di Laura Baldelli
L’autonomia differenziata è legge: un cambiamento che viene da lontano, dal 1997, quando la sinistra era al governo e parlava di federalismo, senza curarsi dei fondamenti costituzionali e per la scuola pubblica iniziò un lungo declino che spazzò via i maestri della pedagogia popolare, che avevano ispirato tanti insegnanti a sperimentare, sulla base dei principi costituzionali, la libertà didattica, l’uguaglianza, le pari opportunità ma soprattutto la democrazia.
Premessa
Il 19 giugno è stato segnato, oltre che dalla morte di Satnam Singh, anche dall’approvazione in Parlamento in via definitiva del disegno di legge sull’autonomia differenziata che porta la firma di Roberto Calderoli, ministro per gli affari regionali e le autonomie; il trasferimento di competenze alle Regioni verrà stabilito dalle regole sancite dalla legge L. 86/2024 per contrattare con il governo l’attribuzione di poteri e prerogative: l’articolo n° 4 precisa che il trasferimento delle materie alle Regioni potrà esserci solo dopo la determinazione dei Lep, cioè i servizi essenziali connessi ai diritti civili e sociali che dovranno essere garantiti, a cui faranno riferimento altri decreti legislativi; i Lep serviranno soprattutto alle Regioni che non chiederanno l’autonomia differenziata.
Questa legge accentuerà le differenze nel nostro Paese, che viaggia già a velocità diverse da sempre, dovute alla mancata attuazione dei diritti costituzionali, pari opportunità e accesso ai beni comuni su tutto il territorio nazionale; inoltre la L. n° 86/202424 minerà la coesione sociale e territoriale alla base della nostra Repubblica, perché verrà a mancare il patto di solidarietà, accentuando le differenze, peggiorando i servizi già carenti in molti territori. Ma ha fatto bene il ministro Calderoli a ricordare, di fronte alle proteste del Pd, che le premesse dell’autonomia differenziata iniziarono con il centro sinistra in pieno governo Prodi con la riforma “Federalismo a Costituzione invariata”, legge n° 59/1997, che per essere attuata fu necessaria la riforma del titolo V della Costituzione con la L. 3/2001, ad opera del governo Berlusconi II, che riconobbe le autonomie locali, quali enti esponenziali preesistenti alla forma della Repubblica. In questo modo fu riconosciuta alle Regioni l’autonomia legislativa. Già nel ’97 D’Alema, Veltroni e Rutelli ne erano fieri, affermando che grazie alla sinistra il federalismo era nei fatti, perché più bravi della Lega che faceva solo propaganda: ma la sedicente sinistra non aveva pensato che sarebbero venuti meno i principi e gli obiettivi di coesione del Paese, della solidarietà contributiva, al fine di combattere le differenze sociali con investimenti mirati per l’occupazione, per i beni comuni e la piena attuazione della Costituzione Italiana.
Oggi, secondo uno studio condotto dall’Istituto Demopolis sulle attese dell’autonomia differenziata, il 66% dei cittadini del Nord è favorevole, perché prevale il sentimento egoistico fomentato negli anni da forze politiche e media, mentre l’81% del Meridione è contrario, temendo che il welfare dei servizi sociali, sanità e scuola, già carente, copra sempre meno i bisogni e i diritti dei cittadini del sud e che il Pnr non porterà gli investimenti necessari. Una legge “spacca Italia” o meglio “la secessione dei ricchi” è stata già apostrofata.
La L. 86/2024 e scuola
L’autonomia differenziata interesserà anche la scuola pubblica e la Flc, il sindacato dei lavoratori della conoscenza della Cgil, tramite Gianna Fracassi, segretaria generale della categoria, ha espresso gravi timori, definendo l’autonomia differenziata “un’autonomia a la carte”, dove le competenze esclusive dello Stato sul sistema scolastico potranno essere demandate completamente alle Regioni sulla base di intese, che potranno ridefinire curricoli e programmi nei diversi ordini e gradi di scuola, la revisione dei criteri di formazione delle classi e dei parametri per la determinazione complessiva degli organici, gli orari, la strutturazione dell’anno scolastico, la formazione ed il reclutamento dei docenti, la gestione diretta del personale scolastico, fino anche a modificare gli organi collegiali. Sarà in gioco l’universalità dei diritti e del rispetto della libertà d’insegnamento, in netto contrasto con gli articoli n°33 e n°34 della Costituzione. Inoltre il governatore Zaia parla già di stipulazione di contratti collettivi regionali che rievocano le gabbie salariali, arretrando di mille anni luce i diritti dei lavoratori, per correre invece verso il progressivo inesorabile percorso verso la privatizzazione del sistema pubblico dell’istruzione, proprio come è accaduto e procede nel sistema sanitario. Anche la ricerca scientifica e l’università saranno competenza delle Regioni e il pericolo che incombe sarà che le nostre strutture pubbliche per la conoscenza e l’istruzione con le nostre menti più brillanti saranno al servizio degli interessi dei privati. Sta già accadendo con la ricerca sottomessa alle industrie belliche, come abbiamo denunciato più volte sulle nostre pagine di Futura Società, ed anche come avanzi il processo di militarizzazione della scuola pubblica in ogni ordine e grado, perché l’aspetto economico, occupazionale e le idee guerrafondaie devono entrare nelle menti, mistificando i valori di coraggio, lealtà e Patria; infatti, oggi il neoliberismo gioca la carta della sicurezza anche in Europa, come è tradizione nel paese da dove arrivano le cause di tutti i conflitti e dei mali del mondo: gli Usa.
Ma la Flc ha dimenticato che la L. 59/1997 sanciva anche l’autonomia scolastica, gestita dal ministro Luigi Berlinguer e tutti i danni che ne seguirono: infatti La buona scuola di Renzi ne fu il frutto più amaro.
Già nel ’97 il centro-sinistra mistificò la riforma dell’autonomia scolastica, esaltando la libertà didattica e culturale a cui avrebbe dato spazio e sviluppo, potenziando le sperimentazioni già in corso, promuovendo il pluralismo e l’inclusione, nonché il rimedio per contrastare l’abbandono scolastico. Era la riforma per entrare nell’Ue, che ebbe la pretesa di fare tutto senza investimenti, anzi spartì le misere risorse destinate alla scuola pubblica con le scuole private parificate, già foraggiate con il pretesto del diritto allo studio; presidi divenuti manager e docenti intrapresero con il cappello in mano, la ricerca di fondi e sponsor per mandare avanti interi istituti scolastici di ogni ordine e grado; alcuni si specializzarono nella caccia ai finanziamenti europei, trasformando le nostre scuole in “progettifici”: progetti a termine e non cambiamenti strutturali. L’autonomia si palesò anche nel mettere gli istituti sul mercato della scelta dell’offerta formativa per contendersi “gli utenti”, in una sciocca quanto malefica competizione. Cambiò il linguaggio per i nuovi contenuti ed i ruoli dei lavoratori della conoscenza dentro il sistema della competizione e concorrenza nella nuova logica dettata dal mercato. Che orrore! Orrori che solo gli ex comunisti riescono a fare.
Infatti si iniziò a distruggere a poco a poco, spianando la strada alle azioni del centro destra, tutta la scuola pubblica nel suo assetto organizzativo e gerarchico: la figura del preside trasformata in dirigente scolastico con poteri manageriali da assolutismo e neanche illuminato, la nuova burocrazia ed i protocolli d’intesa ingessarono la libertà d’insegnamento, la collegialità servì come controllo e non come cooperazione: così fu erosa la libertà didattica del docente. Sul piano dei contenuti e dei saperi ci fu l’attacco ai programmi del 1985 della scuola elementare/primaria, ritenuti dall’Ocse i migliori del mondo per progettualità pedagogica e didattica e risultati a lungo termine; i gloriosi istituti tecnici trasformati “in finti licei”, senza la doverosa e necessaria revisione dei programmi di studio in chiave epistemologica furono un fallimento e neanche gli altri istituti secondari di secondo grado furono dotati di programmi per affrontare le sfide del XXI secolo, anzi i programmi furono sempre più stabiliti dalle case editrici. Fu così che si spazzarono via decenni di buone pratiche educative e didattiche. In seguito, nell’avvicendarsi dei governi, tutti i ministri dell’istruzione non si lasciarono sfuggire l’occasione di firmare ognuno una nuova riforma della scuola. Senza tregua i docenti italiani hanno subito di tutto: dall’aggiunta del nuovo carico di lavoro burocratico senza i dovuti riconoscimenti orari e salariali, ai cambiamenti dei “bisogni formativi” dettati dalle necessità mondo dell’impresa, all’imposizione del modello scolastico anglosassone, dalla svalorizzazione del lavoro in aula e degli insegnamenti disciplinari “non utili”, fino alle inaudite accuse d’incapacità di svolgere la propria professione, che li ha umiliati di fronte all’opinione pubblica. Tutto doveva procedere verso la scuola consona al neoliberismo che ci vuole ignoranti, acritici, flessibili fino a sottometterci ai bisogni mutevoli dell’economia di mercato. È noto quanto i docenti in Italia non avessero mai avuto una coscienza di classe, paludati dietro quel senso di missione che li aveva sempre intorpiditi.
Nel 2000 il Trattato di Lisbona aveva fissato “un nuovo obiettivo strategico per l’Ue dell’economia al fine di sostenere l’occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto di un’economia basata sulla conoscenza”, così recitava il testo, ma dietro queste parole i concetti erano che tutti saperi, i cittadini e la loro formazione, la ricerca dovessero essere funzionali alla logica della produttività d’impresa nella nuova società della conoscenza e dell’informazione, dove internet e la digitalizzazione erano centrali ed imprescindibili. Si iniziò a creare una dannosa dualità tra conoscenza e competenza, come se la prima fosse astrazione e la seconda concretezza, la tecnica fu confusa con la scienza e si ricreò quella falsa divisione tra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, ignorando che il pensiero scientifico è l’approccio ad ogni conoscenza ed indagine del pensiero.
Infatti, il colpo di grazia arrivò nel 2003 con la Riforma Moratti, dove si codificò la scuola serva a Confindustria, con la riforma delle tre “I”: “I” come informatica, “I” come inglese, “I” come impresa; niente più libertà di conoscenza formativa, bensì palesemente tutti addestrati e funzionali alla logica d’impresa…utilità contro otium. Venne cambiato sotto gli occhi di tutti l’obiettivo dell’istruzione e della formazione, ma in molti accolsero “l’utilità” come la panacea per lo sviluppo, la sicurezza del lavoro al fine di assicurarsi il benessere per il futuro. Soprattutto la digitalizzazione diventò prioritaria sui contenuti e non lo strumento, senza neanche regolamentarne l’uso. Il mondo del lavoro, invece che beneficiarne, diventò sempre più precario perché le imprese italiane delocalizzarono, quelle di stato furono privatizzate e svendute, fu anche ideologizzata la precarietà, mistificata come libertà di cambiamento positivo con opportunità per sogni da realizzare sgomitando nel mondo della competitività; la sinistra, o sedicente tale, fece proprie queste idee tanto che nella “Buona scuola” di Renzi, l’Asl, ovvero l’alternanza scuola lavoro, diventò centrale e rubò fino a 600 ore di scuola di lavoro in aula.
E questa è solo una ricostruzione “frettolosa” degli ultimi decenni, carente di dati e di molti passaggi, perché davvero ogni governo ha messo mano alla scuola; invito altri/e compagni/e a ricostruirne una memoria critica, specie chi è ancora in prima linea.
I valori dimenticati della scuola italiana
Soprattutto nella scuola italiana sono stati cancellati, negli anni, i valori costituzionali della Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro perché riconosceva la centralità dei lavoratori e dei loro diritti: negli anni ’70, grazie agli investimenti nella scuola pubblica, i figli dei proletari si laureavano, promuovendo civiltà, sviluppo, mobilità sociale in tutto il Paese.
In questi anni invece gli abbandoni scolastici sono esponenziali ed è stata cancellata la postura pedagogica della cooperazione che aveva costruito la nuova scuola italiana, ad opera di grandi Maestri e Maestre che avevano fatto la Resistenza, che venivano dalla militanza nel Pci e pensavano che proprio nelle aule scolastiche si sarebbe compiuta pacificamente, allegramente, quella rivoluzione che ci avrebbe reso liberi ed eguali davanti ai diritti e alle scelte: l’istruzione, ma prima ancora, l’educazione avrebbero formato cittadini italiani per un Paese veramente democratico. Quegli uomini e quelle donne che credevano nel valore sociale e politico del loro mestiere s’ispiravano alle idee e alla metodologia di Célestine Freinet, un maestro, partigiano e attivista comunista francese che aveva scritto ed agito la pedagogia popolare, già negli anni ’20.
I docenti di oggi non conoscono il fermento culturale e la sperimentale della scuola italiana degli anni ’70, quelli della “bella scuola”, la scuola della vera libertà didattica che sancisce la Costituzione, perché la cancellazione della memoria storica per favorire il pensiero unico e “la fine della storia” come prediceva il neoliberismo, ha soprattutto colpito i luoghi del sapere e della conoscenza, conseguentemente le nuove generazioni e il futuro del nostro Paese.
Ma anche la Flc ha perso la memoria, perché non contrastò mai, salvo una piccola minoranza, i cambiamenti inaugurati proprio dai governi di sinistra e neanche oggi si fa un’analisi vera del passato per capire da dove è venuto “il male” dell’attuale presente e rilanciare il futuro.
Occorre riprendere la memoria di quei tempi, ricordando il pensiero e l’opera di Gianni Rodari, Mario Lodi, Bruno Ciari e del ‘Mce, il Movimento di cooperazione educativa, che furono dei fari per tanti docenti, soprattutto di scuola dell’infanzia e della scuola a tempo pieno, le scuole dove si gettavano le fondamenta più importanti per la crescita e lo sviluppo della personalità, della capacità di apprendere e condividere. Quei valori non sono sorpassati, anzi in un’epoca come questa potrebbero essere il fulcro da cui ripartire. Non ci salverà di sicuro la scuola della lezione-spettacolo del docente che pensa di essere in un talk show, invece che in un’aula o in un laboratorio. Infatti Vincenzo Schettini infine ce l’ha fatta: ha condotto un programma televisivo dal titolo inquietante “La fisica dell’amore”. Nella società dello spettacolo a scuola ci vuole un docente-presentatore! Pensiamo ai docenti costretti alla migrazione, alla precarietà con le remunerazioni più basse dell’Ue, con affitti e trasporti costosi per i docenti fuori sede, con famiglie lontane e senza servizi per l’infanzia, che invece dovrebbero essere sans souci, attraenti, pettinarsi alla moda e fare cuoricini da mimo, sprizzando gioia e ottimismo! Un ottimismo ipocrita poggiato sul nulla, dove la speranza è un’arma di distrazione di massa per tenerci buoni e sentirci inadeguati, che coincide con accettazione entusiastica di tutto, in cui non c’è spazio né per l’analisi critica, né per la formazione della propria coscienza di classe, tanto meno per costruire la lotta contro il pensiero unico.
Se oggi sempre più episodi di cronaca ci mettono in evidenza la disumanità, che sembra essere trasversale rispetto ad appartenenza sociale, istruzione, censo, dobbiamo chiederci che tipo di cittadini le agenzie educative deputate hanno formato, soprattutto con quali valori. Da troppo tempo la scuola ha le armi spuntate di fronte al potere pervasivo dei media, dei social, portatori di modelli e disvalori fondati sull’individualismo, la competizione, ma che ci vuole anche tutti uguali e conformisti nelle scelte dettate dal consumismo di beni materiali e purtroppo anche di persone, direzionati nella scelta dei piaceri, condizionati dalla precarietà come impone il neoliberismo; la scuola non è più portatrice di saperi per la vita, ha dismesso il ruolo di promuovere conoscenza e formare persone capaci di sviluppare i propri talenti a beneficio della collettività, perché la competizione ha prevalso sulla cooperazione. Inoltre i nostri giovani formati hanno preso la via della migrazione per poter lavorare in ogni settore. E non ci salverà lo Schettini di turno, bensì la piena consapevolezza delle ingiustizie e diseguaglianze, la conoscenza della Storia, non certo quella riscritta ad uso e consumo del pensiero unico.
Maestri di democrazia
Vale la pena ricordare quegli anni e la Storia degli educatori rivoluzionari e aprire una riflessione in piena estate, quando i lavoratori della conoscenza sono liberi dall’enorme burocrazia che paralizza la scuola in protocolli e false dematerializzazioni.
Un grande tributo dobbiamo a Célestine Freinet, francese di origini contadine che diventò Maestro e si laureò in lettere, ma rifiutò d’insegnare nei licei, convinto dell’importanza di agire nelle scuole elementari, affinché anche i figli dei più poveri non fossero espulsi dall’apprendimento e perché quelli sono gli anni più fecondi per conoscere, imparare e socializzare; nel 1927 fondò la Cel, ovvero la cooperativa per l’insegnamento laico per una pedagogia popolare basata sul metodo naturale, spinto da tanti maestri che condividevano le sue idee. Finalmente una pedagogia che nasceva dalla vita vera nella scuola e non dentro le accademie. La sua formazione politica avvenne grazie alle letture di Marx, Engels, Lenin nel 1916, durante la convalescenza dopo essere stato ferito nella Grande Guerra e così in una società gerarchica e classista fondò per le famiglie dei lavoratori, una scuola senza classi, con molti laboratori e spazi all’aperto, dove la postura pedagogica era la cooperazione; ma con la seconda guerra mondiale la scuola fu chiusa e Freinet fu internato per le sue idee comuniste ed una volta liberato si unì alla Resistenza.
Finita la guerra continuò il suo lavoro di maestro, ispirando ancora molte maestre e maestri, con i quali collaborò con scambi di esperienze didattiche, coinvolgendo alunni e famiglie, attraverso una fitta corrispondenza, sviluppando una forte socialità. Insegnare era una continua ricerca e confronto tra colleghi ed alunni, senza escludere le famiglie. Il metodo di apprendimento naturale per la scrittura e la lettura fu un successo, perché i bambini attraverso i primi segni grafici intorno ai due anni di età, come avveniva per le abilità del camminare e parlare, naturalmente affinavano i propri movimenti ed imparavano ad esprimere linguaggi. Un percorso naturale in cui i bambini arrivavano a scrivere e leggere con spontaneità e sicurezza con a fianco l’incoraggiamento di un adulto, in grado di proporre esperienze-stimolo. Così i figli dei proletari non subivano più le umiliazioni di una scuola classista pensata per la borghesia, dimostrando quanto fosse importante l’influenza dell’ambiente e quanto la scuola grazie ai suoi educatori potesse favorire la libera espressione delle capacità personali, far emergere talenti ed impadronirsi degli strumenti, quali il linguaggio sia orale che scritto, che rappresentava il potere delle classi dominanti.
Centrale era l’esperienza della stampa e della corrispondenza che stimolava i bambini ad imparare per poter comunicare e capire subito anche i concetti ed i significati delle parole e delle frasi, favorendo a poco a poco anche il pensiero astratto. Niente apprendimento meccanico, perché i bambini erano invitati a sperimentare, a scoprire, a finalizzare, costruendo anche il principio di realtà; l’acquisizione e la costruzione del linguaggio, avveniva dialogando con i bambini, attraverso le molteplici proposte nell’ambiente scolastico. Infatti il metodo naturale è contemporaneamente analitico, sincretico e globale e l’apprendimento diventava così scoperta consapevole e postura di approccio alla vita.
In Italia, come già detto, alcuni Maestri come Rodari, Lodi e Ciari, che ugualmente venivano dalla Resistenza e militavano nel Pci, sperimentarono una pedagogia popolare fondata sui valori di uguaglianza e laicità della Costituzione nata dalla Resistenza e che allontanasse dal militarismo della scuola fascista simile ad una caserma. Ognuno sviluppò un proprio modo di lavorare, realizzando quella libertà didattica sancita dalla Costituzione, in cui si pensa ad un docente come un educatore-ricercatore in grado di progettare e sperimentare percorsi didattici, metodologici, nonché docimologici, per le tante realtà-comunità scolastiche dove insegnavano, senza dimenticare gli obiettivi di crescita e sviluppo della conoscenza e senza lasciare indietro nessuno.
In Italia introdusse la pedagogia popolare di Freinet, Mario Lodi, convinto che la scuola fosse il fulcro del processo di ricostruzione di una società consapevolmente democratica, sostenendo che la Costituzione Italiana dovesse essere al centro del modello pedagogico. La scuola sperimentata da Lodi era pensata come un luogo democratico, fondata sull’educare per formare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, in grado di esporre le proprie idee ed ascoltare quelle degli altri. Il sistema pedagogico di Lodi fu alternativo alla scuola tradizionale trasmissiva di nozioni, fondato invece sulla ricerca e sull’esperienza, in cui veniva introdotto il testo libero, il calcolo vivente, i linguaggi espressivi dell’arte, del teatro, la biblioteca popolare e naturalmente, come Freinet, la stampa per la scrittura individuale di storie e la corrispondenza interscolastica: importante fu quella con la scuola di Don Milani.
Soprattutto Mario Lodi sosteneva che i Maestri e le Maestre crescevano culturalmente ed umanamente assieme ai bambini. La pedagogia di Lodi fu sperimentata in alcune zone d’Italia, dove esisteva una scuola a tempo pieno comunale e grazie alle quelle grandi esperienze, nel 1971 il tempo pieno diventò legge dello Stato n. 820. La scuola a tempo pieno non era solo un servizio per i lavoratori e le lavoratrici, era il tempo giusto per l’apprendimento a misura di bambino ed educatore. Dopo il pensionamento non cessò mai di sperimentare, ricercare assieme ad altri insegnanti, scrivendo per i bambini e per gli adulti, sempre attento ai cambiamenti della società ed alle innovazioni tecnologiche della comunicazione come la televisione; infatti sperimentò l’uso della telecamera da parte dei bambini. Per l’impegno profuso per l’infanzia ricevette nel 2005 il premio Unicef “per aver dedicato tutta la sua vita ai diritti dei bambini”.
Bruno Ciari, partigiano e militante comunista, si dedicò all’insegnamento e contribuì alla crescita del Movimento di cooperazione educativa, Mce, dove molti insegnanti progressisti mettevano a confronto le proprie esperienze e ricerche. Lavorò nella redazione dell’indimenticabile rivista del Pci «Riforma della scuola», un faro di cultura, confronto professionale e rielaborazione politica. La sua formazione culturale e professionale di altissimo profilo determinò la consapevolezza dello stretto legame tra scuola e società, in quanto l’apprendimento non è soltanto un processo ed un valore individuale, ma va condiviso nella comunità e sua concezione di educazione democratica, antiautoritaria e aconfessionale ha i suoi fondamenti nello studio di Antonio Gramsci, Célestine Freinet, Ernesto Codignola suo maestro. Ciari considerava la scuola come “ambiente di vita”, non codificò un metodo perché sottometteva i bambini al “procedimento programmato”, preferì parlare di tecniche, perché più flessibili, che favorivano e stimolavano attitudini al ragionamento logico e critico. Il gioco ed i linguaggi espressivi dell’arte erano le tecniche per l’apprendimento. A Bologna fu ispiratore del “mitico tempo pieno bolognese”, dove lavorò fino a quando la malattia glielo consentì, morendo troppo presto a soli 47 anni nel 1971. Negli anni ’70 a Bologna alla facoltà di pedagogia i giovani docenti pedagogisti s’ispiravano al lavoro ed alle idee di Ciari, creando un legame tra università, scuole ed istituzioni del territorio, per l’educazione non solo scolastica ma anche del tempo libero. Da quegli anni straordinari nacquero i programmi della scuola elementare del 1985, quelli che da tutto il mondo venivano a studiare e che Luigi Berlinguer stravolse per entrare in Europa, nell’Ue del neoliberismo.
Gianni Rodari, raffinato intellettuale, maestro e pedagogista, giornalista e scrittore, è sicuramente il più noto ed il più celebrato, che diventò famoso perché scrisse per l’infanzia, rivoluzionando la letteratura per ragazzi. Nel suo testo teorico La grammatica della fantasia espresse l’importanza dell’immaginazione nell’educazione e che la creatività entrava nel processo di apprendimento e non solo come gioco, bensì come pensiero dinamico divergente, in cui la parola ed il linguaggio erano centrali per entrare in relazione con la realtà, al fine di costruire e modificare i propri processi mentali. L’obiettivo è sempre educare ad una mente critica e capace di utilizzare linguaggi interdisciplinari di tutti i campi d’esperienza, contro le semplificazioni delle povertà linguistiche che portano alla linearizzazione del pensiero, proprio come invece accade oggi. Meriterebbe un approfondimento anche la nostra lingua colonizzata dalla lingua del capitale: l’inglese.
Generazioni di bambini sono cresciuti leggendo le filastrocche di Rodari, che collaborò anche con Bruno Munari, altro sostenitore della creatività nell’espressività del linguaggio grafico-pittorico. Nel 1970 vinse il premio Hans Christian Andersen, il Nobel per la letteratura per l’infanzia.
Freinet, Lodi, Ciari e Rodari furono partigiani e comunisti, sarà un caso fortuito?
Ecco chi e cosa i governi del pensiero unico hanno cancellato per entrare in Europa.
Immagine: Foto di CDC: https://www.pexels.com/it-it/foto/persone-scuola-stanza-camera-3992949/
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