I centri estivi: la loro emarginazione o scomparsa è sinonimo di distruzione del welfare

di Federico Giusti

Partendo dall’inchiesta di Openpolis, proviamo ad aprire una riflessione sul depotenziamento del welfare universale.

Una recente inchiesta di Openpolis evidenzia la disparità di accesso ai servizi per minori nelle varie regioni italiane. Rinviamo alla ricerca per una lettura integrale a partire dalla quale proveremo a sviluppare alcuni ragionamenti.

Alcune considerazioni preliminari si rendono necessarie prima di ogni ulteriore valutazione, sempre che si voglia inquadrare correttamente il problema non limitandoci ad accogliere la vulgata ufficiale.

Tutti i servizi socioeducativi offerti alle famiglie all’indomani della chiusura delle scuole dovrebbero rappresentare una delle priorità per gli Enti locali, al fine di potenziare il welfare garantendo alle classi sociali meno abbienti opportunità loro precluse per la scarsa disponibilità economica che impedisce di iscrivere i figli a corsi, stage e soggiorni a pagamento. Chi oggi parla di meritocrazia dovrebbe invece prendere atto che il merito in una società di diseguali non esiste, il figlio di una famiglia benestante e colta ha cento opportunità in più del figlio di due operai: frequentare le scuole e le compagnie giuste diventa trampolino di lancio per un futuro decisamente migliore. Le pari opportunità nella disuguaglianza economica e sociale non esistono, eppure anche a sinistra non si fa che parlare di cultura meritocratica.

In teoria, ma anche in pratica, se esistessero le condizioni materiali, i centri estivi potrebbero essere anche occasione propizia per recuperi scolastici, approfondimenti culturali e attività sportive per garantire non solo il cosiddetto benessere psicofisico ma anche per favorire l’integrazione sociale che passa in parte dall’offerta di questa tipologia di servizi.

Al contrario, la questione viene inquadrata in un’altra ottica, quella della conciliazione tra lavoro e vita familiare; in quest’ottica non si coglie la natura socioeducativa dei servizi estivi, come del resto anche la necessità di doposcuola non a pagamento che l’istruzione pubblica dovrebbe garantire. E non mancano esempi nei quali lo Stato, abdicando al proprio ruolo, abbia demandato le soluzioni al welfare aziendale con accordi sindacali di secondo livello che impegnano sindacati e aziende a organizzare servizi estivi. Un tempo esistevano le colonie estive offerte dalle grandi aziende, pubbliche e private, ai figli dei dipendenti, oggi si preferisce rinunciare a parti del salario contrattando questa tipologia di servizi (ma assai di rado accade) nella contrattazione di secondo livello dando per scontato che il welfare universale debba essere comunque progressivamente ridimensionato.

Questione di punti di vista, o se preferiamo tutto dipende dall’approccio di classe alla realtà, se guardiamo alla soluzione di un problema in termini di mercato, ossia dei servizi offerti a pagamento o se, invece, inquadriamo gli stessi servizi erogati in un’ottica inclusiva, di potenziamento del welfare e al di fuori delle logiche di mercato. Le attività ludiche, sportive, culturali e educative rappresentano un costo che lo Stato o gli Enti locali scaricano interamente, o quasi, sulle famiglie alle quali spetta sopperire alla perdita di apprendimento durante le lunghe pause scolastiche estive, oltre a rappresentare anche un problema logistico se non ci sono familiari, ossia i nonni, disposti ad accudire bambini/e quando sono chiuse le scuole. Pensiamo alle palestre nei plessi scolastici, che nel pomeriggio sono occupate da società sportive che pagano un canone di locazione alle scuole: se almeno due giorni alla settimana fossero a disposizione di tutti/e gratuitamente, la scuola pubblica svolgerebbe un ruolo importante e insostituibile non solo di inclusione sociale ma anche di aperta lotta alla disuguaglianza sociale ed economica.

Openpolis denuncia la disparità di accesso dei minori a centri estivi e doposcuola, una disparità acuitasi nel corso degli anni se pensiamo che in alcune regioni del centro-nord i cosiddetti campi solari organizzati dal terzo settore hanno subito una forte contrazione trovando sovente ben poca collaborazione nelle autorità scolastiche, negli Enti locali (per quanto concerne il servizio scuolabus e il supporto logistico).

I dati riportati si riferiscono ad alcuni anni fa e sono quindi da aggiornare, è tuttavia acclarato che meno del 10 per cento dei minori italiani tra i 3 e i 14 anni ha accesso a centri estivi o attività pre e post scuola; se guardiamo poi ai figli dei migranti la situazione è ancora più drammatica.

Una situazione annosa che non dipende solo dalle crescenti e profondissime disparità regionali e locali legate all’offerta di questi servizi educativi e sociali, ma anche a una deliberata scelta di natura politica e sociale.

Ovviamente, le disparità territoriali contano, e non poco, e conteranno decisamente di più una volta approvata l’autonomia differenziata. Pensiamo che i servizi offerti nel Nord siano di gran lunga superiori a quelli del Centro e del Sud Italia, dove l’offerta dei servizi in questione è quasi inesistente, ma è proprio l’approccio della ricerca a essere sbagliato, perché si sviscerano i dati senza contestualizzarli nel contesto storico e politico. Parliamo di servizi per anni demandati al terzo settore dopo un breve periodo nel quale erano proprio le strutture pubbliche a farsene carico. Se poi società sportive e terzo settore sono meno presenti nelle aree meridionali dovremmo porci ulteriori domande.

Ma la domanda dirimente, e senza risposta, riguarda il ruolo del pubblico e la ragione per la quale non siano presi in esame questi servizi in un’ottica di potenziamento del welfare a conferma che l’erosione dello stato sociale, dell’offerta educativa, sociale e formativa è iniziata da tempo e l’illusione di affidare al terzo settore e a società sportive un compito spettante allo Stato ha rappresentato la classica foglia di fico per occultare la realtà, ossia la crescente disuguaglianza sociale alimentata da un welfare inadeguato e depauperato dalle politiche di privatizzazione.

I piccoli Comuni presentano poi ulteriori difficoltà, e tanto più piccolo diventa il territorio di riferimento quanto minore risulta l’offerta di servizi, e a questo punto dovremmo indagare sulla crisi degli Enti locali, sulla carenza cronica di risorse economiche loro destinate. 

Un ragionamento simile andrebbe poi esteso ai doposcuola, che ormai sono una rarità e a costi inaccessibili per molte famiglie.

La riconquista di un welfare universale adeguato ai reali bisogni dovrebbe rappresentare una rivendicazione prioritaria per il mondo sindacale e politico, si opta invece per soluzioni tampone e per la riduzione del danno mentre invece si evita clamorosamente di affrontare il problema.

Immagine: Foto di Anna Samoylova su Unsplash

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