire assieme e con altre forze il processo di ricomposizione dei comunisti e costruire assieme il Partito. Accogliamo quindi con favore la proposta di costruire un Tavolo per l’unità d’azione di lotta dei comunisti, e speriamo che molti altri possano accettare un confronto stabile più strutturato.
Questo è l’invito che facciamo a tutti i presenti: lavoriamo insieme per ricostruire un grande partito comunista per questo Paese.
Vi salutiamo a pugno chiuso! Viva il comunismo!
Francesco Galofaro – Università Iulm di Milano
La nuova Europa e la crisi dell’Urss: quali indicazioni per la rinascita dei comunisti?
Cari compagni,
è un grande piacere essere qui con voi in questa importante assemblea. Una sfida vinta, rivederci dal vivo dopo anni di clausura e di eremitaggio. Vorrei ringraziare la presidenza, Fosco Giannini, Adriana Bernardeschi, Michelangelo Tripodi e, con loro, tutti coloro che hanno contribuito a organizzare questo evento importante, del quale c’è un gran bisogno. Da un lato, le conquiste sociali della cultura italiana ed europea sono oggi in pieno regresso, gli spazi per la democrazia sono in rapida sparizione e una guerra intercontinentale minaccia la vita sulla terra; dall’altro, non vi sono forze comuniste organizzate in grado di raccogliere il consenso di tutti coloro che subiscono questo stato di cose e di indicare loro un’alternativa credibile e praticabile basata sulla pace, sull’uguaglianza e sulla libertà. Mi sembra un buon segno che vi sia ancora qualcuno disposto ad assumersi il gravoso fardello di porre rimedio a tutto ciò, qualcuno che crede ancora nel progresso e che non si rassegni all’estinzione della specie.
Il tema di cui mi sono occupato è l’ascesa della Nuova Europa in relazione alla caduta dell’Unione sovietica: due problemi strettamente connessi. Non è il caso di leggervi le pagine che ho scritto sull’argomento; vi invito piuttosto a comprare il libro “Movimento per la rinascita comunista: primi appunti politico-teorici”: erano anni che non vedevo una sintesi così potente e collettiva della situazione internazionale e italiana attuale. Mi limito a un paio di considerazioni. L’etichetta “nuova Europa” è stata usata soprattutto dalla destra americana neocon al principio degli anni 2000. Secondo l’analisi di questo gruppo, la nuova Europa avrebbe potuto essere usata contro la “vecchia Europa”, per ridurne il peso in politica estera, nella logica di un rilancio della Nato in chiave neoimperialista. Avevano visto giusto: la guerra in Ucraina è il frutto di questa logica; la Nato ha avuto alti e bassi, ma oggi assicura l’egemonia americana su un grosso spicchio di pianeta.
Nello stesso periodo, nel 2004, anche i massimi intellettuali socialdemocratici della vecchia Europa, Habermas, Derrida, Eco, avevano usato l’etichetta “nuova Europa”. Si erano interrogati sui rischi legati all’espansione ad est dell’Unione europea. La nuova Europa, infatti, pareva avere e in effetti ha caratteristiche culturali che rendevano problematica un’integrazione. Tra gli altri, Umberto Eco prese una posizione provocatoria: bisognava avere il coraggio di estendere l’Unione europea a est comprendendo anche la Russia. In una battuta, Eco aveva colto la contraddizione di fondo, quella stessa che oggi, a distanza di vent’anni, mette a rischio il futuro collettivo.
Quali sono le caratteristiche che contrappongono vecchia e nuova Europa, sul piano politico e culturale? La democrazia della vecchia Europa ha le proprie radici nell’antifascismo; quella della nuova Europa nell’anticomunismo. La nuova Europa ha tradizioni democratiche incerte, istituzioni deboli, maggioranze politiche precarie e inaffidabili (un po’ come l’Italia). La nuova Europa considera i diritti dei lavoratori, delle donne, delle minoranze come un pericoloso retaggio marxista (un po’ come l’Italia). La nuova Europa è stata la fucina e il serbatoio di una nuova destra autoritaria e clericale e di rigurgiti di nazionalismo (un po’ come l’Italia). Soprattutto, la nuova Europa – specie i paesi baltici e la Polonia – impiegano la Nato come baluardo per una politica estera sciovinista e aggressiva nei confronti della Russia, mettendo a rischio la sicurezza collettiva intercontinentale. Basti ricordare che, di recente, il nuovo governo polacco, liberale, verde e amico dei diritti, ha chiesto di poter ospitare missili nucleari da puntare contro la Russia; la Lituania ha sostenuto la richiesta francese di inviare truppe Nato in Ucraina. Si tratta evidentemente del ruggito del topo.
Le caratteristiche culturali della nuova Europa provano la drammaticità del fallimento del comunismo sovietico sia sul piano economico sia su quello culturale: il fallimento nel produrre l’uomo nuovo. Fino agli anni ’60, l’Unione sovietica rappresentava un modello di sviluppo praticabile e la retrovia di tutti i movimenti antimperialisti mondiali. Sarebbe sbagliato liquidare questa eredità con la sciagurata formula bertinottiana (“errori ed orrori”). A partire dagli anni ’70, tuttavia, si assiste a un’involuzione, contestualmente al fallimento di tutti i principali tentativi di riforma economica tanto in Urss quanto nei Paesi del Comecon. Il confronto con la Cina è impietoso, perché dimostra che erano possibili scelte diverse. L’Unione sovietica è stata descritta come il Paese della “transizione bloccata”: un Paese non più capitalista ma non ancora comunista, che vive contraddizioni sue proprie. Ne nomino tre:
• la contraddizione tra Stato di diritto e stato di fatto
• la contraddizione tra conservatorismo e spirito riformatore
• la contraddizione tra autogestione dell’azienda e necessità del controllo politico
Alle difficoltà sul piano economico si accompagna anche l’abbandono del marxismo. Secondo la testimonianza diretta di Eric Hobsbawm, alla fine degli anni ’70 i dirigenti comunisti polacchi non si definivano più marxisti, bensì “pragmatici”. La perestrojka di Gorbaciov è stata, tra le altre cose, anche un tentativo maldestro e antistorico di riportare il comunismo sovietico nell’alveo delle socialdemocrazie europee e dell’Internazionale socialista. Contestualmente, il comunismo sovietico ha attraversato una crisi di credibilità che ha messo in questione non solo la sua capacità di realizzare i propri valori, ma anche i valori stessi alla base dell’impresa. Anche in questo caso, il confronto con la Cina testimonia che è possibile fare altre scelte: dal 2014, Xi Jinping ha rilanciato il marxismo non solo come visione filosofica e modello educativo, ma anche come strumento economico in grado di assicurare il controllo politico sul socialismo di mercato. Allo stesso tempo, la Cina è il controesempio di tutti gli ideologi del capitalismo, per i quali in Urss il comunismo non ha funzionato perché non poteva funzionare. In realtà il comunismo in Urss ha funzionato per un lungo periodo, sopravvivendo all’isolamento economico e a terribili conflitti militari; ha smesso di funzionare perché le scelte riformatrici che sono state compiute alla fine degli anni ’60 sono state portate avanti con scarso coraggio. Il punto è che il comunismo non è uno stato di cose immutabile, non è un modello rigido, non è neanche una ricetta o un algoritmo, ma consta di continue scelte: politiche, economiche, sociali. L’edificazione dello Stato socialista non è la fine della storia (la “fine della storia” è una fesseria che qualifica gli intellettuali liberali); l’edificazione dello Stato socialista è la fine della pre-istoria. L’edificazione dello stato socialista è l’inizio, è l’origine, è la palingenesi dell’umanità.
Vengo all’ultima parte del mio intervento. A che serve ripercorrere ancora una volta la triste vicenda dell’Urss, uno stato caduto prima ancora che si inaugurasse la magnifica epoca dei social network, dell’intelligenza artificiale e dei voli low-cost? In realtà anche quella storia è storia contemporanea, dice molto di noi e della tensione tra quello che siamo e ciò che vorremmo essere. Infatti, per poter rinascere, un movimento comunista deve evitare una contraddizione importante: quella tra divenire un culto di vergini vestali che perpetuano nei secoli un rituale suggestivo, ma un po’ fuori moda, da un lato; dall’altro, promuovere un filoneismo senza senso, uno “svoltismo”, per cui tutto quel che è nuovo è necessariamente buono. L’uno e l’altro si sono rivelati inconcludenti, e hanno tenuto I compagni prigionieri in una lotta che li ha allontanati dalle contraddizioni principali della propria epoca. Penso alla liturgia ortodossa del PdCI, nato in appoggio al governo che bombardò Belgrado; penso allo “svoltismo” della Rifondazione comunista di Bertinotti che pure rifinanziò le missioni militari in Afghanistan.
Come dicevo, per poter rinascere, un movimento comunista deve evitare la trappola del conflitto tra modelli e antimodelli; deve cercare soluzioni nuove ed attuali per fare cose tanto ovvie quanto urgenti.
• Per rinascere, i comunisti hanno bisogno di riscoprire il marxismo, rileggere i classici, promuovere la traduzione di nuove opere e la pubblicazione di studi originali, centrati sull’attualità;
• Per rinascere, i comunisti devono promuovere l’uguaglianza dei cittadini e rilanciare i servizi sociali: riformare una scuola che forma solo gregari acritici asserviti ai valori del brand; riorganizzare una sanità pubblica che ti fa attendere un anno per sapere se hai il cancro;
• Per rinascere, i comunisti devono combattere l’ideologia borghese, ovunque egemone; devono denunciare l’ipocrisia dei liberali, per i quali i ricchi hanno il diritto di sfruttare e i poveri non hanno diritto a non essere sfruttati; i liberali difendono libertà di espressione delle loro idee e censurano le “fake news” di chi non la pensa come loro; i liberali considerano “green” la guerra e le centrali nucleari e “pink” le donne di potere che mandano i giovani a morire al fronte (solo le proprie, beninteso);
• Per rinascere, i comunisti deve contrastare la guerra, il macello di centinaia di migliaia di persone per i gretti interessi della borghesia cosmopolita e lo sfruttamento dei lavoratori di ogni nazione, che serve ad alimentarla;
• Per rinascere, noi comunisti dobbiamo essere tutto questo e riscoprire tre cose: passione della militanza, coraggio dei propri valori e ricerca della verità.
Grazie compagni, al lavoro e alla lotta.
Federico Giusti – Comitato “No Camp Darby” di Pisa
Non è facile condensare in poche battute un intervento sulla guerra, anzi contro la guerra e i due nemici, quello esterno rappresentato dalle potenze imperialiste e dai blocchi economico finanziari dominanti che accumulano profitti dalle escalation militari, e il nemico interno incarnato dal governo delle destre.
Anche questo linguaggio potrebbe rivelarsi poco attrattivo specie per l’estraneità delle categorie marxiane alla classe di riferimento e ai movimenti contro la guerra che operano sui nostri territori.
Siamo stati accusati di sostenere Putin e la Cina: è evidente che si voglia costruire nell’immaginario collettivo l’immagine di un Occidente aggredito dall’Oriente estraneo ai valori democratici. Se leggiamo le dichiarazioni di importanti esponenti del sionismo, si capisce perché oggi sia sventolata la bandiera di un Occidente aggredito quando è invece l’Occidente a portare guerre e distruzioni. La demistificazione della realtà trasforma l’aggressore in aggredito, l’oppressore in oppresso, il macellaio sociale in benefattore.
Siamo davanti a una riorganizzazione complessiva del capitalismo mondiale, prova ne sia che gli investimenti diretti mondiali sono stati fortemente compressi proprio nel momento in cui gli stessi sono crollati verso e dalla Cina.
Non è plausibile accogliere la spiegazione del Fmi che parla di rischio geopolitico. Il friend shoring, ossia il protezionismo adottato dai paesi occidentali, non nasce con Trump ma anni prima, e indistintamente è stato adottato dalle presidenze democratiche e repubblicane. Il paese più indebitato al mondo, gli Usa, è anche quello che per anni ha venduto, per far cassa, titoli azionari dello Stato ai risparmiatori asiatici ai quali è stata poi preclusa la possibilità di acquisire aziende considerate vitali per gli interessi strategici imperialisti.
Nasce da qui la condizione economica per la guerra. Il protezionismo è la causa della crisi economica e la spinta alla guerra rappresenta la classica ricetta per la salvaguardia del sistema capitalistico.
Molti ci chiedono la ragione per la quale oggi l’Ue sia sempre più impegnata in progetti di guerra, stia sacrificando il proprio welfare in nome della competitività e del riarmo. La risposta è quasi scontata, potremmo anche definirla banale, ma sfugge invece alla comprensione di tanti pacifisti. Siamo davanti a scenari economici che impongono al vecchio continente ricette analoghe a quelle statunitensi, il neokeynesimo di guerra, la corsa al riarmo, la ricerca finalizzata alla creazione di tecnologie dual use e la militarizzazione del corpo sociale.
La società della sorveglianza non è solo espressione di un futuro dispotico, ma parte integrante della risposta alla crisi sistemica adottata dai paesi a capitalismo avanzato, prova ne sia che ogni resistenza dei popoli viene oggi stigmatizzata come sostegno al terrorismo internazionale.
Veniamo dalla Toscana, una terra militarizzata con aeroporti militari, basi Usa e Nato, importanti caserme di addestramento e anche industrie belliche capaci di allacciare nel tempo progetti di ricerca con l’università
Vogliono costruire l’ennesima base destinata ai carabinieri del Tuscania sul territorio dei comuni di Pisa e Pontedera, a pochi chilometri dalla base di Camp Darby e dal porto di Livorno dove da anni attraccano navi da guerra e destinate al trasporto di armi. E Camp Darby è oggi la base dalla quale partono rifornimenti bellici alle imprese neocolonialiste Usa e Nato.
Ma non risulta comprensibile la pericolosità sociale di questi processi senza guardare alla sostanza del problema, ossia al ruolo della Nato e alle politiche estere del governo italiano, che giorno dopo giorno è sempre più allineato con le strategie di guerra. Mentre si destinano enormi risorse alla guerra, mancano fondi per le bonifiche ambientali, per la tutela della nostra salute, si tagliano le risorse alla sanità pubblica e al welfare.
Il nostro sforzo deve essere quello di non separare in compartimenti stagni l’analisi economica, i nuovi scenari geopolitici, il ruolo della Nato e la militarizzazione delle scuole e dell’università. È ormai dominante che un’analisi della realtà debba limitarsi a descrivere l’esistente, ma in questo modo si trarranno solo conclusioni approssimative o scivoleremo in asserzioni etico e morali; in ogni caso le analisi saranno del tutto insufficienti a comprendere i processi in atto.
Chi oggi militarizza le scuole è lo stesso che taglia i fondi all’istruzione, le fondazioni legate alle imprese militari non sono mecenati della ricerca e i governanti di destra non saranno mai amici del popolo.
In questi mesi il nostro Movimento ha mosso i primi passi nella ricostruzione di una lettura aggiornata della realtà odierna, molto deve essere ancora fatto ma possiamo, anzi dobbiamo, chiedere pratiche conseguenti alle parole, comportamenti coerenti e scelte politiche all’insegna della conflittualità. La militarizzazione dei territori e del corpo sociale saranno connotati dirimenti dei processi in atto, come anche la criminalizzazione delle lotte sociali e contro la guerra. Le avvisaglie di quanto abbiamo appena detto sono date dalla criminalizzazione delle lotte contro il genocidio del popolo palestinese, studenti e studentesse dipinti non come antisionisti ma come antisemiti.
Unire le forze significa sviluppare dei ragionamenti e assumere posizioni e pratiche coerenti. Se siamo contro la guerra non possiamo che stare dalla parte dei popoli oppressi e denunciare gli interessi economici e finanziari che stanno dietro alla guerra, alla militarizzazione delle scuole e della società. Ci assumiamo l’onere di un compito arduo, quello di contrastare i processi in atto senza scappatoie elettorali o senza crogiolarci nella illusione che il ricorso alla guerra sia inevitabile conseguenza delle tensioni geopolitiche. Perché in tempi di crisi il ricorso alla guerra contro presunti nemici esterni si accompagna alla repressione dei movimenti sociali e sindacali interni, alla loro criminalizzazione. E quindi dovremo essere all’altezza dei nostri compiti cercando di aggregare ogni forza e contributo attorno ad alcune istanze che rimettano anche la nostra classe di riferimento al centro di ogni iniziativa. Perché i proletari sono le vittime della guerra ma anche il soggetto capace di contrastare la corsa al riarmo e i processi di militarizzazione.
Marinella Mondaini – filologa, Università di Mosca
Quello che sta avvenendo in Ucraina è un conflitto di civiltà.
L’Ucraina rappresenta solo uno strumento di guerra totale contro la Russia, uno strumento che gli Stati Uniti hanno preparato a lungo e con grande impegno in Ucraina, prima di tutto attraverso il lavaggio dei cervelli ai bambini sui banchi di scuola, agli studenti all’Università, alla popolazione attraverso i mass media e le Tv.
I ragazzi, che non sapevano e non sanno niente della verità su quanto accade nel loro paese, nonché la generazione sovietica, cioè gli eredi dei vincitori: i figli e i nipoti dei veterani della Grande Guerra Patriottica, sono stati trasformati in “zombie ucrainizzati”.È stato fatto un lavoro profondo per togliere loro l’identità, facendogli credere che i russi e gli altri popoli dell’Urss, con cui fino a trent’anni fa vivevano insieme in pace ed amicizia, sono ora i principali nemici dell’Ucraina. Una rappresentazione menzognera che viene instillata ai bambini ucraini fin dalla più tenera età.
Americani, inglesi, svedesi, francesi, tedeschi … dopo aver allevato ed educato questa idra fascista ucraina, l’hanno scagliata contro la Russia. Così come successe nella Seconda Guerra Mondiale, quando Hitler e i suoi alleati europei invasero l’Unione Sovietica per annientarla. Ricordo che Stalin il 6 novembre del 1941 disse “I tedeschi ci hanno dichiarato una guerra di sterminio – riceveranno una guerra di sterminio!”
Come ripetono regolarmente i dirigenti della Nato e dell’Unione Europea e della Gran Bretagna: “Alla Russia bisogna infliggere una sconfitta strategica sul campo di battaglia”. Tali affermazioni dissipano la menzogna della stampa occidentale, secondo cui la “Russia imperialista ha invaso e aggredito l’Ucraina perché vuole i suoi territori”, qui non è un problema di annessione di territori, ma si tratta dell’Occidente che vuole la distruzione della Russia. Ora la domanda è: cadere e diventare schiavi, oppure rimanere liberi? La Russia non poteva che scegliere la seconda e combattere una guerra per la libertà e indipendenza della Patria. Oggi quali paesi sono liberi? L’Ucraina? I paesi baltici? l’Europa? l’Italia?
Non a caso il ministro degli esteri della Cina ha dichiarato che “il mondo è stanco dell’egemonia degli Stati Uniti, delle loro regole imposte agli altri Stati”. Chiunque voglia uscire da questa sottomissione viene punito o eliminato, anche l’Italia tace soggiogata, ma la Russia, che ha alzato la testa e si è ribellata poiché non accetta questa umiliante egemonia, ha ricevuto la guerra non solo degli anglosassoni, ma anche dell’Europa, dell’Occidente unito. Il quale combattendo contro la Russia, combatte anche contro i propri interessi.
La Russia conduce questa Operazione Speciale perché mantenere l’Ucraina nelle condizioni attuali, significherebbe mantenere il focolaio di guerra sempre acceso e alimentato dall’Occidente. Ecco perché la Russia vincerà questa guerra.
L’Ucraina non era di alcun interesse per l’Occidente fino alla caduta dell’Unione Sovietica, ma poi, con la vittoria sull’Urss nella Guerra Fredda, il crollo del Patto di Varsavia, la dissoluzione dell’Urss, il ritiro delle truppe sovietiche dalla Germania dell’est, la trasformazione degli Stati Uniti nell’unica potenza globale, il consolidamento dell’Unione europea come principale forza unificante in Europa – tutto questo ha fatto nascere nelle capitali occidentali un senso di onnipotenza e il desiderio incontrollabile di una nuova potente ondata di espansione della Nato.
Si è formato quindi un nuovo Occidente che, non più vincolato dall’Urss e dal campo socialista, è entrato in una fase di un nuovo tipo di imperialismo post-nazionale e collettivo.
Per questo Occidente, che considera la sua egemonia globale come uno stato naturale e unico possibile al mondo (la proverbiale “fine della storia”) l’Ucraina ha assunto un carattere esistenziale. Il successo, o almeno l’assenza di sconfitta in Ucraina, è vitale per l’Occidente, incapace di separare la propria esistenza dall’espansione e dal desiderio di mantenere la propria egemonia.
La Russia è l’unica grande superpotenza al mondo che non si è piegata alla follia dell’Occidente. Tutti i paesi dell’Europa dovrebbero sostenerla perché bisogna rendersi conto che siamo alla fine del cammino e non c’è altro paese al mondo dove fuggire e trovare riparo da questo Occidente satanico. Gli Stati Uniti sono una nazione artificiale, creata sulla terra di una popolazione indigena che hanno sterminato. Perciò sono gli stessi nazisti di Hitler, i loro metodi sono gli stessi.
La riabilitazione del fascismo in Europa e Stati Uniti, il sostegno fattivo, reale, della fascistizzazione dell’Ucraina e aggiungerei dell’ucrainizzazione dell’Italia, avviene sincronicamente e parallelamente all’uscita dell’Occidente dalla morale cristiana, dai suoi stessi principi e valori di libertà e democrazia così tanto sbandierati. Perché il fascismo è l’ideologia insita e permanente del capitalismo, semplicemente nei periodi più critici della sua esistenza ha scartato questo orpello sottoforma di democrazia libera, di ciò bisognerebbe prendere coscienza. L’Occidente usa gli istituti della democrazia borghese per coprire il potere del grande capitale e allora è importante costruire, creare un contrappeso che rispecchi gli interessi del popolo.
Al settimo Congresso del Comintern del 1935, Georgij Dimitrov chiede una definizione del fascismo che anche oggi non ha perso il suo valore: “Il fascismo è una dittatura terroristica aperta dei circoli più sciovinisti e imperialisti del capitale finanziario”. È proprio quello che osserviamo in Ucraina, dove vige oggi un regime di dittatura fascista eterodiretto: senza opposizione, partiti politici, senza elezioni, opinioni alternative, nessuna libertà di parola, omicidi deliberati e impuniti.
Anche in Europa, in Italia si sono delineate tendenze fasciste ben precise.
Questo processo va fermato perché sappiamo bene come la borghesia possa scivolare nel fascismo, basti ricordare Mussolini, Hitler…
Auspico la formazione di un forte e significativo Partito Comunista in Italia, unito, che possa compattare la società italiana già oltremodo divisa e coinvolgerla nella lotta contro questo governo autoritario per i diritti dei lavoratori, per ristabilire la sovranità del paese.
Ricordiamoci dell’esempio eroico del popolo sovietico contro il nazifascismo, quando si strinse attorno al Partito e al suo Segretario generale Stalin e condusse una lotta estrema contro la bestia nazista ricacciandola indietro fino a Berlino, nel 1945.
Ricordiamoci dell’esempio eroico del popolo del Donbass, che si è sollevato contro il neonazismo del governo ucraino, fantoccio nelle mani degli anglosassoni.
Prendiamo esempio e lottiamo per la liberazione dell’Italia dalle catene della Nato, degli Usa e dell’Ue!
Giovanni Moriello (sintesi) – Costituente Comunista
Vi riporto innanzitutto il saluto dell’Associazione della quale faccio parte. Costituente comunista è un’Associazione nata da poco più poco più di un anno e porta nel proprio nome il proprio destino: sanare la diaspora dei compagni, la nostra diaspora che dura ormai da più di 30 anni, e le cui cause sono state analizzate sinteticamente ma attentamente dal compagno Fosco Giannini.
Compagni, non ho preparato un vero e proprio intervento pertanto andrò a braccio. Il mio lavoro è quello di insegnante e vi racconterò un piccolo ma breve aneddoto che mi è capitato proprio ieri. In una delle mie classi ho affrontato la Seconda guerra mondiale e in particolare la Resistenza. Proprio ieri ho interrogato, come si faceva un tempo, ed a una mia alunna ho posto questa domanda: “Chi ha liberato l’Italia dal regime nazifascista?”. “I partigiani”, ha risposto lei. Non ha risposto gli anglo-americani, come ovviamente è stato in parte. Sempre a questa stessa alunna, ho poi chiesto: “Mi sai dire chi è stato Antonio Gramsci?” E lei mi ha risposto che è stato il fondatore del Partito Comunista d’Italia, incarcerato da Mussolini e morto in carcere. Vi racconto questo piccolo aneddoto anche per rispondere ad un’intervista rilasciata dal ministro San Giuliano a Repubblica in occasione del 25 aprile. Egli ha detto che la Resistenza è stata fatta da tutto il popolo italiano ed ha nominato tutte le brigate partigiane – persino quella ebraica! – tranne le Brigate Garibaldi. Per il ministro della Cultura, tutti avrebbero combattuto contro i fascisti meno noi comunisti! E, quando il giornalista gli ha fatto notare di essersi dimenticato di qualcuno, egli ha avuto il coraggio di dire che, certamente vi erano anche le Brigate Garibaldi, ma che esse erano una minoranza!
Allora, compagni, io penso che loro ci vogliano annientare proprio da un punto di vista culturale. Ad esempio non si contano convegni su D’Annunzio nei quali passi non si condanna il fatto che il “vate” sia stato fascista e persino Dante sarebbe stato precursore della cultura di destra. Penso, compagni, che sia necessario combattere l’egemonia culturale che questa classe politica ci vuole imporre. Ovviamente dobbiamo combattere per i diritti sociali, ma se non ribaltiamo la narrazione culturale con la quale ci vogliono condannare, siamo destinati all’insignificanza ed alla scomparsa. Tra lo sdoganare il fascismo, come sta facendo questo governo, e l’equiparare nazismo e comunismo, come ha fatto il parlamento europeo, io non colgo alcuna differenza poiché, in ogni caso, si spalancano le porte ad una svolta autoritaria del potere. Sia quando la sinistra non è in grado di esprimere con forza la propria cultura nella società, sia quando vi è l’egemonia del cosiddetto “partito unico liberale”, la democrazia è destinata ad avere un’involuzione conservatrice ed autoritaria.
In conclusione, compagni, è necessario dare nuovamente vita ad un partito comunista forte e radicato anche per rispondere all’egemonia di una destra retriva e fascista nella cultura. Probabilmente non ritornerà il fascismo col fez e le adunate oceaniche – quello è morto e sepolto – ma sicuramente sta nascendo oggi un nuovo fascismo liberticida, autoritario, ultracattolico, intollerante verso ogni forma di dissenso. Penso che le democrazie occidentali stiano attraversando un pericolosissimo periodo di crisi non solo sociale ma anche morale. Che regime è quello in cui gli studenti vengono demonizzati e manganellati ogni giorno solo perché scendono in piazza esprimendo con veemenza le loro idee? Penso che in Italia la libertà d’opinione sia seriamente a rischio. Un partito comunista sarebbe necessario anche per lottare contro il pensiero unico dominante. Il partito è sempre stato uno strumento di educazione delle masse e senza educazione non può esserci coscienza di classe. Per questo motivo noi accogliamo favorevolmente l’appello a costituire un Tavolo di confronto paritetico tra forze che devono riuscire a superare gradualmente e con raziocinio tutte le difficoltà per la fondazione di un partito unitario.
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