di Laura Baldelli
Un film dove prevale l’etica rispetto all’estetica e ci commuove senza scene e parole melense.
Per la prima volta recensisco un film della piattaforma Netflix, un film che non cambierà la storia del cinema, ma è un lavoro onesto su un tema importante: le relazioni familiari negli anni 2000, nelle società occidentali a capitalismo avanzato. L’aspetto più interessante e immediato è che le donne, anche nella avanzata Scandinavia, si caricano di enormi responsabilità familiari, fino a sparire, diventando “la responsabilità”.
Davvero tutto il mondo è paese, per dirla come un vecchio proverbio.
Il film è scritto, diretto e recitato dalla bellissima Josephine Bornebusch, che ha saputo interpretare emozioni e sentimenti profondi anche senza parlare, un volto così intenso che non abbandoniamo neanche per un istante, ci rapisce. La poliedrica regista va attenzionata, questo film meritava una sala cinematografica, il piacere della visione su un grande schermo per entrare nella storia e negli occhi tristi e coraggiosi, penetrarti e dolorosi, decisi e rispettosi, come uno specchio dell’anima, della protagonista.
Lei è Stella, una donna, una moglie e soprattutto una madre, che fa anche da padre, visto che il marito-padre si è completamente deresponsabilizzato e vuole il divorzio per fuggire ancora di più da quella situazione familiare, in cui la figlia adolescente fa un suo mestiere di ragazza in crescita scontenta, aggressiva, bugiarda e il figlio piccolo che, per dimostrare il suo disagio, si nasconde dietro una maschera di un supereroe, mentre il corpo risponde con allergie e intolleranze alimentari. Tutto normale, apparentemente, una tipica situazione che si ripete ovunque perché ormai “globalizzati” anche nei problemi, ma quello che la rende particolare è che siamo in Svezia dove la legislazione sulla cura genitoriale è paritaria, le donne hanno diritti riconosciuti in ogni settore e le tasse davvero servono a finanziare i servizi alla famiglia e al cittadino con efficienza; ma la sorpresa è ancora più eclatante quando scopriamo che il marito-padre, di mestiere fa lo psicoterapeuta di coppia e delle relazioni familiari.
Sorprende perché lui si estranea e, come un omuncolo qualunque, si butta in una relazione clandestina con una collega giovane e attraente, che altro non aspetta che mettersi nel ruolo di “io ti salverò e ti porterò in paradiso, ma tutto per me”, anche lei psicoterapeuta irrisolta nei suoi problemi, che però, ha la pretesa di risanare negli altri. La regìa affronta con realismo e delicatezza il dramma familiare, delineando ogni figura familiare, dove primeggia lei, la madre che vive solo il ruolo di madre, abdicando a essere anche “donna”, ma che non si fa vittima, anzi domina la situazione obbligando il marito a un ultimo viaggio familiare dove solo alla fine scopriremo il perché di quel volto sempre velato di una immensa malinconia, anche quando le situazioni sembrano trovare la via dell’aggiustamento. Quel viaggio Stella non lo aveva intrapreso per salvare il suo matrimonio ma per salvare i suoi figli, coinvolgendo il marito-padre affinché ritrovasse la forza e il piacere di stare con i propri figli.
Non mi spiace spoilerare i film, bensì incuriosire i lettori con l’emozione della sorpresa e non svelerò altro.
La storia sembra dirci che tutto il mondo è paese e che tutte le donne hanno la tendenza al sacrificio; forse sarà anche vero, ma il finale sembra raccontarci che il cambiamento può esserci se ci sono le basi culturali e la conoscenza della gestione delle emozioni e dei sentimenti attraverso il dialogo. Sentimenti che aiutano a superare i bisogni affettivi e le fragilità, evitando le soluzioni più facili, basate sui luoghi comuni dell’amore, perché esiste un’etica dell’amore più profonda che cresce con le età della vita. Alla fine tutti avranno imparato qualcosa di sé e degli altri, con sacrificio e impegno e come dice il titolo “lasciando andare”. Nel percorso di crescita familiare la parola ha un peso importante: è una parola che nasce dall’ascolto dell’altro ed è proprio Gustav, il marito-padre, che la mette in gioco per ricostruire i legami, ristabilendo coerenza tra vita personale e vita professionale.
Un film dove prevale l’etica rispetto all’estetica e ci commuove senza scene e parole melense; infatti, la regista non cede neanche alla facile estetica delle ambientazioni cartolina del nord tra foliage autunnale e paesaggi innevati per questo dramma on the road.
Un dramma che infonde speranza perché c’è conoscenza e consapevolezza: un capolavoro di sentimenti.
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