di Federico Giusti
Pubblichiamo, come contributo al dibattito, una replica a un recente nostro articolo su Pkk e milizie Ypg, ritenendo che la questione curda, per la sua complessità e la sua presenza su più scenari e piani nel quadro internazionale, non assimilabili, meriti un confronto anche a più voci.
Anche tacere o intrattenere rapporti strumentali a livello internazionale è sinonimo di complicità con i genocidi. Stavamo riflettendo in questi giorni su una logica vecchia ma ancora diffusa, quella di considerare i nemici dei nostri nemici alleati da difendere.
Accade con la Turchia, paese Nato ma attento ai Brics, potenza militare nello scacchiere del Nordafrica avendo soppiantato l’Italia in Libia dopo l’insana partecipazione del nostro paese alla guerra per detronizzare Gheddafi.
E non è casuale che il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, durante il vertice della Lega Araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica tenutosi a Riyad, abbia condannato il “genocidio” di Gaza invocando l’immediato cessate il fuoco nella Striscia e in Libano, parliamo di un paese che fino al settembre 2023 era in procinto di accodarsi agli Accordi di Abramo fortemente voluti dall’amministrazione Usa per rafforzare il ruolo di Israele costruendo rapporti commerciali con alcuni paesi arabi di stretta osservanza Usa.
La Turchia è un paese che per anni ha fatto accordi con Israele, ma oggi si presenta, alla stregua di alcuni paesi arabi tradizionalmente legati a doppio filo agli Usa, nella veste, assai poco credibile, di paladino del popolo palestinese.
Correva l’anno 2022 quando tra Israele e Turchia arrivava un accordo economico e commerciale, poi sospeso solo pochissimi mesi or sono davanti alle proteste popolari contro il genocidio del popolo palestinese che hanno spinto Erdogan, dopo mesi di manifestazioni, a interrompere i rapporti con i sionisti.
Senza dimenticare poi che, sempre la Turchia, è parte integrante dei corridoi energetici vitali per Israele, tanto che gli oppositori interni di Erdogan hanno chiesto, invano, di bloccare le esportazioni di petrolio a zero verso Israele attraverso l’oleodotto che da Baku attraversando la Georgia giunge ai terminali di carico di Ceyhan, sulla costa turca del Mediterraneo orientale.
“La Turchia ha bisogno di migliorare la sua posizione economica per attrarre investimenti esteri diretti” scrivevano alcuni giornali a fine estate 2022, quando le riserve di valuta estera turche erano crollate del 50%, quando nei cinque anni precedenti gli investimenti esteri diretti si erano ridotti del 38%. Allora “ripristinare i legami con Israele” risultava indispensabile per rassicurare gli investitori stranieri.
Non ci sembra che Erdogan abbia mai messo in discussione il ruolo della Nato, la presenza della Turchia, fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, nell’Alleanza atlantica, né tanto meno la politica estera degli Usa che sostengono attivamente il governo di Israele nel genocidio palestinese. Le politiche attuali della Turchia verso Israele e la Palestina sono viste da molti come una sorta di continuazione dell’opposizione storica alle decisioni imposte dall’Occidente nel Medio Oriente come avvenuto oltre un secolo fa con la Dichiarazione di Balfour.
In Turchia esiste un popolo oppresso, i kurdi, a cui negato il diritto a esistere, tanto che perfino la loro lingua non viene insegnata nelle scuole dove rappresentano la maggioranza della popolazione, e migliaia sono i detenuti politici kurdi in condizioni disumane come anche gli oppositori marxisti. Non è certo una novità che le istanze del popolo kurdo siano state brutalmente represse dall’esercito turco con occupazioni militari dei villaggi, bombardamenti incessanti e incarcerazioni di massa che hanno colpito anche la sinistra radicale e comunista del paese.
Non pensiamo allora che dipingere i kurdi come quinta essenza dell’alleanza imperialista aiuti il popolo palestinese a legittimare la propria resistenza: mette invece in contrapposizione tra loro le resistenze dei popoli in una visione geopolitica alquanto deprecabile secondo la quale i paesi che hanno preso le distanze da Israele diventano immediatamente nostri alleati. Se così fosse, oggi dipingeremmo le monarchie arabe come avamposto della Resistenza palestinese quando invece operano nell’ombra per delegittimarla temendo che anche nei loro paesi possano esplodere rivolte e processi rivoluzionari in contrapposizione all’Occidente imperialista.
Qualche considerazione meriterebbe poi il sistema di relazioni tra Russia e Israele (da non confondere con la politica dell’Urss verso i paesi arabi): la Russia storicamente ha intrattenuto rapporti stretti con Israele dimenticando che le ragioni della propria sopravvivenza hanno la meglio sulle istanze dei popoli in lotta contro l’imperialismo o continuando a parlare dei kibbutz in termini parziali rimuovendo la questione dirimente del colonialismo da insediamento che ci permette meglio di ogni altra categoria di cogliere l’essenza del progetto sionista.
Immagine: Kurdishstruggle, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
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