di Stefano Zecchinelli
La rielezione di Donald Trump, il quale in funzione antieuroasiatica vorrebbe sostituire la subordinazione militare con quella economica, è stata promossa dalla lobby della destra israeliana. L’alleanza fra il cristiano-fascismo Usa e gli ultimi rantoli del fascismo sionista potrebbe provocare una catastrofe geopolitica.
La vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi ha avuto all’origine la corruzione endemica del “Partito democratico”, partito dell’oligarchia finanziaria e dei neocons, reo d’aver compartecipato alla distruzione d’una porzione del pianeta. Dall’altra parte, il Pentagono è solito optare per la controrivoluzione unipolare di mercato trumpiana tutte le volte che, militarmente, deve arretrare nella “grande scacchiera”: l’Ucraina del 2024 è complementare alla Siria del 2016, con l’imperialismo Usa incapace di reggere una “guerra convenzionale” contro la Federazione Russa, erede della politica estera sovietica. Dissanguato nel 2016 dall’“Islam politico” filo-Usa e nel 2024 dai “nazionalisti integralisti”, una parte dello “Stato profondo” potrebbe ripiegare su un “impero corto”, adottando la dottrina Kissinger: richiamare gli apparati repressivi entro i confini nazionali, limitandosi (1) al rilancio della dottrina Monroe e (2) alla politica degli assassinii mirati. I Paesi antimperialisti dell’America Latina (Cuba, Nicaragua, Venezuela e Bolivia) sono in stato d’allerta; a Trump non interessa la creazione artificiale di leader progressisti filo-Usa, ma la regionalizzazione di “Stati lacchè” neoliberali sul “modello” Milei.
L’elezione di Trump e il licenziamento di Gallant: Israele a destra del fascismo
L’elezione di Trump coincide con la defenestrazione, da parte di Netanyahu, del ministro della Difesa Gallant, un criminale di guerra che “s’opponeva al modo improvvisato (e idiota) di condurre la guerra”, in nome di un “imperialismo intelligente”. Per Trump e Netanyahu, la guerra non ha una finalità strategica ma consiste in un susseguirsi d’eventi drammatici; ciononostante, martoriare un popolo, distruggere un ospedale o assassinare un leader politico non è strategia militare, ma crimine. Il “popolo israeliano”, deprivato della consapevolezza storica, davanti l’istituzionalizzazione del genocidio, è una mera costruzione mediatico-accademica. Scrive l’analista strategico Mike Whitney:
“Netanyahu ha continuato ad agire in modo impulsivo fin dall’inizio, mantenendo il grosso della popolazione dalla sua parte con regolari ed eclatanti trionfi tattici, come l’esplosione dei cercapersone o l’assassinio di Hassan Nasrallah. ‘Bibi’ opera secondo la teoria che la guerra non è un modo coercitivo per raggiungere obiettivi strategici, ma una serie di eventi bizzarri volti a raccogliere il sostegno dell’opinione pubblica. Il licenziamento di Gallant non fa altro che confermare che Netanyahu intende continuare su questa linea suicida, coinvolgendo Israele in un numero sempre maggiore di conflitti per i quali non esiste una chiara definizione di vittoria né un piano per porre fine alle ostilità. Queste sono davvero le ‘guerre per sempre’”.1
Continua:
“Questa potrebbe essere la situazione più pericolosa che l’umanità abbia mai affrontato. Il futuro della vita sul pianeta è deciso da fanatici messianici la cui comprensione della realtà è fortemente in dubbio e che credono che ogni atto di violenza che infliggono ai loro vicini sia benedetto da Dio onnipotente”. (Ibidem)
Trump e Netanyahu: con Jahvè e coi (sion)fascisti. Negli Stati Uniti è impossibile vincere le elezioni politiche senza il supporto della lobby israeliana, l’Aipac, e del Pentagono. La lobby sionista ha votato per la rielezione di Trump, perché il governo israeliano-fascista necessita, in questa congiuntura storica, del supporto di un leader populista, a tratti fascistoide, il quale sappia mobilitare un “movimento reazionario di massa” verso l’edificazione, coattiva, della “Grande Israele”. L’entità sionista è, come disse Hugo Chávez, “un braccio assassino dell’impero Usa” e Trump (amatissimo in Israele) potrebbe farne da garante. Trump è un tecnocrate che, protetto da Mike Pompeo e sponsorizzato da Elon Musk, s’appresta a eseguire le disposizioni di Tel Aviv: la “demolizione controllata” delle Nazioni Unite.
Donald Trump: neoliberale e nazionalista, gran parte dei suoi finanziatori appartengono all’oligarchia interna, il quale converge con Israele nella pianificazione d’una guerra d’aggressione neocoloniale alla Repubblica islamica dell’Iran. Kamala Harris: neoliberale e globalista, appoggiata dai neoconservatori tradizionali e votata dalla famiglia Soros, la regina del caos converge col governo ucraino-nazista nel rilancio della “guerra eterna” contro la Federazione Russa. Non esiste un male minore, ma, per dirla con Stalin, “entrambe le scelte sono peggiori”.
C’è un legame fra il licenziamento di Gallant e l’elezione di Trump? Il Pentagono ha approvato la nomina di Trump da parte di Netanyahu, rilanciando il cristiano-fascismo filoisraeliano che, in funzione islamofobica, ne ha caratterizzato la proiezione geopolitica. Donald Trump e Benjamin Netanyahu: psicopatologie al potere, problema affrontato dal giornalista Jon Ronson. Il “Partito democratico” è l’unico responsabile della catastrofe: partito dell’oligarchia globalista e dei mortiferi guerrafondai russofobi, ha delineato la correlazione fra fascismo tradizionale (Trump) e globalizzazione della dittatura (Biden), sponsorizzando a Kiev “una banda di drogati e neonazisti”. Con una ipocrita come la Harris, il mondo sarebbe sprofondato ugualmente nel caos.
Scrive il Consiglio editoriale del «World Socialist Web Site» (Wsws):
“I democratici non hanno offerto nulla per affrontare la crescente crisi sociale negli Stati Uniti, affermando invece che il Paese è ‘sulla strada giusta’ per una popolazione che quasi all’unanimità crede il contrario. Figure come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato l’assurda menzogna secondo cui l’amministrazione Biden-Harris aveva migliorato le condizioni dei lavoratori e che Harris avrebbe sfidato il dominio della ‘classe miliardaria’. Imitando l’affermazione di Hillary Clinton del 2016 secondo cui la classe operaia è composta da ‘un paniere di deplorevoli’, Biden ha definito i sostenitori di Trump ‘spazzatura’ negli ultimi giorni delle elezioni”.2
La “sinistra zombie”, per dirla con la giornalista Diana Johnstone, con la propria spocchia da “ceto medio semicolto”, ha aperto le porte a nuove forme di fascismo nazionalista; totalmente necrotizzata davanti alle problematiche della gente comune, la “sinistra imperiale” ha sciolto il popolo reale. Il “giornalismo di regime”, nell’Occidente collettivo, è cerebralmente morto. L’alternativa, nella statocrazia Usa, è sempre stata fra fascismo (Trump) e guerra globale (Harris), non trattandosi d’una democrazia borghese, quanto piuttosto d’una ideocrazia. Gli Usa, un Paese pericoloso che precipita verso una nuova guerra civile, cosa predetta da importanti analisti come Thierry Meyssan.
La regina del caos (Harris) e l’uomo del Ku-Klux Klan (Trump): sparatorie, pandemie artificiali (è stato Trump, pressato da Bill Gates, a riprendere i finanziamenti ai laboratori militari di tipo P4), razzismo e guerre imperialiste, Washington non offre speranze. In poche parole, la dicotomia è fascismo globale (Harris) o fascismo nazionale (Trump). Il rivoluzionario Ernesto Guevara definì il capitalismo come “il genocida più rispettato del pianeta”, oggigiorno potremmo dire che è Washington il “genocida più rispettato del pianeta”, un pianeta che rischia di bruciare.
Note:
1 https://comedonchisciotte.org/il-trionfo-di-trump-e-il-licenziamento-di-yoav-gallant/
2 https://www.wsws.org/es/articles/2024/11/07/pers-n07.html
Immagine: MediaGuy768, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
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