di Fosco Giannini
La crisi siriana si colloca in un disegno filoimperialista, filoisraeliano, antisiriano e antirusso volto a colpire il nuovo fronte antimperialista mondiale e lo stesso processo storico verso il multilateralismo.
La questione siriana, con l’entrata dei “ribelli” jihadisti ad Aleppo (è la stampa occidentale a definirli “ribelli”, ma si ribellano a chi? Al nuovo ordine, al nuovo bastione antimperialista siriano, di certo), tale questione si riapre. Gran parte degli analisti di politica internazionale, anche di “sinistra”, a volte persino “comunisti”, tendono, in questi giorni di Aleppo, a definire la nuova questione siriana determinatasi come “un groviglio inestricabile”, un “ginepraio dai caratteri geopolitici e regionali non decodificabili”, una “crisi globale di alleanze e conflitti incrociati”. Ma i comunisti, gli antimperialisti sono tali se mettono a valore – dialettizzandola – la concezione hegeliana per cui “ciò che è reale è razionale”, a partire dalla quale anche la nuova crisi siriana ha di certo un suo punto d’origine, ragioni materiali che la determinano e che si possono mettere a fuoco, rimuovendo così la tesi del “caos”, riconducendola a ciò che è: una tesi manipolatoria funzionale agli interessi imperialisti, soprattutto statunitensi e israeliani, nella regione.
Per uscire dal “caos indecifrabile” offerto dal mainstream generale come prevalente chiave di lettura della nuova questione siriana, occorre innanzitutto collocare la nuova entrata dei jihadisti ad Aleppo, e la questione siriana tout court, nel nuovo quadro internazionale costituitosi dopo l’autodissoluzione dell’Urss. Dopo l’ammainarsi della gloriosa bandiera sovietica dalle cupole del Cremlino (25 dicembre 1991) il fronte imperialista sembra credere davvero alla “fine della storia”, interpreta l’intero pianeta – ormai privo della diga sovietica – come un immenso mercato da conquistare, con le cattive o con le buone, e di conseguenza scatena i propri spiriti animali, specie quelli di guerra, per sottomettere a sé le regioni particolarmente “sensibili” del mondo, a partire dal Nord Africa/Medio Oriente. Da ciò, peraltro, le guerre contro i Paesi più recalcitranti al nuovo ordine americano: la prima guerra contro l’Iraq (dal 2 agosto 1990 al 28 febbraio 1991) e la guerra contro la Libia (quando uno sterminato esercito imperialista internazionale guidato dagli Usa inizia, il 19 marzo 2011, a bombardare il Paese di Gheddafi). Sia l’Iraq che la Libia verranno totalmente distrutti. Il terzo obiettivo americano in quella regione del mondo è la Siria, un obiettivo particolarmente appetitoso poiché la Siria di Bashar al-Assad è un tradizionale alleato, con posizioni filopalestinesi e antisraeliane, dell’Unione Sovietica e poi della Russia di Putin. Un vero e proprio contraltare antimperialista in quella cruciale area del mondo. Gli Usa, l’Ue e tanta parte del fronte imperialista mettono in campo in Siria una delle tante “rivoluzioni arancioni” che, dall’Ucraina all’attuale Georgia, hanno avuto come compito quello di destabilizzare i governi e i poteri di carattere antimperialista (o non succubi degli Usa) delle diverse aree del pianeta e introdurre poteri guidati direttamente da Washington. In Siria, tra il 2010 e il 2011, attraverso un imponente investimento economico, politico e mediatico, gli Usa e i suoi alleati sorreggono e organizzano minutamente, soprattutto con l’ausilio potentemente coordinato dei social network introdotti dai servizi segreti americani, la cosiddetta “primavera siriana” che (entrando a far parte di quella vasta “primavera araba” tendente ad “americanizzare” i poteri di Egitto, Libia, Iraq, Tunisia, Yemen, Algeria, Bahrein, Giordania, Gibuti e di altri Paesi dell’Africa) dal marzo 2011 si manifesta nella forma di grandi proteste di massa contro Assad e che ben presto si trasforma, com’era nei piani americani, in vera e propria, cruenta, guerra civile. Nel luglio del 2011 gli Usa mettono in campo, riuscendo a corrompere anche ufficiali dell’esercito siriano e, soprattutto, arruolando mercenari da tante aree del Nord Africa, del Medio Oriente e di altri fonti militari del mondo, un “Esercito siriano libero” (Esl) che arriverà a contare su circa 200mila uomini, un esercito a guida imperialista avente il compito di essere il braccio armato della “rivoluzione arancione” filoamericana siriana. Nel gorgo della guerra i nemici di Assad si moltiplicano ed entrano in campo contro Damasco il Qatar, l’Arabia Saudita, i fronti islamisti (dei quali il Fronte al-Nusra è il più potente) e i curdi siriani, che scendono militarmente in campo, e in forze, a fianco degli americani nel sogno di distruzione della Siria di Assad e della conseguente “consegna”, da parte degli Usa, di terre siriane sulle quali costruire la nazione curda siriana. E ciò in corrispondenza con una svolta del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) che già nel 1999, attraverso un lavoro teorico di Öcalan, aveva abbandonato il pensiero marxista e leninista e abolito la falce e il martello nelle sue bandiere, trasformando lo stesso Pkk in una forza non più comunista e antimperialista ma nazionalista, una forza del “pancurdismo” che avrebbe messo in cima ai propri progetti e pensieri non più la rivoluzione popolare e socialista del vecchio Pkk, ma la costruzione degli Stati curdi regionali e dello Stato curdo nazionale, e ciò anche attraverso, come nella guerra imperialista contro la Siria che si apre nel 2011, un’alleanza con le stesse forze imperialiste.
Interessante, a partire da ciò, le affermazioni del ministro degli Esteri russo (2 novembre 2024), Lavrov, che ha voluto ricordare, come un monito, all’organizzazione curda Pkk/Ypg che “gli americani vi possono sfruttare per i loro interessi”.
Ma, mentre la guerra imperialista in Siria esplode in tutta la sua virulenza, il mondo, attorno a Damasco e all’intero Medio Oriente, va celermente e persino inaspettatamente, in tempi così rapidi, cambiando. La “fine della storia” proclamata dal fronte imperialista si rivela per quella sciocchezza idealista che è stata, le rivoluzioni in America Latina, i fronti antimperialisti in Africa, l’immenso sviluppo economico cinese, le diverse vittorie (a partire dal Nepal) e conferme socialiste in Asia (a partire dal Vietnam) e la trasformazione della Russia da “libero spazio commerciale” per gli Usa, com’era nelle intenzione di Eltsin, a Paese e Stato di nuovo poderosamente autonomi sotto la guida di Putin, cambiano rapidamente i rapporti di forza internazionali a sfavore dell’imperialismo, sino alla costituzione dei Brics (2010). È in questo nuovo contesto internazionale che la Russia entra in campo in Siria e cambia, assieme all’esercito siriano governativo di Assad, le sorti della guerra civile scatenata in Siria dalle forze imperialiste, dalla “rivoluzione arancione” e dall’“Esercito siriano libero” al comando degli Usa. La guerra civile siriana si protrarrà sino al 2018 e finirà con la definitiva sconfitta degli Usa e con la riconquista di Aleppo, del Ghuta orientale da parte dell’esercito siriano e dalle forze russe. Cosicché si può affermare che, mentre le guerre di distruzione imperialiste dell’Iraq e della Libia appartengono alla fase dell’euforia imperialista segnata dalla convinzione postsovietica della “fine della storia”, la vittoria in Siria dell’alleanza russo-siriana contro il fronte imperialista sia già figlia del nuovo mondo multilaterale e di quell’epocale cambiamento dei rapporti di forza tra antimperialismo e imperialismo che ora segna di sé la fase mondiale.
Qual è, invece, il quadro odierno nel quale, fine novembre/inizio di dicembre 2024, si materializza l’entrata ad Aleppo dei “ribelli” (filoamericani e filoisraeliani) jihadisti? Per l’obbligo della sintesi, mettiamo a fuoco i punti rilevanti:
– afferma innanzitutto, il 1° dicembre scorso, in modo non solo totalmente condivisibile ma, crediamo, oggettivo, la «Kosmsomolskaya Pravda», che con l’apertura del fronte militare di Aleppo e, strategicamente, in tutta la Siria, il fronte imperialista intende aprire un terzo fronte antirusso, dopo quello ucraino e quello della Georgia (dove, in questi giorni, una nuova “rivoluzione arancione” eterodiretta dagli Usa e dalla Nato tenta di rovesciare in modo golpista, con stile Euromaidan, la legittima vittoria, anti-Nato e anti-Ue, dell’attuale primo ministro Irakli Kobakhidze, mentre la presidente Salomè Zourabichvili, su posizioni vicine all’Ue, fomenta manifestazioni antigovernative e filoamericane) e ciò, “naturalmente”, mentre la vittoria dell’esercito russo contro il nazifascismo di Zelensky appare prossima. Proseguendo, Aleksandr Kots, sulla stessa «Kosmsomolskaya Pravda» scrive: “Vogliono mettere a repentaglio il nostro principale e unico nodo logistico nell’area. Attraverso le nostre basi si porta avanti, sia nel Medio Oriente che in Africa, una politica volta al multilateralismo e la nostra battaglia contro l’isolamento dal mondo che l’Occidente ci impone”. Non meno allarmate, peraltro, le dichiarazioni di questi giorni sia del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, (“Occorre riportare l’ordine costituito ad Aleppo”), che del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, (“Occorre un forte supporto alla sovranità e all’integrità territoriale siriana”).
Solo alle “anime belle” di certa sinistra, anche “antagonista” e movimentista italiana, già un tempo antisovietiche e oggi pregiudizialmente antirusse, potrà sfuggire il ruolo antirusso, antisiriano e, dunque, filoimperialista e filoisraeliano, del nuovo attacco ad Aleppo;
– gli islamisti “ribelli” entrano ad Aleppo nella fase di maggior spostamento delle forze russe, collocate in difesa della Siria, verso l’Ucraina;
– l’occupazione di Aleppo, come rimarca anche il Partito Comunista Siriano, avviene, significativamente, dopo l’accordo di “cessate il fuoco” in Libano, uno strumento israeliano, l’occupazione di Aleppo, per mettere subito in discussione lo stesso “cessate il fuoco” libanese;
– per l’intervento di Aleppo un ruolo lo stanno svolgendo alcune “avanguardie” tecnologiche e militari ucraine e rispetto a ciò così si è espresso, sul «Moskovskij Komsomolets», lo scorso 1° maggio, l’esperto di terrorismo internazionale Grigorij Zershilokov: “Aleppo è un paradigma… dobbiamo farci l’abitudine. Quanto più forti saranno le nostre posizioni contro il governo filonazista di Zelensky, tanto più forti saranno i focolai di guerra attorno al nostro Paese”.
– le forze armate nordamericane, che possono contare, nell’ambito della “Combinet Joint Task Force”, di ben 13 basi militari nell’area, 5 in Iraq e 8 in Siria, sono in forte fibrillazione sotto i colpi di coda di Biden e sono già pronte ad approfittare, in senso antisiriano, della crisi aperta ad Aleppo dagli islamisti “ribelli”, in un ormai tradizionale gioco delle parti tra (spesso apparente) lotta contro il “terrorismo islamico” e la sua utilizzazione in senso antirusso e anti-Assad;
– l’attacco islamista ad Aleppo prende corpo nel momento massimo dello sforzo bellico di Netanyahu volto a “risolvere” (al di là delle meschine e ormai immorali e insopportabili considerazioni semantiche sulla categoria stessa di genocidio svolte dalla senatrice Liliana Segre) la questione palestinese attraverso il genocidio e l’attualizzazione del piano del Grande Israele (o regno biblico di Davide) attraverso la conquista di tutti i territori palestinesi, del Libano, della Giordania, di parte dell’Egitto e, appunto, della Siria, l’osso più duro per Israele, assieme all’Iran, e dunque da riconsegnare all’imperialismo Usa anche attraverso una nuova (“strana”, carsica, a “macchia di leopardo”) alleanza, in senso antisiriano, con gli Emirati, i sauditi, il Qatar, un’alleanza volta a colpire di nuovo Damasco e mettere in sofferenza il popolo siriano sino al punto di far allentare i rapporti di una Siria colpita con l’Iran;
– della crisi siriana in corso va considerato il, negativo, protagonismo della Turchia che, pur mostrando a volte alcune insofferenze verso la Nato e spinte verso il mondo multilaterale, colloca infine al primo posto, nella scala gerarchica, i propri interessi nazionali, che nel caso della nuova e attuale crisi di Aleppo è un protagonismo volto a colpire strategicamente (attraverso una diminutio del ruolo di Mosca in Siria) il Gazprom russo e a valorizzare il gasdotto Turkstream, del quale la Turchia è azionista di maggioranza;
– chi sono coloro che sono entrati ad Aleppo e fanno il gioco degli Usa e di Israele? Sono circa dodici frazioni di “ribelli” islamisti che formano ora una coalizione che vede come gruppo più forte il movimento Hts e che ha come leader (se è ancora è vivo, dopo i bombardamenti russi su Aleppo occupata) al-Jolani, un tagliagole proveniente dall’ideologia di al-Qaeda in Iraq e dall’esperienza di Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo dello Stato islamico. Una coalizione che ha ricevuto montagne di dollari dalle monarchie filoamericane del Golfo.
L’insieme di tutto ciò, la linea che unisce tutti questi punti non ci parla, dunque, per la nuova crisi di Aleppo, di un “ginepraio inestricabile”, ma di un disegno filoimperialista, filoisraeliano, antisiriano e antirusso volto a colpire il nuovo fronte antimperialista mondiale e lo stesso processo storico verso il multilateralismo.
Facciamo nostre le parole del Partito Comunista Siriano espresse in una sua dichiarazione politica di alcuni giorni fa: “Le organizzazioni terroristiche affiliate alla fratellanza islamista – cuneo velenoso della Nato – hanno lanciato un feroce attacco, prendendo di mira aree vitali della nostra Patria. Ciò che ha facilitato questo compito sono stati gli sviluppi registrati nella regione e nel Paese… Questo attacco è dunque un nuovo episodio nel piano coloniale volto a creare un “nuovo grande Medio Oriente”, vale a dire la creazione di un grande Sion e la riduzione in oppressione dei popoli della regione… Il Partito Comunista Siriano esprime la propria determinazione a compiere ogni sforzo per sostenere la solidità e la difesa della Patria di fronte alle potenze coloniali e ai loro scagnozzi, fianco a fianco con tutti i patrioti del nostro Paese. La Siria non si inginocchierà!”.
E possiamo prendere come totale verità le affermazioni dei compagni siriani, guidati dal caro compagno e amico Ammar Bagdache, segretario generale del partito, memori della grande lotta partigiana in armi che il Partito Comunista Siriano intraprese nella guerra condotta dal 2011 sino al 2018 per la liberazione della Siria dagli eserciti imperialisti.
Immagine: Ekinklik, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
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