La guerra e la caduta dell’economia europea

di Francesco Galofaro*

Gli effetti disastrosi delle politiche belliciste di Nato e Unione europea su produzione industriale, esportazioni e occupazione.

Il mercato europeo, quello italiano in particolare, sta attraversando un periodo di grande difficoltà, che getta nella disperazione intere filiere produttive e macroregioni economiche. La causa è da individuare, senza mezzi termini, nella guerra.

Per raccontare questa storia, si può partire da un articolo del 22 dicembre, pubblicato dal quotidiano dei vescovi, l’«Avvenire». L’economia del nord-est è in allerta: in crisi diverse aziende come Tirso (settore tessile), Flex (elettronica), Wartsila (motori), Electrolux (elettrodomestici). Secondo Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, il problema è “l’economia di guerra”: la sparizione del mercato russo e ucraino e i dazi nei rapporti con la Cina. 

Un periodo di grande difficoltà è attraversato, su scala più ampia, dal gruppo Stellantis: in Italia, gli stabilimenti lavorano al minimo e i lavoratori sono in cassa integrazione. Tuttavia, a giugno 2024 il gruppo ha avviato la produzione di auto elettriche nello stabilimento di Tychy, in Polonia: una joint venture con la cinese Leapmotor per sfruttare i proventi del marchio in Europa. In questo modo i partner cinesi evitano i dazi europei sulle importazioni; inoltre, i costi sono dimezzati rispetto all’Italia. Alla festa di Atreju, Giorgia Meloni ha presentato John Elkann al presidente argentino Javier Milei. È difficile che l’incontro non alluda agli interessi del gruppo nel mercato dell’automobile sudamericano, dove il marchio Fiat vende ancora piuttosto bene. 

Il vero problema di Stellantis, dunque, è il calo degli ordini nel mercato europeo. A confermarlo, è la crisi “gemella” del gruppo Volkswagen che minacciava di chiudere tre dei dieci stabilimenti tedeschi. Dopo uno sciopero che ha coinvolto 100mila lavoratori, i sindacati si sono accordati per il licenziamento di 35.000 lavoratori e una riduzione di capacità produttiva. L’accordo è stato considerato un “miracolo natalizio”.

Perché non conviene più produrre in Europa? il 24 novembre, sulla «Stampa», Franco Bernabè ha pubblicato un editoriale in cui accusa l’Unione di non avere un piano industriale: le aziende se ne vanno perché produrre in Europa non conviene a causa del costo dell’energia. Bernabè auspica che, al cessare del conflitto, si riprenda a rifornirsi di gas dalla Russia. Forse sarebbe bene cambiare punto di vista sul “distacco della Russia dall’Europa”: fin dall’inizio del conflitto, con le sanzioni e le forniture d’armi, i media hanno descritto una Russia isolata dall’Europa; in realtà, è l’Unione europea a essersi isolata dal resto del mondo.

La soluzione della commissione europea è molto diversa da quella prospettata da Bernabè. Il piano Draghi, fatto proprio da Ursula von der Leyen, esclude in premessa un ritorno al gas russo e auspica un rafforzamento della sicurezza e della governance collettiva europea. Inoltre, subito dopo l’insediamento della commissione, un drappello di guerrafondai si è affrettato a visitare l’Ucraina, per ribadire il sostegno europeo alla guerra: il presidente del Consiglio europeo, Costa, l’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la commissaria all’Allargamento Marta Kos. Questa stessa Unione europea fornisce all’Ucraina mine antiuomo, vietate in 150 Paesi a causa del terribile prezzo che la popolazione civile paga per il loro uso in termini di invalidità permanente, specie giovani e bambini. Al vertice Nord-Sud, tenutosi in Finlandia, i Paesi “frugali” hanno aperto ad allentamenti sull’austerity se le nuove spese riguardano il settore militare. I leader convenuti si sono, poi, fatti fotografare con Babbo Natale.

Lo scenario, quindi, è quello di una prosecuzione del conflitto a oltranza, nonostante si tratti di una guerra impopolare, dai risultati deprimenti, che alimenta solo l’estrema destra. In Germania, il cancelliere Olaf Scholz si è dimesso: nonostante l’instabilità economica e i risultati della forza di estrema destra Afd, molti hanno tirato un sospiro di sollievo, dato che Scholz aveva più volte frenato sul tema delle forniture militari all’Ucraina, mostrando le crepe dell’euro-maggioranza. Non è escluso che si riducano gli spazi di democrazia: in Romania, dopo il successo dell’outsider di estrema destra Călin Georgescu, le elezioni sono state annullate, si è formato un governo filoeuropeo guidato da tre partiti che hanno anche concordato un candidato comune pro-Ue e la ripetizione delle elezioni presidenziali, per le quali non c’è ancora una data. 

In questo contesto, sbaglia chi pensa che Trump voglia fermare la guerra. In realtà, mirano a un disimpegno progressivo, che permetta all’Unione di farsi carico dei costi e di aumentare le proprie spese militari. La Commissione europea è convinta che i lavoratori accetteranno di pagare questi costi, in termini di perdita di posti di lavoro, sottoccupazione e riduzione dei salari. Non ci resta che augurarci un buon Natale e un buon 2025.

*Università Iulm di Milano

Centro Domenico Losurdo

Immagine: pubblico dominio via Wikimedia Commons

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