Pavel Durov e la fase kafkiana dell’impero statunitense d’Occidente

di Stefano Zecchinelli

L’arresto del fondatore e padrone di Telegram, Pavel Durov, proietta il capitalismo occidentale nella sua fase kafkiana. Non soltanto i dissidenti, ma anche i critici più moderati (per esempio un timidissimo sostenitore del multipolarismo) possono essere avvicinati, in perfetto stile mafioso, dagli apparati d’intelligence e arrestati. La “convivenza pacifica” con la borghesia filo-Usa, come ha sottolineato l’analista strategico Andrew Korybko, corrisponde a una “visione del mondo irrealistica”.

In Francia, il fondatore di Telegram, il tecnico informatico Pavel Durov, è stato preso in ostaggio dal “regime” neoliberale di Macron. La guerra del gruppo Meta contro Durov, il quale non verrà trasformato in un Assange 2.0, è interna ad alcune caratteristiche delle guerre del ventunesimo secolo: la conquista del cervello umano, passando per il controllo dei cyber-spazi. L’imperialismo vuole assoggettare le capacità umane, rendendo l’Uomo antiquato. 

A scanso d’equivoci, Pavel Durov non è un resistente antiglobalista e non seguirà le orme di Julian Assange; indottrinato all’ideologia liberal-globalista, Durov e suo fratello si sono limitati a rivendicare la multipolarizzazione dei cyber-spazi, una concezione tecnocratica della politica molto simile a quella sistematizzata da Elon Musk. Una leggenda, rimessa in circolazione del giornalismo “lubrificato”, sostiene che in passato l’intelligence russa gli aveva richiesto le chiavi di crittografia di Telegram. Una menzogna preconfezionata dalla Cia. L’Fsb voleva (legittimamente) coinvolgere Telegram e Vk nelle indagini contro la criminalità organizzata, nulla a che vedere con quello che il governo Usa fa nei confronti di Facebook e Twitter/X, socialnetwork con le “porte di servizio” perennemente spalancate. Come ha rilevato il giornalista investigato Pepe Escobar: 

“Durov però si era ubriacato della propaganda di ‘libertà e democrazia’ del NATOstan, aveva respinto la Russia e se n’era andato.”1

Il globalismo tecnocratico è una lama a doppio taglio; non ammette dissidenze interne, nemmeno un timido multipolarismo neoliberale, perennemente ricattabile dall’élite aziendale di Davos. 

Durov, di fatto, è accusato di “non collaborare” con l’intelligence occidentale, dando spazio a canali antimperialisti i quali, aggirando la censura del gruppo Meta (monopolizzato da Cia e Mossad), possono diffondere più o meno liberamente cables compromettenti per il deep state angloamericano. I fratelli Durov, rispettivamente un tecnico informatico e un matematico, sono entrati in rotta di collisione con l’unilateralismo Usa e, nei media “non allineati”, si sono aperti spazi di democratizzazione dell’informazione de-globalizzata. Tutto ciò non trasforma Telegram in Wikileaks e non fa d’un grande matematico un rivoluzionario neosocialista.

Telegram è il socialnetwork preferito nel Sud Globale; la detenzione di Durov è prevalentemente una questione geopolitica, sollevata dal NATOstan contro l’Eurasia, nella fase senile dell’unipolarismo tardo-capitalista. Domanda: i fratelli Durov “impestati” dall’ideologia liberal-globalista hanno stipulato un accordo con la megaburocrazia francese in cambio del regime di semilibertà? Allo stato attuale, come ha sottolineato Escobar, non possiamo dare una risposta a questa domanda, ciononostante abbiamo una certezza: Pavel Durov, un liberal-globalista multipolare, non verrà martirizzato dal NATOstan e dai clan mafiosi che caratterizzano la vocazione unilaterale del Pentagono. Qual è il ruolo di Israele in tutto ciò? Tel Aviv non si limita a uccidere nella Terra di Palestina, ma silenzia e incarcera in tutto il mondo con la sola eccezione di Paesi “non allineati” e antimperialisti.

Il deep state sionista alla conquista dei cyber-spazi

Le piattaforme online, promosse dall’élite capitalista, sono uno strumento di propaganda dell’imperialismo e del sionismo; Facebook, come ha dimostrato lo storico Diego Siragusa, è fortemente influenzata dagli apparati d’intelligence israeliani che, nell’indifferenza degli ordini professionali (per esempio l’Ordine dei Giornalisti), censurano l’informazione multipolare e radical-democratica. Secondo le fonti del quotidiano israeliano Haaretz:

“le autorità israeliane stanno portando avanti una massiccia ‘guerra digitale’ per arginare la fuga di informazioni sensibili attraverso sia il monitoraggio del web e dei social network, sia l’invio di richieste legali alle società tecnologiche – come Google, Meta, Amazon e anche Telegram – per rimuovere o bloccare i contenuti legati ai leak. Le società occidentali si sono mostrate particolarmente collaborative, e anche Telegram ha rimosso una serie di account – inclusi i canali ufficiali degli hacker – che condividevano link per scaricare il materiale israeliano.”2

L’approccio sionista-revisionista è differente rispetto a quello statunitense, perché “utilizza le regole interne delle aziende tecnologiche per indurle a rimuovere per suo conto i contenuti violati, impedendo così che i dati trapelati raggiungano il pubblico o i giornalisti, sia in Israele che all’estero” (Ibidem). Israele è un grande censore pan-planetario. 

Pavel Durov avrebbe dovuto avere fiducia nei servizi di sicurezza del proprio Paese, invece d’abbandonare la Federazione Russa, accecato dalla mistica liberaloide occidentale. La “sovranità digitale”, come quella economica e militare, è l’ennesimo obiettivo di Washington, il gendarme mondiale che, con cinismo e nell’indifferenza, contempla la distruzione d’una porzione del pianeta.

Note:

1 https://www.nuovatlantide.org/pepe-escobar-ue-a-telegram-stiamo-venendo-a-prenderti/
2 https://www.startmag.it/mondo/israele-telegram-dati-hackerati/

Immagine: TechCrunch, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0&gt;, via Wikimedia Commons

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