Il nuovo schiavismo liberista sfrutta e uccide i lavoratori, riportandoci indietro di secoli

di Redazione

Per il sistema capitalistico il corpo e la vita dei lavoratori sono sempre più una merce, senza valore, al servizio del profitto. La tragica fine di Satnam Singh è l’emblema della disumanizzazione assoluta. Chiedere giustizia per questo orrendo e vile crimine non basta, occorre lottare contro il neoliberismo imperialista, che diffonde nuove forme di schiavitù e di colonialismo, dalla ferocia inaudita.

Mercoledì 19 giugno 2024 i media hanno diffuso la notizia dell’ennesima morte da incidente sul lavoro, lasciandoci pietrificati, tanto è indicibile ciò che è accaduto: è morto Satnam Singh di 31 anni, dopo aver subìto lo schiacciamento degli arti inferiori, provocato da un macchinario avvolgi-plastica a rullo trainato da un trattore, che gli ha tranciato anche il braccio destro. Come se non bastasse i datori di lavoro, invece di chiamare i soccorsi, lo hanno caricato su un furgone, abbandonandolo davanti alla sua abitazione, buttando l’arto amputato in una cassetta della frutta.

I soccorsi sono arrivati perché i colleghi di Satnam hanno inviato delle foto di quanto accaduto alla segretaria generale della Flai Cgil Frosinone-Latina, Laura Hardeep Kaur, italiana di seconda generazione di origine indiana. Ma né il trasporto in eliambulanza, né l’intervento in extremis all’ospedale San Camillo di Roma hanno salvato il bracciante. Se fosse stato soccorso immediatamente, invece, adesso probabilmente sarebbe vivo. Assurde, agghiaccianti e vergognose, poi, le dichiarazioni rilasciate dal titolare dell’azienda agricola, tese sostanzialmente a scaricare, con incredibile indifferenza e bieco cinismo, la responsabilità dell’incidente mortale sulla stessa vittima, omettendo ogni riferimento alle inaccettabili e illegali condizioni di lavoro subìte dal bracciante e al proprio comportamento indegno e criminoso.

A quanto pare né Satnam, né sua moglie erano regolarmente assunti e neanche in possesso di un permesso di soggiorno, persone invisibili che solo la tragedia ha palesato ai nostri occhi. Entrambi erano immigrati 3 anni fa dal Punjab, regione dell’India al confine con il Pakistan, dove vive una grande comunità Sikh.

Non è sufficiente parlare di lavoro nero, è necessaria la parola “schiavitù”.

Non siamo soltanto di fronte ad un grave e diffuso fenomeno di sfruttamento, di assenza di regole e tutele, ma alla barbarie di una società senza umanità, crudele e indifferente, che prima ancora di indignarci, ci spaventa. Sentimenti che da comunisti dobbiamo trasformare in coscienza e lotta di classe, snidando le ipocrisie di questa fasulla democrazia, nella quale partiti, mass media, organizzazioni padronali, lobby e le stesse istituzioni pubbliche alimentano l’odio sociale, soprattutto nei confronti delle fasce più popolari ed esposte, comprimono diritti, tagliano ogni forma di garanzia e stato sociale, trasformando il profitto delle aziende private in una priorità assoluta, anteponendolo agli interessi generali dei cittadini, alle condizioni di vita delle persone e alla situazione occupazionale dei lavoratori.

I dati ufficiali (Inail) sulle morti e gli infortuni sul lavoro sono drammatici. Nel 2023 1.041 incidenti mortali denunciati (799 in occasione di lavoro e 242 in itinere, registrati cioè nel tragitto casa-lavoro), quasi 3 al giorno. Numeri più o meno costanti da diversi anni a questa parte, con un’impennata nel periodo di emergenza Covid, per effetto del virus. Delle 799 vittime 155 erano stranieri, con un tasso di rischio di morte sul lavoro più che doppio rispetto agli italiani: 65,3 morti ogni milione di occupati, contro i 31,1 italiani che perdono la vita ogni milione di occupati. Le denunce di infortunio complessivamente presentate all’Inail nel 2023 erano 585.356 . I casi di malattie professionali rilevate nello stesso anno 72.543, con un incremento del 19,7% rispetto al 2022.

I settori più colpiti da infortuni mortali e non mortali risultano essere le attività manifatturiere (74.376 casi) cui seguono la sanità (41.171), le costruzioni (36.196), che sono al primo posto per incidenti mortali in occasione di lavoro (150 decessi), seguite da trasporti e magazzinaggio (109 decessi).

La regione con il maggior numero di vittime in occasione di lavoro è la Lombardia (133 vittime) ma è anche quella con la più alta popolazione lavorativa d’Italia e che pertanto presenta un’incidenza di infortuni mortali al di sotto della media nazionale, collocandosi in “zona gialla”. Seguono: Campania (75), Veneto (72), Emilia Romagna (70), Puglia (62), Piemonte (61), Lazio (59), Sicilia (52).

Le regioni con i tassi di rischio più alti, la “zona rossa”, con incidenza superiore a +25% rispetto alla media nazionale, sono Abruzzo, Umbria, Basilicata, Puglia, Molise, Campania e Calabria.

I dati ufficiali parziali del 2024, relativi ai primi 4 mesi dell’anno, fanno registrare 268 decessi. Secondo le stime del giornalista Piero Santonastaso, che gestisce la pagina «Morti di lavoro» , ad oggi saremmo già a quota 536 vittime.

Più complesso il raffronto con la situazione negli altri Paesi d’Europa, anche per l’indisponibilità di dati recenti definitivi. Il problema comunque è avvertito in buona parte degli stati Ue, con Francia Italia e Germania dove si registrano il maggior numero di decessi, in termini assoluti, ma l’incidenza più alta, in termini di percentuale, è in Romania, Lettonia, Lituania, Bulgaria (dati Eurostat 2018). In generale, il tasso di infortunio è nettamente più alto tra gli uomini che tra le donne, divario determinato soprattutto dalla differenza di impiego tra i sessi, le attività in cui operano, ma anche la maggiore percentuale di occupati dei primi rispetto alle seconde.

La nostra chiave di lettura dell’intero fenomeno si spinge non solo all’osservazione critica di come cambia la società, ma anche e soprattutto all’analisi delle cause dei cambiamenti, dove le scelte politiche ed economiche innescano conseguenze sui cittadini, il lavoro, l’istruzione, l’educazione e gli stili di vita. La classe politica del mondo occidentale ha delegato all’economia neoliberista e neoimperialista “sviluppo e civiltà”, cancellando decenni di diritti umani, sociali e civili.

Nell’Agro Pontino, già terra d’immigrazione forzata dei veneti durante il fascismo, come in altre aree del Paese dove è diffuso il caporalato, si lavora fino a 16 ore al giorno, compresi il sabato e la domenica, e per reggere la fatica i lavoratori vengono anche dopati, per una retribuzione mensile tra i 50 e i 150 euro, come appurarono i carabinieri dopo che un lavoratore del Bangladesh ebbe il coraggio di denunciare nel 2019 lo sfruttamento da parte dei propri connazionali, da cui in seguito è scaturita anche un’inchiesta per l’uso di fitofarmaci non autorizzati per le coltivazioni in serra: un sistema criminale fondato anche sullo sfruttamento del suolo che compromette gli equilibri ecologici e mette in pericolo la salute dei cittadini e consumatori.

Vogliamo ricordare che nell’Agro Pontino i lavoratori agricoli immigrati hanno lottato fin dal 2010, lo testimonia la scultura dell’artista Dante Moret Le mani del rispetto, inaugurata il 28 aprile 2021 a Latina, dedicata alle mani dei lavoratori Sikh, che avrebbe dovuto avere il valore simbolico della lotta contro il caporalato, la quale spesso in Italia è in mano agli stessi connazionali dei lavoratori immigrati. Nel 2019 il sociologo Marco Omizzolo fu premiato con l’onorificenza Cavaliere dell’Ordine al Merito per il coraggio di aver denunciato, nella sua tesi di dottorato, lo sfruttamento nelle campagne dell’Agro Pontino, dopo essersi finto un indiano sikh, lavorando nei campi e subendo gli stessi soprusi. Ci fu un po’ di fermento che generò la prima legge in contrasto al caporalato con l’inserimento dell’art. 603-bis del Codice Penale, ma va specificato che, affinché scatti il reato, devono essere verificati tre elementi: lo stato di bisogno dei lavoratori, il reclutamento illegittimo e le condizioni lavorative dello sfruttamento; tutto però ricade sul caporale come unico responsabile delle gravi violazioni, mentre il datore di lavoro e tutti i manager della filiera agro-alimentare come la Gdo, Grande Distribuzione Organizzata, ne rimangono fuori.

Ma in Italia ce la caviamo anche così: una statua, una festa multietnica, un concerto con una band di musicisti africani, un ex migrante eletto in parlamento, la cui famiglia sfruttava i connazionali. Inoltre la statua è stata rubata nel marzo scorso.

C’è una sorta d’impunità nei reati nel mondo del lavoro, è dagli anni ’70 che si denuncia che mancano gli ispettori del lavoro, ma è cresciuta invece negli anni la figura salvifica dell’imprenditore che crea e dà lavoro, che rischia, che produce ricchezza. Non solo le scelte politiche della sinistra liberal, sullo stesso piano di quelle del centro-destra, ma anche le scelte sindacali di Cisl, Uil non hanno costruito le lotte dei lavoratori a difesa dei propri diritti; e soprattutto la Cgil, accodata al Pds e poi ai Ds e al Pd, ha dismesso la costruzione della coscienza e della lotta di classe. Anche le lotte e le manifestazioni del 2016 dei braccianti dell’Agro Pontino organizzate dalla Cgil, dopo la morte di un ragazzo di 26 anni, non hanno prodotto cambiamenti strutturali, perché comunque non c’erano le scelte strategiche della confederazione.

A seguito di questa tragedia un’altra manifestazione si terrà il 25 prossimo a Latina. Resterà anche questa inascoltata?

Tutti sapevano e sanno come si lavora nelle campagne in tutta Italia, tutti sanno del caporalato, di cui sono vittime uomini e le donne doppiamente, perché subiscono violenze e ricatti sessuali, ma nessuno interviene. Ma non basta, perché il 25 maggio 2024 il deputato del Pd Arturo Scotto ha presentato un’interrogazione parlamentare, in cui denunciava il caporalato, il padronato e la costrizione di alcuni lavoratori al saluto fascista davanti ad effigi del duce, proprio in quelle zone della vecchia “Littoria”, dove i nostalgici non sono mai mancati e si parla di neofascismo agrario. All’epoca del nascere del fascismo furono proprio gli agrari, timorosi delle rivolte contadine, che finanziarono Mussolini e si servirono delle squadracce. L’interrogazione era diretta al Ministro del Lavoro e delle politiche sociali e naturalmente al Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. I Centri per l’impiego in Italia volutamente non funzionano, affinché il costo del lavoro sia sempre più basso e senza diritti: per questo il caporalato è funzionale all’industria agro-alimentare e non solo. Il caporalato all’interno della stessa comunità etnica crea un ricatto economico procurato con l’inganno che schiavizza due volte i lavoratori con i propri connazionali e con i padroni locali.

I colpevoli sono molti e “la ricattabilità dei lavoratori migranti è nota”, come afferma il magistrato ed ex direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro Bruno Giordano, sostituito dal governo Meloni nel dicembre 2022. Infatti l’attuale legislazione marginalizza la manodopera migrante, affinché lo sfruttamento sia tutto a beneficio della filiera agricola e distributiva, senza tralasciare il danno dello sfruttamento selvaggio dell’ambiente.

Non esageriamo, dunque, se diciamo che in molti guadagnano sul sangue dei lavoratori e chiedere giustizia per Satnam Singh è anche lottare contro il neoliberismo imperialista, che diffonde un nuovo colonialismo dalla ferocia inaudita, nel quale prolifera un neofascismo pericolosissimo.




Immagine: “Slavery”: Book decoration by Fritz Erler – da Wikimedia Commons

Lascia un commento

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑