Ottant’anni fa le repubbliche partigiane

di Nunzia Augeri

Nell’estate che sta finendo si sono svolte le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle repubbliche partigiane in tutti i luoghi che furono interessati dal fenomeno. Le repubbliche furono le prime forme di sperimentazione democratica nell’Italia dilaniata e occupata del 1944. Nella fotografia, il monumento che ricorda la Repubblica dell’Ossola accoglie i visitatori in arrivo sulla piazza della stazione ferroviaria.

Estate 1944: già si stagliavano nette sull’orizzonte della storia le sorti della Seconda Guerra mondiale: la vittoriosa macchina da guerra della Germania di Hitler, che si era impadronita di tutta l’Europa continentale, si era inceppata di fronte alla resistenza della Gran Bretagna, aveva poi subìto una epocale sconfitta a El Alamein, in Africa (ottobre 1942) e una vera e propria disfatta in Unione Sovietica, nelle battaglie di Stalingrado e di Kursk (febbraio e luglio 1943). La Germania si trovava a corto di uomini, alimenti, materie prime, combustibili; era sottoposta al quotidiano stillicidio dei bombardamenti sul proprio territorio, e all’attacco sempre più audace dei movimenti di resistenza in tutta Europa: ormai non poteva resistere a lungo. Gli Alleati – Gran Bretagna e Stati Uniti – erano già sbarcati in Africa e in Italia (luglio 1943); Hitler attendeva un ulteriore sbarco a nord, in Francia, restava in dubbio solo il luogo: sarà il D-Day in Normandia, il 6 giugno del 1944.

L’Italia nel 1944 non era più uno Stato sovrano e indipendente: al Sud, gli Alleati prendevano sotto la loro amministrazione i territori che man mano venivano liberati, per poi riportarli sotto il dominio del re Vittorio Emanuele III. Al Nord, Mussolini aveva costituito la Repubblica di Salò, Stato fantoccio dominato dalle forze tedesche. Già l’anno precedente, nel 1943, i grandi scioperi operai (allora lo sciopero era reato) nelle grandi fabbriche delle maggiori città industriali avevano lanciato una sfida diretta al fascismo. Il 4 giugno 1944 gli Alleati arrivarono a Roma, scacciandone gli occupanti tedeschi: dopo vent’anni di dura repressione e nove mesi di feroce occupazione tedesca, uscirono dalla clandestinità i partiti antifascisti e il sindacato operaio. 

Le formazioni partigiane avevano superato il primo difficile inverno sulle montagne e avevano acquistato forza e coscienza; il bando della Repubblica di Salò che obbligava i giovani a presentarsi per l’arruolamento ebbe come effetto principale quello di ingrossare le file delle bande partigiane. Per i nazifascisti risultava praticamente impossibile tenere sotto controllo le vaste zone montagnose delle Alpi e degli Appennini: si limitavano a tenere la linea Gotica sugli Appennini, a occupare le città del nord, la pianura padana con le grandi vie di comunicazione e i centri industriali più importanti. I comandanti partigiani possono pensare all’audace compito di creare delle zone libere dall’occupazione tedesca e dal dominio fascista: le più attive sono le Brigate Garibaldi del Partito comunista e quelle di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, che agiscono soprattutto nel Cuneese.

Nel gennaio del 1944 il Comitato di liberazione nazionale da Roma aveva diramato una lettera ai Cln locali, lanciando un appello per un’offensiva generale e affermando che a loro incombeva “il dovere di assumere, di loro iniziativa, in nome della nazione e del governo… la direzione della cosa pubblica”. Il 2 di giugno il Cln dell’Alta Italia diramava un documento che spinge a organizzare i Cln locali, con i rappresentanti dei partiti antifascisti, per procedere alla nomina di una giunta amministrativa e di un sindaco, abolendo il podestà di nomina fascista. Pochi giorni dopo, il 10 giugno, il Comando delle Brigate Garibaldi lanciava dei comunicati nello stesso senso, sottolineando la necessità di istituire degli “organi amministrativi popolari che assumano il potere in nome del governo di unità nazionale”, ai quali “devono essere devolute tutte le questioni amministrative e di organizzazione civile della località”.

Nella primavera del 1944 nasceva la zona libera della Carnia, nell’Ampezzano; in estate fu la volta di Montefiorino sull’Appennino modenese; in settembre si liberò la Valdossola. Furono numerose le zone libere in Piemonte: le valli del Cuneese, Alba, il Monferrato, il Biellese operaio; in Liguria sorsero la microrepubbliche di Osiglia e quelle di Torriglia e Val di Vara. Sull’Appennino Varzi, Bobbio, le valli del Parmense, fino in Umbria con Cascia. Furono in tutto 29 le esperienze in cui per la prima volta il popolo italiano – tutto il popolo, uomini e donne, contadini e operai, studenti e professionisti – si faceva protagonista della propria storia e sperimentava nel quotidiano la possibilità di costruire una società a misura propria e dei propri interessi. Molte furono effimere e durarono solo pochi giorni; altre ebbero più tempo – comunque misurabile solo in poche settimane – per esprimere nuove istituzioni, nuove norme, una nuova organizzazione della vita civile, economica, politica: soprattutto le cosiddette “tre grandi”, la Carnia, Montefiorino e l’Ossola.

Le situazioni sul terreno erano le più varie: da territori che comprendevano decine di comuni e decine di migliaia di abitanti, come la Carnia e l’Ossola, a singoli, piccoli comuni montani con poche centinaia di contadini; i territori vennero liberati con audaci battaglie manovrate, come a Varzi, oppure con trattative che i comandanti partigiani potevano condurre da posizioni di forza, come in Ossola; oppure, semplicemente perché le autorità fasciste preferirono fuggire da situazioni ormai ritenute insostenibili.

Il problema che in ogni caso si poneva era quello di costruire una nuova organizzazione sociale e politica, dopo la guerra e la disorganizzazione che ne era derivata; non certo di ri-costruire in base a un modello che si voleva rinnegare, bensì di organizzare un nuovo modello di convivenza, nella inedita esperienza di una mai conosciuta democrazia. 

Il nuovo modello si articolava su tre forme fondamentali: la prima, più semplice, prevedeva che i comandi partigiani assumessero direttamente i compiti politici e amministrativi per il governo dei territori: è il caso, per esempio, della Valsesia e dell’Appennino parmense. La seconda prevedeva l’intervento dei commissari politici delle formazioni partigiane, che sceglievano i componenti del Comitato di liberazione locale e delle giunte amministrative, come a Montefiorino. La forma più avanzata prevedeva, invece, delle giunte di governo formate da civili che rappresentavano i partiti politici impegnati nella Resistenza e da rappresentanti di gruppi importanti a livello locale, sulle quali la popolazione venne chiamata a pronunciarsi col voto; è il caso della Carnia, e qui a votare nella primavera del 1944 sono anche le donne, se capifamiglia; in Italia è la prima volta.

I maggiori protagonisti dell’esperienza furono i contadini, che allora costituivano il 52% della popolazione a livello nazionale, ma erano assoluta maggioranza sulle montagne. Il mondo contadino, sempre rimasto ai margini della storia, non era peraltro un mondo unitario, ma presentava aspetti socio-economici molto variati: l’esperto produttore di vini pregiati dell’Astigiano o il piccolo proprietario emiliano che coltivava le ricche terre della pianura erano diversi dal poverissimo montanaro friulano che nell’inverno intagliava oggetti di legno da rivendere al piano, o dal casaro dei remoti pascoli delle valli cuneesi. Il fascismo si era guadagnato il consenso contadino, ma non tutto filava liscio nella vita dei paesi: i gerarchetti fascisti locali taglieggiavano i coltivatori, incapaci di difendersi anche per le scarse risorse culturali. L’istituzione dell’ammasso dei prodotti agricoli, iniziato nel 1936 con la guerra d’Africa, in un primo tempo aveva concesso ai produttori una giusta retribuzione del loro lavoro, ma negli anni della guerra non aveva tenuto il passo con l’inflazione vertiginosa, e nel 1944 i prodotti agricoli veniva pagati a un prezzo inferiore ai costi di produzione: un capo di bestiame veniva pagato 4.000 lire quando al mercato libero ne valeva 25.000. Con la guerra, iniziata nel giugno 1940, la leva dei giovani spopolò le campagne, sottraendo la forza lavoro più efficiente; poi, nel 1944, i bandi per l’arruolamento nell’esercito della Repubblica di Salò furono visti come una nuova minaccia incombente sui giovani: meglio raggiungere la banda partigiana vicino a casa che non essere spediti in terre lontane, come la Russia, da cui non si tornava.

Certo, non sempre i rapporti furono cordiali, soprattutto per paura delle terribili rappresaglie nazifasciste; e, di fatto, durante l’occupazione tedesca il mondo contadino pagò un terribile prezzo di sangue: intere comunità vennero massacrate, come Boves, Marzabotto, Vinca, Sant’Anna di Stazzema. Ma – come scrive Arrigo Boldrini – “i contadini scelsero di stare con i ribelli perché da quella parte sentivano che c’era una causa giusta, la speranza di un avvenire migliore, la volontà della pace e la fine di servitù intollerabili”.

Accanto ai contadini le donne, moltissime rimaste sole con i vecchi e i figli bambini, si ritrovarono a dover affrontare le sfide di ogni giorno, non solo nelle case: nelle campagne e nelle fabbriche sostituirono gli uomini mandati al fronte. Molte delle più giovani si impegnarono direttamente nella lotta partigiana, come Gisella Floreanini in Ossola, o Norma Barbolini in Emilia. Moltissime si adoperarono per assicurare le comunicazioni, come le mitiche staffette, o ancora per sostenere le bande partigiane, rifornendole di viveri e abbigliamento. Nelle città le donne partecipavano in massa alle manifestazioni di protesta per la mancanza di alimentari e generi di prima necessità: ma le manifestazioni potevano assumere una valenza decisamente politica di lotta, come ad Apuania, dove la massa di donne impedì la distruzione della città pianificata dagli occupanti tedeschi. 

Accanto ai ribelli si ritrovò anche il clero locale. In genere, nella parrocchia di montagna i partigiani trovarono sempre viveri, materiale sanitario, assistenza ai feriti, informazioni, ricovero per ricercati, fuggiaschi o evasi dai campi di prigionia. Molti sacerdoti parteciparono direttamente alle vicende politiche della zona, come don Zoppetti e don Cabalà che entrarono nella giunta di governo dell’Ossola, o don Treppo ucciso in Carnia per aver tentato di difendere dallo stupro una giovane donna. Il clero più alto – con poche eccezioni – mantenne invece un atteggiamento ambivalente, cercando di prendere le distanze dal regime di Salò ma conservando normali relazioni con i nazifascisti. Molti vescovi continuarono a mettere sullo stesso piano le azioni dei nazifascisti e quelle dei partigiani, biasimando entrambi in nome della carità cristiana e del rifiuto della violenza.

Le repubbliche partigiane si estesero dal nord fino al centro Italia, dalla cerchia alpina all’Appennino umbro-laziale; nelle zone liberate i nuovi amministratori – giunte civili o comandi partigiani – si trovarono ad affrontare una serie di problemi comuni: il primo era quello dell’approvvigionamento di viveri e generi di immediata necessità: medicinali, sapone, stoffe, legna e carbone per cucinare e riscaldarsi, che erano spariti per l’incapacità delle autorità fasciste a mantenere in funzione il mercato. Il problema di provvedere all’alimentazione delle popolazioni e delle formazioni combattenti, in circostanze e con possibilità diverse secondo le zone, venne affrontato ovunque con l’intento di stabilire prezzi equi per i produttori e i consumatori, e di distribuire le risorse in modo altrettanto equo.

Il problema dei rifornimenti di grano fu affrontato in maniera particolare in Carnia: la zona di alta montagna non produceva cereali, e le vie di accesso erano state tutte bloccate dalle forze armate nazifasciste; era rimasto aperto solo un passo impervio, raggiungibile a piedi o con animali da soma. Fu un’epopea tutta al femminile: vennero arruolate circa 150 giovani donne che camminavano fino alle ricche province della pianura emiliana, si prendevano sulle spalle i carichi di grano e tornavano in Carnia, sempre a piedi o con qualche mulo; il Partito comunista aveva preparato i posti tappa dove le giovani potevano dormire e rifocillarsi. Erano retribuite con il 5% del grano che trasportavano e con 50 lire al giorno. Passo dopo passo, le ragazze salvarono 90.000 persone dalla fame. Altrettanto eroiche le donne toscane che dalla zona libera di Apuania (oggi Carrara), scavalcavano a piedi i passi appenninici per raggiungere le province emiliane e scambiare il sale del loro mare con farina, medicinali e altro, ma portavano anche informazioni utili per i resistenti dei due fronti. 

Ovunque, poi, le giunte amministrative si preoccuparono di organizzare un minimo di assistenza medica, sia per le popolazioni (i comuni avevano allora il medico condotto e l’ostetrica) che per i combattenti feriti, secondo le rispettive possibilità. In alcune zone si allestì un ospedale; nella microrepubblica di Osiglia, in Liguria, si inventò perfino l’ospedale diffuso. A Montefiorino, in Valsesia, in Val di Vara in Liguria si decise che le cure mediche fossero prestate a tutti a titolo gratuito: nasceva la sanità pubblica, il servizio sanitario universale e gratuito che garantisce la tutela della salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”, come sancirà l’art. 32 della Costituzione italiana. 

Altra grande preoccupazione era il mantenimento dell’ordine pubblico, per l’epurazione dei fascisti e l’eliminazione delle spie, e anche contro gli eccessi degli stessi partigiani. In Ossola l’insigne giurista Ezio Vigorelli fu nominato “magistrato straordinario”: sarà poi ministro della Repubblica italiana. In Carnia il Cln si preoccupò di costituire un tribunale, composto da rappresentanti della giunta di governo, del Comando partigiano e delle organizzazioni di massa; il difensore poteva essere scelto liberamente. Anche a Montefiorino si formò un tribunale, ma il difensore era d’ufficio ed era sempre il sacerdote della zona. Bisogna notare che tutte le repubbliche che arrivarono a organizzare l’amministrazione della giustizia, tutte senza eccezioni, abolirono la pena di morte, allora vigente; la morte era anche troppo presente, fra devastazioni belliche, bombardamenti e massacri. E in nessuna repubblica si infierì con il minimo maltrattamento contro i prigionieri politici o militari: al contrario, un codice di comportamento delle bande di Giustizia e Libertà imponeva: “In nessun caso e da parte di nessuno le persone arrestate e fatte prigioniere dovranno essere sottoposte a violenze, maltrattamenti, ingiurie o sevizie… debbono evitarsi le iniziative che possono offendere il pudore, la sensibilità e la dignità sia di chi si trova a dover assistere, sia del colpevole stesso”. Tanto era il rispetto per la persona umana e tanta la consapevolezza che la violenza degrada tanto chi la subisce quanto chi la compie.

Tutte le esperienze di autoamministrazione civile si svolsero fra la primavera e l’estate: si poneva quindi il problema della riapertura delle scuole, essendo l’istruzione primaria di competenza dei singoli comuni. Bisognava trovare i locali in territori spesso distrutti, e provvedere al riscaldamento per il freddo incombente; bisognava trovare insegnanti non troppo compromessi con il fascismo, e soprattutto sostituire il testo unico inneggiante al duce e al regime. La zona libera della Carnia decise di adottare come testo il libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma è la Repubblica dell’Ossola che si spinge più avanti, affrontando il problema del rinnovamento totale della scuola italiana, di cui si incarica una commissione dove sono presenti nomi illustri della cultura italiana. La commissione anticipava di vent’anni l’idea di una scuola media unica che desse spazio alle lingue straniere, alla matematica e alle scienze, secondo le esigenze della società moderna. Negli ultimi giorni della repubblica, quando già i cannoni infierivano sulla città, la commissione continuava serena il proprio lavoro, nella coscienza di star lavorando non per la piccola, pericolante repubblica partigiana, ma al cospetto della storia.

Durante il ventennio vi era stata la repressione totale delle più elementari libertà civili: un partito unico, cui bisognava inchinarsi; divieto di riunione e associazione; divieto di costituire sindacati che non fossero le corporazioni fasciste, subordinate agli interessi padronali; una stampa rigorosamente controllata e asservita alle “veline” mussoliniane; perfino il cinema e la musica censurati in base a criteri politici o razziali (vietato Tempi moderni di Charlot perché “comunista” e le musiche di Mendelssohn perché ebreo, o il jazz perché “opera di negri”). Nelle zone libere tornarono immediatamente la libertà di riunione e associazione, il diritto di associarsi in partiti per garantire la rappresentanza di tutti i ceti sociali, dando contenuto concreto alla democrazia; i lavoratori tornarono a formare i propri sindacati, liberi da ingerenze padronali e dittatoriali, soprattutto nelle zone operaie del Biellese e dell’Astigiano, dove si stipulano i primi contratti collettivi di lavoro; il recupero della grande tradizione socialista fra ’800 e ’900 fece riscoprire il valore della cooperazione, che venne ripresa sia in Carnia che in Oltrepò pavese per l’allevamento dei bovini.

La rinnovata libertà di stampa fece esplodere ovunque un gran numero di giornali, riviste, notiziari, bollettini, ad opera anzitutto delle brigate partigiane dove i giovani erano incoraggiati a pubblicare un notiziario interno come prima palestra di riflessione e di scrittura. Non tutte le pubblicazioni erano improvvisate: nella Repubblica dell’Ossola, il quotidiano bollettino ufficiale della giunta di governo era curato da Umberto Terracini che, pochi anni dopo, in qualità di presidente dell’Assemblea costituente, firmerà il testo della Costituzione italiana.

In tutte le zone libere era poi necessario affrontare il problema del fisco locale, per reperire le risorse necessarie a coprire le spese delle amministrazioni comunali; in questo si distinse la zona libera della Carnia, che ebbe il tempo di elaborare un sistema fiscale progressivo, basato su otto scaglioni di reddito: la progressività dell’imposizione fiscale sarà il principio che verrà accolto nella Costituzione italiana all’art. 53.

In materia di parità di genere, nelle zone libere venne dato il diritto di voto alle donne: in Ossola, per la prima volta nella storia d’Italia, una donna assunse dirette responsabilità di governo; è Gisella Floreanini, incaricata dell’assistenza, considerata non più come beneficenza o carità, ma come diritto. La ministra riuscirà a salvare i bambini di Domodossola dalle rappresaglie nazifasciste organizzando la loro partenza per la Svizzera. Delle donne viene incoraggiato l’impegno in campo culturale e sociale, soprattutto attraverso i Gruppi di difesa della donna del Partito comunista, in netto contrasto con il ventennio in cui le donne erano state confinate nel ruolo di casalinghe e madri di futuri combattenti, secondo l’organizzazione gerarchica e sessista della dittatura mussoliniana.

Non vennero trascurate le arti, anche se in quel contesto bellico sembrerebbero un lusso superfluo: nella zona libera di Torriglia, in Liguria, si organizzano mostre di disegno e di pittura, in Valsesia si bandisce in concorso musicale per l’inno della VI Brigata Garibaldi, e si costituì un “ufficio artistico”; a Domodossola la folla accorreva alle conferenze che illustri letterati come Mario Bonfantini tenevano nel teatro della città. La vita nelle zone libere è aperta, fervida e anche allegra: a Montefiorino si balla tutte le sere, e sono accese le luci che nelle lugubri città occupate sono invece spente.

Non minori le preoccupazioni per i servizi di trasporto e di comunicazioni, nel contesto di territori distrutti da bombardamenti e incursioni nazifasciste: ovunque era possibile circolare, si cercò di riattare il servizio di autobus per raggiungere le città vicine; tornarono a funzionare le linee telegrafiche e telefoniche, utili per scopi militari e civili, e anche il servizio postale con francobolli nuovi, disegnati per l’occasione.

Ogni zona libera aveva, poi, problemi particolari. In primo luogo la Carnia, che fu letteralmente invasa dai cosacchi: un’orda di circa 40.000 persone, con 6.000 cavalli e 30 cammelli che si muovevano sotto il comando dell’atamano Pëtr Krasnov. Al tempo dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica i cosacchi si erano alleati con Hitler, spinti dalla loro tenace vocazione anticomunista. Quando i tedeschi furono costretti a ritirarsi, i cosacchi li seguirono, aiutarono a stroncare l’insurrezione di Varsavia, poi passarono in Italia a combattere la resistenza partigiana. I tedeschi avevano promesso loro un Kosakenland in cui insediarsi, appunto in Carnia. L’orda dilagò nella zona, sette paesi friulani dovettero cedere loro la metà delle abitazioni; danni alle coltivazioni, saccheggi e devastazioni erano all’ordine del giorno. Vennero violentate un centinaio di donne, perfino una bambina di cinque anni, il parroco di Imponzo, don Giuseppe Treppo fu assassinato mentre cercava di difendere una ragazza. Le autorità fasciste della Repubblica di Salò, in una circolare riservata, autorizzarono l’aborto delle donne violentate “da fuorilegge stranieri appartenenti a razza non ariana… che compromettono la sanità e la purezza della razza”. Il bilancio finale conta 150 assassinati, soprattutto anziani, donne e bambini, 1.000 deportati nei campi di concentramento nazisti, 400 abitazioni incendiate, e danni enormi alle coltivazioni e ai boschi. Alla fine della guerra, i cosacchi seguirono ancora i tedeschi verso l’Austria; l’Unione Sovietica chiese che tutti i cittadini russi venissero rimpatriati: di fronte alla terribile prospettiva, molti preferirono gettarsi nelle gelide acque della Drava; i più furono internati in un campo presso Lienz, sotto controllo inglese, gli ufficiali furono consegnati ai sovietici, i generali condannati a morte, gli altri deportati in Siberia. L’atamano Krasnov fu impiccato pubblicamente sulla Piazza Rossa, a Mosca. Ventisette milioni di morti lo stavano aspettando.

Meno drammatiche altre storie, come i problemi del commercio di tessuti prodotti nel Biellese: la giunta di governo trattò con i nazifascisti per far uscire dal territorio i tessuti da vendere, allo scopo di far proseguire l’attività delle fabbriche tessili e permettere agli operai di lavorare e avere il salario. In Monferrato, invece, non potendo trasportare e vendere il vino prodotto, questo venne immagazzinato in contenitori fabbricati per l’occasione, per venderlo più tardi. La Repubblica di Montefiorino si trovò a dover affrontare il periodo della mietitura e trebbiatura del grano in Emilia: requisì tutte le trebbiatrici della zona e destinò alcuni partigiani a manovrare le macchine e a collaborare con i contadini. L’operazione venne molto apprezzata e suscitò il favore delle popolazioni nei confronti del governo della libera repubblica. 

La repubblica più nota è quella dell’Ossola: questa zona, che comprendeva circa 85.000 abitanti, si trova al confine con la Svizzera, allora neutrale, dove si erano rifugiati tanti illustri antifascisti italiani non in grado per l’età di affrontare i disagi della guerra partigiana: alla notizia che la zona era stata liberata, accorsero per dare il loro contributo alla nuova Italia libera che si stava delineando. Ricordiamo fra i tanti nomi quello di Concetto Marchesi, rettore dell’università di Padova, che aveva chiuso l’università e con un nobile appello aveva incoraggiato i giovani studenti a unirsi alla Resistenza; erano presenti e operanti i critici letterari Mario Bonfantini e Gianfranco Contini, lo scrittore Franco Fortini che rievocherà quel periodo nel suo accorato Sere in Valdossola, il politico Umberto Terracini, il giurista Ezio Vigorelli. A Domodossola si trovava l’illustre medico Ettore Tibaldi, là confinato per il suo antifascismo, che divenne il presidente della zona libera. L’apporto di queste personalità diede al germoglio di repubblica un impulso di rinnovamento politico e civile che non sfuggì ai giornalisti stranieri, che dalla Svizzera potevano seguire da vicino la straordinaria esperienza. L’eco arrivò fino agli Stati Uniti, tramite una giornalista del New York Herald Tribune che documentò di persona le atrocità perpetrate dai nazifascisti alla riconquista di Domodossola.

La contiguità con la Svizzera permise di prendere contatto con gli Alleati, tramite l’ufficio di un “addetto stampa”, John McCaffery, che era di fatto un rappresentante dei servizi segreti inglesi. Come racconta il presidente Tibaldi nelle sue memorie, gli furono promessi aiuti che alla fine si concretizzarono in un… pacchetto di caramelle. Il conservatore Churchill, che dei due alleati anglosassoni era il più attento alle vicende italiane e al Mediterraneo dovendo tener aperta la via marittima attraverso il Canale di Suez verso l’India, allora colonia inglese da cui traeva uomini e rifornimenti, guardava con diffidenza a questi fenomeni, troppo legati a fermenti di rinnovamento rivoluzionario: in particolare temeva una spaccatura dell’Italia, che lasciasse il Sud contadino e arretrato sotto il dominio dei Savoia, e il Nord industriale e avanzato nelle mani dei comunisti.

Per la società italiana, quelle prime sperimentazioni democratiche costituirono un’esperienza intensa e significativa, e misero in luce l’esistenza di una nuova classe dirigente, non compromessa con il fascismo e neppure legata allo Stato liberale prefascista, perfettamente in grado di prendere le redini dell’economia, della società e dello Stato. Per chi – come i contadini – era sempre stato escluso da ogni partecipazione democratica, rappresentarono la speranza di un futuro di dignità e di riscatto. Se – come in Carnia e a Varzi – il bestiame veniva acquistato e gestito in cooperativa; se – come a Montefiorino – la trebbiatura si faceva tutti insieme, con velocità ed efficienza, passando con le macchine da un podere all’altro; se – come in Ossola – l’uso democratico dei pascoli si discuteva serenamente riuniti sotto un albero, era un nuovo modo di organizzare il lavoro e la vita quotidiana che veniva adottato: e non sul piano teorico, nell’oratoria di un politico o negli scritti di un filosofo, ma in concreto e nel quotidiano passava la buona novella della possibilità di un cambiamento radicale dello stato di cose presenti. 

Tutte le esperienze democratiche delle zone libere finirono nell’autunno, sotto gli attacchi poderosi dei nazifascisti: a est, lo sbarco degli Alleati in Provenza, alla metà di agosto, faceva temere che si dirigessero verso il Piemonte, dove si era sviluppato il maggior numero di zone libere; in Lombardia, i fascisti volevano tenersi libera la via di fuga più veloce, verso la Svizzera; a ovest, il Trentino e il Friuli erano le vie di fuga per le truppe tedesche, verso l’Austria e la Germania. Ogni zona libera venne investita da migliaia di militari, fra combattimenti e stragi i partigiani si salvarono sgusciando via in piccoli gruppi, o nascondendosi protetti dalle popolazioni. La loro eredità non è scomparsa, è presente ancora oggi, incisa con sangue e saggezza nelle norme della nostra Costituzione.

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