di Ascanio Bernardeschi* e Vladimiro Merlin**
Lo sciopero dei lavoratori della Stellantis consegue a una crisi produttiva e a un declino tecnologico che è il risultato dell’inadeguatezza della direzione aziendale, delle politiche europee e di quelle governative. No a nuove elargizioni di denaro pubblico che non viene impiegato per accrescere l’occupazione. Sì a un ruolo attivo dello Stato, compresa la nazionalizzazione dell’azienda. La Cina sta dimostrando che ci sono alternative all’anarchia del mercato.
In Italia e in altri Paesi i lavoratori della Stellantis scendono in sciopero. Da molti mesi la produzione di quell’impresa è a ranghi ridotti. Sono stati eliminati i turni notturni e la produzione si attesta a 750 mila vetture, quando era stato promesso di produrne oltre un milione e alcuni decenni fa la produzione era di un milione 700 mila.
Questa crisi si inserisce nella situazione complessiva del settore automotive in Europa, che fornisce ancora un elevato livello occupazionale ma che sta arretrando paurosamente. L’eccellenza europea sulla produzione di vetture tecnologicamente evolute sta perdendo sempre più importanza e le ricadute sull’economia Italiana, che si regge molto sulla componentistica per la Germania, sono pesanti.
L’Asia e soprattutto la Cina hanno conquistato il primato, grazie a grandi investimenti nelle tecnologie. Nel 2023 la Cina ha prodotto e venduto circa il 35% del totale e oltre il 60% per le vetture elettriche. Si tratta di macchine di migliore qualità a costi enormemente inferiori a quelli europei.
Il primato cinese e il declino europeo si spiega in parte con il viraggio dell’economia occidentale verso la finanziarizzazione. Il Paese ancora per poco egemone, gli Usa, e i suoi vassalli vivono più di finanza che di produzione e reggono succhiando il plusvalore prodotto nel resto del mondo.
Ma la crisi di Stellantis ha anche caratteristiche proprie e radici nelle scelte totalmente errate messe in atto dalla Fiat di Marchionne che decise di non investire nel mercato cinese e rifiutò di sviluppare la ricerca e l’innovazione verso l’elettrico. I suoi successori hanno proseguito per questa strada. L’unione con Chrysler pareva poter dare una boccata di ossigeno, aprendo il mercato americano, ma si è risolta nel sobbarcarsi un’impresa ancora più decotta e tecnologicamente più arretrata perdendo non solo grosse fette di mercato estero, ma perfino di quello italiano.
Ancora prima, già agli inizi degli anni 90, la Fiat chiuse diversi stabilimenti in Italia per delocalizzarli all’estero.
Risulta quindi difficile accusare solo l’attuale Stellantis, che peraltro non è più italiana, di chiudere in Italia per produrre all’estero, perché questa è una politica perseguita da almeno 30 anni, da Fiat e Fca che hanno continuato, nonostante ciò, a percepire lauti contributi pubblici, sia con governi di centrodestra che di centrosinistra.
Ma oggi la situazione si complica ancora di più perché si tratta di affrontare un enorme passaggio di evoluzione e di trasformazione tecnologica del settore automotive, essendo in ritardo di oltre due o tre lustri rispetto alla Cina, soprattutto nella produzione trainante dell’auto elettrica.
Non crediamo che l’imposizione di dazi alle vetture cinesi sia facilmente agibile, in quanto gran parte delle imprese europee hanno stabilimenti in Cina o importano vetture a cui appongono il marchio europeo. Aziende cinesi hanno progetti di produzione di batterie e altri componenti in Europa e si stanno attivando accordi commerciali transnazionali. Per quanto riguarda l’efficacia di una simile misura protezionistica basti dire che, anche se in Europa mettessero dazi del 100%, oggi le auto elettriche cinesi potrebbero essere vendute al prezzo di una utilitaria, pur essendo di categoria superiore.
Quindi, se le industrie europee vorranno mantenersi competitive nei prossimi anni, dovranno investire enormi risorse in ricerca e sviluppo, per cercare di recuperare il ritardo accumulato in una fase di crisi del mercato, dovuta anche all’impoverimento dei ceti medi e bassi della popolazione. Ancora una volta entra in campo una contraddizione fondamentale del capitalismo. Per aumentare i profitti riducono i salari, ma nel tempo della produzione di massa, si riduce nello stesso tempo la capacità di spesa dei consumatori e accelerano i tempi della crisi di sovrapproduzione.
Nel mentre assicuriamo ai lavoratori la nostra solidarietà e il nostro sostegno alla loro lotta, non possiamo non segnalare l’arretratezza della piattaforma sindacale. Si chiede che lo Stato intervenga con dei finanziamenti in cambio della garanzia del mantenimento dei livelli produttivi (e quindi occupazionali). È una storia già vista da decenni: si incassano i soldi pubblici poi si riduce ugualmente il personale o si ricorre pesantemente alla cassa integrazione, scaricando ulteriormente sulla spesa pubblica i costi per tutelare i propri profitti.
È una storia che l’amministratore delegato di Stellantis vorrebbe ripetere chiedendo nuovamente soldi al governo. Questa richiesta va respinta e vanno trovate altre soluzioni che rilancino il ruolo attivo dello Stato nelle politiche industriali, fra cui la nazionalizzazione degli stabilimenti in Italia, ricostruendo o riattivando strumenti smantellati nei decenni di iper liberismo e nel contempo attivare rapporti con aziende cinesi interessate a entrare nel mercato europeo, in grado di conferire tecnologie.
Altre possibilità sono indicate dai lavoratori della ex Gkn, che stanno lottando da anni e intendono acquisire la fabbrica per una produzione orientata alla mobilità sostenibile. A tal fine hanno ottenuto oltre un milione di euro dall’azionariato popolare.
Naturalmente rimane ineludibile l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, di ritmi e di intensità delle prestazioni, di fronte a un progresso tecnologico che abbatte drasticamente il fabbisogno di manodopera.
Ma una non secondaria causa del declino industriale europeo è anche il vassallaggio del continente nei confronti degli Stati Uniti. L’adesione alla guerra per procura alla Russia e le sanzioni economiche sono un fatto di incredibile autolesionismo. Si sono azzerate le possibilità di ottenere prodotti energetici a basso costo e dobbiamo approvvigionarci, a costi enormemente superiori altrove. Questa condizione non vale invece per gli States, relativamente autosufficienti e addirittura esportatori. Questo ha messo il sistema industriale europeo fuori mercato a vantaggio degli Usa. Per esempio la stessa Germania, che si era avvantaggiata della condizione di subalternità della periferia dell’Europa e che era considerata la locomotiva europea, è in prolungata recessione.
Allora i lavoratori italiani devono maturare la consapevolezza che la loro condizione materiale è conseguente anche della sudditanza all’imperialismo americano e che il rilancio della nostra economia richiederebbe anche di sottrarcene, liberandoci nel contempo dalla gabbia dell’Unione Europea che impone politiche liberiste e vieta, sull’altare del rispetto della concorrenza, le principali misure di politica economica da parte dello Stato.
In questo scontro in atto fra l’imperialismo occidentale e i tantissimi Paesi che, dopo essersi liberati dal giogo coloniale cercano di liberarsi anche dallo sfruttamento economico, i comunisti stanno dalla parte di questi ultimi, non solo per la dovuta solidarietà, ma anche perché la profonda crisi che attraversa il capitalismo ci dice che il futuro è dalla parte delle nazioni, Cina in primis, che propongono un diverso e vincente modello economico, a meno che una catastrofica guerra non rimetta tutto in discussione, se ancora ci saremo.
* Responsabile Dipartimento Economia del Mprc
** Responsabile Dipartimento lavoro del Mprc
Immagine: Ottaviani Serge, Usine Stellantis d’Hordain – atelier Montage, da Wikimedia Commons
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