Invito all’arte del cinema – “Quarto potere”: il film che ha cambiato il cinema

di Laura Baldelli

Il film ha segnato la storia del cinema perché rivoluzionario nella tecnica e nel linguaggio per immagini, ma soprattutto la vicenda raccontata era l’esatto opposto del sogno americano: un vincente che fa una brutta fine. Welles aveva un’idea visiva audace e si servì dell’arte per parlare di politica, gli strumenti furono: radio, teatro, cinema per combattere la sua guerra contro l’autoritarismo ed il fascismo.

A marzo nelle sale italiane è tornato in copia restaurata e rimasterizzata Quarto potere, il cui titolo originale è Citizen Kane, il primo film di Orson Welles, che ideò, scrisse, diresse, interpretò giovanissimo a soli 25 anni nel 1940, dopo interessanti esperienze di teatro e radio. Era stata proprio la radio a renderlo famoso con i suoi interventi radiofonici di finzione, ma così credibili da sconvolgere, suggestionare e manipolare gli ascoltatori americani, scatenando panico e problemi di ordine pubblico come avvenne durante l’adattamento radiofonico de La guerra dei mondi, il romanzo sull’invasione della terra da parte dei marziani, dello scrittore britannico padre della fantascienza, Herbert George Wells; tutto quel “successo di scandalo”, tutta quella finzione così credibile, lo portarono ad Hollywood, ottenendo il contratto con la Rko Pictures più vantaggioso che un artista avesse mai firmato, non solo economicamente, ma anche e soprattutto per la libertà artistica assoluta concessa, che permetteva a Welles di ideare soggetti, scrivere sceneggiature, dirigere ed interpretare. Invece di finire in galera per il panico creato andò ad Hollywood, qualcosa d’inaudito per l’industria cinematografica, per uno che non aveva mai girato un film; il contratto prevedeva tre film, ma due restarono incompiuti: Cuore di tenebra, ispirato dall’omonimo romanzo di Joseph Conrad, l’altro Smiler with a knife, entrambi con risvolti politici antifascisti, ma soprattutto rivoluzionari dal punto di vista dell’uso della macchina da presa, il cui occhio coincideva con quello del protagonista: per il cinema industriale e seriale di Hollywood era troppo! Il terzo film andò in porto e fu proprio Citizen Kane, il suo debutto cinematografico, scritto assieme al famoso Herman J. Mankiewicz… Mank come lo hanno celebrato il regista David Fincher e l’attore Gary Oldman. Welles scelse anche il casting, coinvolgendo gli attori del Mercury Theatre con cui aveva lavorato, conosciuti come “Mercury Players”.

Il film ha segnato la storia del cinema perché rivoluzionario nella tecnica e nel linguaggio per immagini, ma soprattutto la vicenda raccontata era l’esatto opposto del sogno americano: un vincente che fa una brutta fine, perché perde nella vita, morendo solo e senza conforto. L’epoca del New Deal di F.D. Roosvelt carica di speranze, ma anche d’illusioni ed ambiguità del sogno americano, è lo sfondo per la parabola discendente del protagonista di Quarto potere, il magnate Charles Foster Kane.

La storia di finzione fu invece ispirata dalla vita dell’imprenditore dell’impero editoriale William Randolph Hearst, che aveva costruito una fortuna con false notizie, manipolando la realtà: aveva inventato le fake news. Oggi hanno imparato bene anche la nostra stampa e i vari media a scriverle e recitarle, asserviti e collusi ai politici! Ne facciamo esperienza quotidianamente.

Il critico cinematografico e regista Mark Cousins, ha girato Lo sguardo di Orson Welles, un interessante documentario sul grande regista e sull’imprenditore W.R. Hearst, mettendo a fuoco quanto i due avessero molto in comune con il protagonista di Quarto potere, Charles Foster Kane. Infatti tutti e tre amavano il potere della suggestione sulle masse: chi con l’informazione manipolata, chi con le illusioni del cinema, per conquistare potere e denaro. 

La forza di Quarto potere, non sta però nella storia, quanto invece nell’azzardo di aver smontato e svelato attraverso un film i meccanismi con cui il cinema aveva fatto leva sulla forza d’immaginazione, chiamando in causa lo spettatore.

Inoltre introduce innovazioni stilistiche con l’uso incredibilmente moderno della macchina da presa, grazie alla tecnica dei nuovi obbiettivi fotografici, che coinvolgevano il pubblico e tracciavano nuove strade per il linguaggio della grammatica cinematografica e soprattutto era esclusivamente lo sguardo del regista. Welles aveva fatto tesoro del cinema delle origini, ma anche del teatro ed in particolare del cinema espressionista di Fritz Lang; infatti ancora oggi, vedendo Quarto potere, l’occhio dello spettatore è colmo di suggestioni visive e sonore, grazie al potere rivoluzionario delle inquadrature dal basso verso l’alto, dall’alto in basso e in diagonale. Welles rintrodusse la profondità di campo dove tutto è a fuoco, che invece Hollywood aveva bandito, in quanto distraeva lo spettatore, mentre la colonna sonora composta da Bernard Herrman, enfatizza le immagini ed evidenzia la centralità al sonoro, perché non dimentichiamo che Welles veniva dalla radio. Greg Toland fu l’ottimo direttore della fotografia che si avvalse di speciali lenti ed una potente illuminazione per scene da palcoscenico teatrale; Welles e Toland insieme riuscirono a dare allo spazio un’eccezionale potenza visiva, proprio come aveva fatto in teatro dove le luci erano parte essenziale della scena.

Il biopic, una finta biografia iper-realistica sul boss dell’editoria, è un racconto costruito senza un tempo lineare, bensì come un enigma a rebours, cioè all’indietro, basandosi sui flash-back dei ricordi delle persone che avevano conosciuto Kane, riempiendo il puzzle della vita del protagonista tra dissolvenze continue e il montaggio frenetico ed ipnotico dei cinegiornali: tutto opera del montatore Robert Wise.

 Il film, che sembra un’indagine psicologica, evidenzia anche come sia impossibile fino in fondo entrare nella vita, nei sentimenti di una persona, essi rimangono inafferrabili, come un enigma irrisolvibile. L’indizio del mistero è la parola “Rosebud”, pronunciata all’inizio del film sul letto di morte dal protagonista, ma che nessuno dei personaggi riesce a spiegare; alla fine della pellicola solo agli spettatori è dato d’intuire da dove tutto era scaturito tanto da condizionare l’intera vita di Kane. Così per la prima volta nel cinema entrava la psicoanalisi.

Così Quarto potere rappresenta il potere dei media, ma anche l’inafferrabilità della complessità umana e decretò la morte del cinema classico e la nascita di un nuovo cinema senza un lieto fine, senza un protagonista presente, senza un senso palese e dove lo spettatore deve mettere assieme gli indizi, in cui per la prima volta né lo spettatore, ma neanche il narratore conoscono la storia e tanto meno l’apprendono durante la narrazione.

Il film negli Usa ebbe successo tra la critica e molte nomination agli oscar, vincendo però solo quello per la migliore sceneggiatura originale, ma non ebbe successo di pubblico, in quanto W. R. Hearst, che si riconosceva nel personaggio Kane, ingaggiò una vera e propria battaglia sotterranea contro la pellicola: la boicottò sulla stampa e nelle sale cinematografiche, offrì alla Rko 800000 $ affinché fosse distrutta e bruciati i negativi; s’insinuarono sospetti anche sulla vita di Welles come l’omosessualità e il comunismo, tantoché fu indagato dall’Fbi. 

In Europa il film arrivò dopo la guerra e le critiche furono negative, fu solo negli anni ’50, quando fu ridistribuito nelle sale, che il film venne rivalutato e considerato uno dei più grandi film della storia del cinema e negli Usa il miglior film di sempre. Ancora oggi ci rimanda alla riflessione sul potere dei giornali stampati e, nell’era della comunicazione digitale, sui social network.

Dopo il film, sia Welles che Hearst ebbero una parabola discendente, entrambi ne furono danneggiati nell’immagine, proprio come Kane.

Dopo il fallimento commerciale de Il segreto degli Amberson del 1942, la Rko non rinnovò il contratto a Welles, che però girò ed interpretò altri film anche non suoi, si dedicò ancora al teatro, forse la sua passione visionaria più grande. L’enfant prodige non era stato compreso o forse non gli perdonavano che avesse osato smontare la grande forza del cinema, ovvero la credibilità del realismo. 

Orson Welles fu un artista visivo soprattutto e come molti grandi registi veniva dal disegno, film ed opere teatrali erano sempre preceduti da disegni e bozzetti. La sua formazione artistica fu la passione da dove iniziò tutto e disegnare per lui era come respirare; Mark Cousins dice che i disegni di Welles sono “pensieri visivi”. Durante i suoi primi viaggi fin da giovanissimo in Irlanda, in Marocco, a Parigi, in Spagna disegnò volti e figure umane, trovando i cattolici e i musulmani molto più espressivi dei protestanti, ma amò moltissimo anche l’Arizona e l’Illinois, che considerava i luoghi della luce, dove ancora esistevano “i luoghi dell’innocenza”, quelli dove non erano ancora arrivate la tecnica e l’industria. Molti disegni dei suoi viaggi divennero le scene dei suoi film.

La regista fotografa Leni Riefenstahl disse che “Welles disegnava Shakespeare” ed infatti Falstaff, Otello, Macbeth furono film che sembravano “violenti disegni a carboncino”, proprio come i suoi bozzetti. Ma anche Voodoo Macbeth, un’opera teatrale solo con attori neri al Federal Theatre Project’s di New York, fu una geniale messa in scena di disegni a carboncino, dove ogni scena, che sembrava caotica, era invece coreografata nei minimi dettagli. Welles aveva un’idea visiva audace per il suo teatro popolare e si servì dell’arte per parlare di politica, gli strumenti furono: radio, teatro, cinema per combattere per combattere la sua guerra contro l’autoritarismo e il fascismo. Infatti a teatro nel suo Giulio Cesare gli attori indossavano camicie brune. 

Nei suoi film c’è tanta pittura classica: dal Rinascimento del Mantegna al Surrealismo di Magritte, da Goya ad Escher; nel Doctor Faust, come in un dipinto, la luce diventa elemento centrale della scena.

Tutta l’opera di Welles andrebbe approfondita per la poliedrica genialità, assieme alla sua movimentata vita, che affrontò amando le sfide e l’avventura ed “amando visivamente” luoghi, donne ed amici. Il Welles attore, il Welles regista teatrale, il Welles regista di cinema, il Welles artista pittorico, il Welles sceneggiatore, andrebbero tutti raccontati per quanto sono interessanti e fonte creativa sempre viva.

Morì davanti alla macchina da scrivere… non cessò mai un attimo di essere un appassionato creativo.

Immagine: RKO Radio Pictures, still photographer Alexander Kahle, Public domain, via Wikimedia Commons

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