La scuola dell’incoscienza di classe

di Angela Fais

Le linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica appena emanate dal Ministero della Pubblica istruzione e del merito configurano un sistema educativo funzionale al principio del profitto, che forma “soldatini” incapaci di pensiero critico che possano portare avanti senza coscienza politica un mondo fondato sul privilegio della classe dominante.

Lo scorso agosto il Ministero della Pubblica istruzione e del merito, nella persona del ministro Valditara, ha emanato le nuove linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica.

Non inganni il cappello introduttivo: “le linee guida hanno come stella polare la Costituzione italiana” e che il primo e fondamentale aspetto da trattare è la “conoscenza del dettato costituzionale, della sua storia e delle scelte compiute nel dibattito in Assemblea costituente, e la riflessione sul suo significato”; proseguendo nella lettura del documento, si apprende che pur considerando il contesto storico che alla Costituzione ha dato i natali, si perde di fatto uno dei suoi principi fondanti: l’antifascismo. Anche quando si invoca la “Patria” non è ben chiaro a quale concetto di patria ci si riferisca, se quella dei partigiani o quella del colonialismo in Africa.

Così, di fatto decontestualizzata storicamente, la Costituzione viene piegata a servire un’ideologia a essa del tutto estranea. Si raccomanda infatti “di incoraggiare lo Spirito di impresa attraverso una valorizzazione della imprenditorialità e della iniziativa economica privata”. E questo viene fatto citando l’art. 42 che, ricordiamolo, recita: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. In esso, dunque, non si trova nessun incoraggiamento all’iniziativa economica privata; anzi, l’attenzione è posta proprio sui limiti di questa affinché non venga meno la sua funzione sociale: si rievoca l’armonia necessaria fra tutela del privato ed esigenze del pubblico, ricordando che a prevalere debba essere sempre l’interesse sociale della collettività.

Dopo aver ribadito che il tema della Costituzione non può esaurirsi nel proporre la mera lettura e la memorizzazione di una serie di articoli, si forniscono le indicazioni metodologiche per la scuola dell’infanzia che raccomandano “che il bambino sperimenti attraverso il gioco, i concetti di scambio, baratto, compravendita, per giungere allo sviluppo della consapevolezza del fatto che i beni hanno un valore”. La natura di questo valore, coerentemente con l’ideologia neoliberista che qui chiaramente si palesa, non può che essere, ahimè, quella economica. E ciò “per consentire al bambino di capire l’importanza del risparmio, e di compiere le prime valutazioni sulle corrette modalità di gestione del denaro”. Tralasciando il fatto che appare grottesco che un bambino di tre anni venga brutalizzato e trasformato in un piccolo zio Paperone col «Sole 24 Ore» sotto il braccio, appare inquietante che questo abominio si consumi infischiandosene di tutte le teorie pedagogiche che unanimemente si esprimono sull’importanza fondamentale che il libero gioco riveste in quella fascia di età. Oltre al fatto che “addestrare” i bambini già da così piccoli al pensiero del calcolo costituisce un’aberrazione senza precedenti nella storia del Bel Paese. Già dalla scuola dell’infanzia e primaria infatti ci si prefigge di far “conoscere e spiegare il valore, la funzione e le semplici regole di uso del denaro nella vita quotidiana. Gestire e amministrare piccole disponibilità economiche, ideando semplici piani di spesa e di risparmio, individuando alcune forme di pagamento e di accantonamento”.

Non si sbaglia a parlare di “addestramento” in luogo di educazione, giacché nelle Linee guida emerge netto il valore prioritario delle regole: “far sviluppare la consapevolezza che la propria esistenza si realizza all’interno di una società ampia e plurale, basata su regole”. Si afferma e si santifica la centralità dei doveri. Si parla addirittura della necessità di sviluppare una “cultura dei doveri”. E si cita, sottoponendolo a un ribaltamento osceno, proprio l’articolo 2 che dei diritti sancisce l’inviolabilità, ossia la loro preesistenza alla Costituzione stessa, essendo essi connaturati all’uomo. Di seguito con un altro guizzo, dopo aver messo in risalto i doveri rispetto ai diritti e ricordando che l’art. 2 richiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, si estende l’inderogabilità dei doveri a TUTTE le regole! E si prosegue dicendo che le regole bisogna rispettarle al fine di avere una “società ordinata”. Sembrerebbe dunque che non si voglia educare dei futuri cittadini al rispetto dei diritti di tutti e che non sia prioritaria la costruzione di una cultura della solidarietà in cui nessuno resta indietro, coerentemente con quanto previsto dall’art.3 della nostra Costituzione. Ma che si vogliano piuttosto forgiare dei soldatini all’obbedienza ferrea, i quali senza discutere gli ordini assolvano ai propri compiti e al compimento dei propri doveri. Per cui, se sino a ora si è sempre parlato di “diritti e doveri” dopo questa perversa torsione sarà più corretto parlare di “doveri e diritti”. Laddove i secondi forse non saranno più inviolabili, indisponibili e irrinunciabili da parte dei loro titolari, ma condizionati “al rispetto delle regole” imposte dalla classe dominante.

Immagine: sito internet Ministero dell’Istruzione e del Merito

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