Il sermone di Mattarella e la realtà secondo il Censis

di Fulvio Bellini

L’incredibile distanza che esiste tra l’Italia ufficiale delle istituzioni e dei partiti e quella reale che vivono quotidianamente i cittadini.

Premessa: i sermoni di don Abbondio-Mattarella

Ridendo e scherzando, siamo arrivati al decimo sermone di fine anno, pardon, discorso augurale di fine anno, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lo sbando di un Paese perennemente sull’orlo dell’abisso, che riesce sempre a evitarlo per qualche metro, ha dimostrato l’evidente e definitivo fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica, che è opportuno ricordare non nacque affatto dalla lotta contro il nazifascismo come la Prima, ma sorse dalle macerie del crollo del muro di Berlino. Tale cambiamento del paradigma internazionale fu declinato in Italia da precise e pratiche conseguenze: l’inchiesta di Mani Pulite che dissolse i due partiti di massa Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano; il meeting sul Royal Yacht Britannia del 2 giugno 1992 nel quale un gruppo di finanzieri della City commissionarono al loro uomo di fiducia, l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, di smantellare e svendere il patrimonio pubblico custodito nell’Iri, compito che Draghi svolse con l’attiva e indefessa collaborazione dell’allora presidente dell’Istituto Romano Prodi (entrambi successivamente ricompensati da sfavillanti carriere personali); le bombe mafiose del biennio 1992-1993, che annoverarono gli omicidi dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, esponenti politici del calibro di Salvo Lima, attentati al patrimonio culturale a Firenze, Roma e Milano, al fine di realizzare una trattativa Stato-mafia di cui ancora oggi nulla di preciso si conosce; e, infine, la nascita di Forza Italia il cui padre fu certamente Silvio Berlusconi ma la cui “madre” fu Marcello Dell’Utri, e qui basta la parola come avrebbe detto il signor Falqui. Con simili premesse non dovrebbe stupire cosa sia diventata oggi l’Italia: una semicolonia degli Stati Uniti retta da un Partito unico, un Paese dove “La situazione è grave, ma non è seria” come avrebbe detto Ennio Flaiano, almeno fino al decimo sermone di Sergio Mattarella. Eppure, vi è una sorta di senso di colpa che alberga in una delle classi politiche peggiori d’Europa per quanto riguarda la personalità da eleggere alla massima carica dello Stato, l’unico incarico istituzionale che non solo si è sempre contraddistinto per la sua stabilità, al contrario dei governi che sono durati al massimo 3 anni e 10 mesi come il secondo gabinetto Berlusconi, ma nei casi del penultimo presidente, Giorgio Napolitano, e di quello in carica, Sergio Mattarella, si è assistito addirittura alle loro rielezioni trascorsi i sette anni dei primi mandati; evidentemente, il coraggio di affidare il Quirinale a un esponente della Seconda Repubblica questi signori non ce l’hanno ancora avuto, attaccandosi disperatamente a quei pochi ultraottuagenari che sopravvivono dai tempi di Andreotti, Craxi e Berlinguer. La rielezione di Mattarella ha avuto, poi, un significato ancora più marcato: i cosiddetti grandi elettori si sono rifiutati di eleggere il Javier Milei di casa nostra, Mario Draghi ancora lui, e piuttosto che affidarsi all’allora plenipotenziario Usa in Europa hanno preferito rispedire il vecchio democristiano al magnifico Palazzo costruito dai papi e arredato dai Savoia colle spoglie delle regge dei loro colleghi detronizzati. La cifra della seconda elezione di Mattarella, però, essendo stata realizzata ai danni del potente, ambizioso e vendicativo Mario Draghi, ha costretto l’attuale presidente ad assumere una postura da atlantista più dell’Atlantico. Inoltre, Mattarella ha sperato di far passare inosservata ai padroni della Casa Bianca la marachella, assai democristiana, compiuta nel mese di novembre scorso con il viaggio di Stato in Cina. A puro titolo di esempio, l’incipit del discorso presidenziale è stato un piccolo capolavoro di uso democristiano del linguaggio della propaganda occidentale. “Nella notte di Natale si è diffusa la notizia che a Gaza una bambina di pochi giorni è morta assiderata”, per quali ragioni non è dato di sapere: sono i genitori irresponsabili che non hanno pagato le bollette, oppure la piccola è stata l’ennesima vittima del genocidio sionista in corso? Come è noto don Abbondio si rifiutava di pronunciare in pubblico i nomi dei “bravi” che lo avevano minacciato e del loro mandante don Rodrigo. Subito dopo, però, il presidente-parroco diventa magicamente esplicito e preciso: “Nella stessa notte di Natale feroci bombardamenti russi hanno colpito le centrali di energia delle città dell’Ucraina per costringere quella popolazione civile al buio e al gelo”, dalla vaghezza di quanto sta accadendo in Palestina si passa alla concretezza delle notizie dal fronte ucraino, scordandosi però di citare le sofferenze dei civili russi della regione di Kursk; d’altronde, i sussurri degli emissari d’oltreoceano ronzano perennemente nel suo presidenziale cervello: “Or bene,” gli disse il bravo all’orecchio, ma in tono solenne di comando, “questa pace non s’ha da fare, né domani, né mai” (1). Infine, dopo aver sorprendentemente citato uno dei numerosi crimini quotidiani perpetrati dall’Idf in Palestina, vedete che volendo si può essere precisi, il presidente-parroco cita anche l’unico fatto addebitabile alla resistenza palestinese: “Gli innocenti rapiti da Hamas, e tuttora ostaggi, vivono un secondo inizio di anno in condizioni disumane”, in questo caso i “cattivi” del film vengono citati, forse per tranquillizzare i numerosi sionisti che siedono nel Parlamento italiano in tutti gli schieramenti. Sempre nei Promessi sposi, don Abbondio racconta un sacco di balle a Renzo per giustificare la sua decisione di procrastinare sine die il matrimonio con Lucia Mondella, e il nostro emulo quirinalizio non si fa certo pregare sul piano delle frottole: “Eppure, mai come adesso la pace grida la sua urgenza. La pace, che la nostra Costituzione indica come obiettivo irrinunziabile che l’Italia ha sempre perseguito anche con l’importante momento, quest’anno, della presidenza del G7. La pace, di cui l’Unione europea è storica espressione”. Infatti, gli aiuti finanziari e militari che l’Italia ha fornito, e fornisce tuttora, al regime di Zelensky sono proprio effettuati in violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che Mattarella dovrebbe tutelare, per non parlare poi delle numerose risoluzioni della Ue secondo il noto principio “pacifista” così bene espresso da Ursula von der Leyen: “Esiste un solo percorso per raggiungere una pace giusta per l’Ucraina e per l’Europa. Dobbiamo continuare a rafforzare la resistenza dell’Ucraina con supporto politico, finanziario e militare” (2). Mattarella-don Abbondio, forse accorgendosi di aver appena parafrasato Orwell, “la pace è guerra”, invece di Gandhi, cerca di correggersi: “La pace che non significa sottomettersi alla prepotenza di chi aggredisce gli altri Paesi con le armi ma la pace del rispetto dei diritti umani, la pace del diritto di ogni popolo alla libertà e alla dignità”. In Veneto esiste un detto popolare “pezo el tacón del buso”, la pezza è peggio del buco, che si addice perfettamente alla precisazione presidenziale: Mattarella si riferisce agli ucraini che hanno perseguitato gli abitanti del Donbass dal 2014? Si riferisce agli israeliani che hanno attaccato Gaza, la Cisgiordania, il Libano, la Siria e l’Iran ripetutamente? Ovviamente no, i cattivi del film rimangono gli stessi: i russi a cui si aggiungono i perfidi iraniani che hanno osato arrestare la reporter Cecilia Sala, scordandosi di citare l’arresto del cittadino iraniano Mohammad Abedini avvenuto qualche giorno prima presso l’aeroporto di Malpensa per ordine dei padroni americani, causa dell’incarcerazione della Sala per ritorsione da parte delle autorità di Teheran. Ovviamente, la Sala è una libera giornalista e giammai l’ennesima provocatrice occidentale e filosionista; come Abedini è certamente un bieco fiancheggiatore dei terroristi e giammai un ingegnere e accademico: lo ha decretato motu proprio la libera informazione di casa nostra (sic). Prosegue il nostro presidente-parroco con una serie di verità sul mondo di cui è parte rilevante della sua classe dirigente: le società sono spaccate, radicalizzate, “aumenta in modo esponenziale la ricchezza di pochissimi mentre si espande la povertà di tanti”, i cittadini sono in preda a smarrimento e sgomento, afflitti da “talvolta senso d’impotenza”. Qual è la ricetta di Mattarella-don Abbondio per far fronte con decisione a uno scenario così preoccupante? “La crescita della spesa in armamenti innescata dall’aggressione della Russia all’Ucraina, che costringe anche noi a provvedere alla nostra difesa, ha toccato quest’anno la cifra record di 2.443 miliardi di dollari, otto volte di più di quanto stanziato alla recente Cop 29 di Baku per contrastare il cambiamento climatico”. La soluzione, secondo Mattarella-don Abbondio, è quindi l’assenza di qualsiasi soluzione: purtroppo, è necessario tagliare sanità e welfare per aumentare le spese militari perché l’Italia corre il serio pericolo di vedere i cosacchi abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro. Ascoltando queste parole, risulta naturale essere solidali con Renzo Tramaglino che si sente vagamente preso in giro da don Abbondio alla fine del citato colloquio sul rinvio del suo matrimonio. Dopo la disamina della situazione internazionale, che se evitata avrebbe fatto migliore figura, il presidente inizia un contrappunto di luci, pochissime, e ombre, moltissime, sulla sempre più triste situazione italiana: le vergognose liste d’attesa nella pubblica sanità; la povertà che priva del diritto di molti di curarsi; la precarietà che sussiste insieme ai bassi salari e alla cassa integrazione di sempre più lavoratori; l’export e il turismo che tirano ma che non impediscono a molti giovani di emigrare in cerca di lavori dignitosamente retribuiti; la sempiterna diseguaglianza tra Nord e Sud; le aree interne e montane del Paese in crescente stato di abbandono; le alluvioni che da eventi straordinari sono divenuti ordinari nell’immutabile impreparazione di Stato ed enti locali; violenza, alcool e droghe sempre più usate dai ragazzi italiani; crisi delle nascite. Se il quadro descritto dal presidente della Repubblica è questo, cosa aspetta a promuovere un serio dibattito politico e storico su cosa sia stata la cosiddetta Seconda Repubblica nelle vicende di questo Paese. Sarebbe ora che, accanto alla doverosa e spesso rituale critica al ventennio fascista, iniziasse un dibattito serio sugli ultimi trent’anni di storia italiana, anni che stanno rispedendo questo Paese indietro di almeno un secolo: allora, le valigie dei migranti erano di cartone, oggi possono essere benissimo firmate, perché se ne vanno i figli laureati della classe media impoverita, ma sempre valigie restano. Fermiamoci qui e poniamoci una domanda: gli italiani riescono a comprendere questo sottile gioco del palazzo fatto di mezze verità, totali bugie, autentiche prese in giro fatte non dal solito esponente del Partito unico, Meloni o Schlein che sia, che ha nell’Argentina di Milei e nell’Ucraina di Zelensky il suo modello di riferimento per l’Italia, ma nel sopravvissuto della Prima Repubblica, il presidente-parroco che dovrebbe sposare Renzo e Lucia, e che invece teme di chiamare con i loro nomi i “bravi” di Washington?

Quanta distanza esiste tra l’Italia ufficiale e quella reale

Una parziale ma interessante risposta può essere trovata nel 58° rapporto Censis intitolato La società italiana al 2024, pubblicato nello scorso mese di dicembre. A mio avviso, nel sermone di Mattarella-don Abbondio si intravede abbastanza chiaramente l’attenta lettura che il Quirinale ha riservato al rapporto, la medesima che governo e Partito unico gli ha dedicato per capire quale sia la reale distanza tra il loro mondo – fatto di favole raccontate via media e amare sorprese impacchettate negli atti legislativi – e gli italiani. La distanza è strabiliante, e va tenuta in seria considerazione perché fonte di riflessioni politiche e di gravi tentazioni di regime change, allorquando il Partito unico andrà incontro alla sua inevitabile crisi, tema ancora prematuro da trattare. L’incipit del rapporto è degno di essere citato: “Tutto quello che conta davvero sembra accadere al di fuori dell’Italia: la guerra senza fine combattuta alle porte dell’Europa o il cruento conflitto scoppiato in Medio Oriente, i vincoli imposti da Bruxelles alle finanze pubbliche, le latenti decisioni della Bce sui tassi di sconto o la strisciante crisi politica che ghermisce l’Unione europea. La conseguenza fisiologica è lo slittamento del discorso pubblico alla scala internazionale. Per il 49,6% degli italiani il nostro futuro sarà condizionato dal cambiamento climatico e dai ricorrenti eventi atmosferici catastrofici, per il 46,0% dalla piega che prenderà la guerra in Medio Oriente, per il 45,7% dal rischio di crisi economiche e finanziarie globali, per il 45,2% dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina, per il 35,7% dalle migrazioni internazionali, per il 31,0% dalla guerra commerciale e dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, per il 26,1% dagli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche” (3). Mentre la politica guarda al suo ombelico attraverso un dibattito parossistico, gli italiani sembrano aver acquisito la consapevolezza di vivere in un Paese privo di sovranità, dove gli accadimenti esterni si abbattono sulla loro vita quotidiana senza che la politica possa, e voglia, farci nulla: evidentemente, l’esperienza dei rincari delle bollette energetiche direttamente legate alle sanzioni suicide comminate alla Russia hanno fatto scuola. Altro passaggio degno di nota, è un’opinione abbastanza diffusa in vari studiosi della condizione sociale ed economica italiana, a mio avviso legata più al mito che alla realtà odierna: “La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati: non registriamo picchi nei cicli positivi, non sprofondiamo nelle fasi critiche e recessive. Nel medio periodo, i principali indicatori economici, ovvero il Pil, i consumi delle famiglie, gli investimenti, le esportazioni, l’occupazione, tendono a ruotare intorno a una linea di galleggiamento – senza grandi scosse, né in alto, né in basso – all’interno di un campo di oscillazione molto ampio, perimetrato dai valori massimi e minimi toccati dai Paesi europei”. L’Italia viene vista come un affannato nuotatore che tiene la linea del naso a pelo d’acqua, a volte scende in apnea per poi risalire a prendere una fugace boccata di ossigeno, per poi ritornare sotto, e così in moto perpetuo. Una situazione di tale precarietà e del tutto priva di difese in caso di onda anomala che ponga il nuotatore Italia in una lunga apnea: come, per esempio, la recente crisi dell’industria tedesca della quale gran parte della manifattura del Nord è terzista, crisi che probabilmente si spiegherà nella sua ampiezza proprio nel 2025. Le boccate d’ossigeno del nuotatore Italia, poi, sono sempre più brevi e affannose. Il rapporto ci informa del crollo di produzione di valore, e lo fa “malignamente” citando il Pil pro capite: “Negli intervalli di tempo considerati, il Pil pro capite era aumentato di quasi 12.000 euro tra il 1963 e il 1983 (+96,7%), di oltre 11.000 euro tra il 1983 e il 2003 (+46,2%), di poco più di 1.000 euro tra il 2003 e il 2023 (+3,0%). Di fatto, in vent’anni (nel periodo 2003-2023) il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie italiane si è ridotto in termini reali del 7,0% e anche la ricchezza netta pro capite delle famiglie è diminuita in un decennio (tra il II trimestre del 2014 e il II trimestre del 2024) del 5,5%”. Questa è la magia del mercato, il risultato del neoliberismo che è stata la cifra economica della Seconda Repubblica. Ormai, la ricchezza prodotta in Italia fino al 2003 è stata quasi tutta consumata, sia in forma palese, cioè spesa dalle classi subalterne per far fronte all’impoverimento dei redditi reali, sia in forma occulta, cioè fatta sparire nei vortici della finanza internazionale dalle élite imprenditoriali nostrane che, invece d’investire in ricerca e sviluppo, si sono liquidati gli utili per accrescere i patrimoni personali: ultimo esempio in ordine di tempo è quello relativo alla crisi Stellantis in Italia di fine anno. Come hanno reagito gli italiani di fronte alla netta percezione della parabola discendente del bel Paese? Il dato principale che il Censis indica, e a mio giudizio assai correttamente, è quello sull’elevata aliquota di astensione dal voto degli italiani al quale viene aggiunto anche un sostanziale scetticismo sull’utilità di partecipare alle manifestazioni di protesta: “il ritrarsi dalla vita pubblica, con un tasso di astensione che alle ultime elezioni europee del 2024 ha toccato un livello mai raggiunto prima nella storia repubblicana, pari al 51,7% (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, l’astensionismo si fermò al 14,3%), e una diffusa indifferenza verso quegli strumenti della mobilitazione collettiva che un tempo erano ampiamente utilizzati, visto che il 55,7% degli italiani oggi considera inutili le manifestazioni di piazza e i cortei di protesta”. Occorre ribadire senza stancarsi che la disaffezione al voto degli italiani è un obiettivo che il Partito unico sta raggiungendo con piena soddisfazione: il voto di astensione riguarda massimamente quello d’opinione, aumentando, viceversa, il peso del voto clientelare e organizzato che sono oggetti di trattativa da parte delle varie correnti del Partito unico. L’elevata astensione è la principale spia della presenza di un Partito unico in un sistema democratico che diventa quindi postdemocratico proprio per l’assenza di una reale opposizione prima e alternativa politica poi: l’Italia è un caso da manuale sotto questo profilo. Meno significativo, a mio avviso, è il dato sulla bassa partecipazione alle manifestazioni pubbliche: certamente l’uso esagerato e spesso ingiustificato delle manifestazioni per qualsiasi argomento, che fa pari con l’abuso che volutamente i radicali hanno fatto dello strumento referendario per svuotarlo di significato, in quanto una volta espresso non genera quasi mai un reale cambiamento politico, hanno determinato una certa disaffezione nella pubblica opinione per questi strumenti di democrazia diretta, tendenza però che può essere velocemente ribaltata, come hanno dimostrato le recenti manifestazioni pro-Palestina anche in Italia. Altro segnale della presenza di un Partito unico è la trasformazione della sensazione d’impotenza dei cittadini elettori in aperta sfiducia nei confronti dei sistemi democratici liberali occidentali. Questa sfiducia è dovuta anche ad altri fattori: l’ormai insopportabile retorica dei cosiddetti partiti, la crescente distanza tra il Paese da loro raccontato e quello reale, la diffusa opinione che l’Italia sia un Paese perennemente in vendita e alla totale mercé degli interessi stranieri, l’assenza di prospettive per il futuro proprio e dei propri figli (anche per questo se ne fanno pochi): “… la sfiducia crescente nei sistemi democratici, dal momento che l’84,4% degli italiani è convinto che ormai i politici pensino solo a se stessi e il 68,5% ritiene che le democrazie liberali occidentali non funzionino più”. Questo dato è molto importante in prospettiva, cioè quando il sistema dovrà trovare una soluzione alla probabile crisi del Partito unico dovuto a sollecitazioni esterne difficilmente gestibili come, a puro titolo di esempio, l’invio di soldati italiani sul fronte ucraino, possibile punto in agenda della Nato per il 2025. In questo caso si porrebbe l’esigenza di un regime change del quale non ha senso parlare ora. Oltre alla percezione di fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica, anche il progetto Unione europea è altresì sentito come un’altra rovina: “l’opinione che l’Unione europea sia una sorta di guscio vuoto, inutile o dannoso, se il 71,4% degli italiani è convinto che, in assenza di riforme radicali e di cambiamenti sostanziali, sia destinata a sfasciarsi definitivamente”. I richiami europeisti tipici, per esempio, delle correnti di centrosinistra del Partito unico non fanno che aumentare, poi, l’ostilità popolare nei confronti della sinistra, considerata elitaria e antipopolare nelle sue frange conosciute (Partito Democratico e Alleanza verdi e sinistra) mentre lo Stato atomizzato e la conseguente mentalità settaria delle frazioni fuori dal Parlamento le rendono attualmente sconosciute e quindi irrilevanti. 

Un capitolo a parte: il fallimento dei mass media di regime

In un quadro così desolante, se visto in un’ottica dialettica – positiva sotto forma di critica nei confronti di una ormai impresentabile Seconda Repubblica, negativa se si considera il rischio di un’uscita a destra, cioè golpista e autoritaria nella tradizione “sudamericana” dello scorso secolo –, si può scorgere però un dato interessante e, sotto un certo punto di vista, positivo: il clamoroso fallimento della propaganda di regime. Tale rovescio della tanto millantata influenza dei mass media merita un approfondimento a parte in quanto occorre sottolineare a quale punto di decadenza morale e intellettuale è giunto il giornalismo italiano che, del resto, non partiva certamente da vette himalayane. Un sistema che vede al vertice un gruppo ristretto di giornalisti che imperano sia nell’etere che nelle redazioni, e per sapere chi siano è sufficiente guardare quegli autentici circhi Barnum che sono i talk show di casa nostra, e che campano agiatamente sulle spalle di altri lavoratori dell’informazione mediamente sottopagati; giornalisti star messi al soldo di editori che pagano i loro lauti stipendi per promuovere interessi di élite internazionali, di tribù locali e infine personali, e non ha nessuna importanza se l’editore è pubblico oppure privato. Procediamo con ordine. Tra i compiti dei mass media di regime vi è quello di propagandare i cosiddetti valori occidentali: neoliberismo economico e liberalismo politico, cura per le minoranze, parità tra i sessi, multipartitismo, libertà di espressione, di movimento e di organizzazione sindacale, eccetera. Questi valori, e non conta se siano reali, come il neoliberismo, l’atlantismo o la difesa che gli Stati devono alla minoranza dei ricchi e alla legalizzazione dei loro capricci e delle loro perversioni, oppure mistificati come tutti gli altri, sono gli unici possibili per tutta l’umanità, e i dissenzienti sono i nostri nemici nei casi gravi oppure potenziali futuri avversari nei casi minori, come i Paesi che si stanno integrando sempre più numerosi nei Brics+. Il tentativo dei mass media di regime è, quindi, dividere il mondo tra i buoni, inclusi gli israeliani, e i cattivi, inclusi i palestinesi, i libanesi e i siriani. Gli italiani dovrebbero, quindi, sentirsi parte attiva e marciante del mondo dei buoni; qual è la realtà secondo il Censis? “il 70,8% degli italiani esprime oggi un più o meno viscerale antioccidentalismo ed è pronto a imputare le colpe dei mali del mondo ai Paesi dell’Occidente, accusati di essere stati arroganti per via del presunto universalismo dei propri valori, per cui si è voluto imporre il nostro modello economico e politico agli altri”. Se prendiamo, poi il caso accademico di propaganda, spacciata per informazione, quotidiana e tambureggiante dal febbraio 2022 sulla guerra in Ucraina che ha dipinto Putin come l’ennesimo Hitler, in buona compagnia con tutti i suoi predecessori eletti alla bisogna sempre dalla libera informazione, e Zelensky come il partigiano resistente, le sanzioni alla Russia che avrebbero fatto collassare quel Paese in un paio di mesi, che i soldati russi erano ancora equipaggiati con le vecchie armi sovietiche, badili inclusi, eccetera, qual è stato il risultato sulla pubblica opinione dell’azione giornaliera degli “opinion makers” secondo il Censis? “il 66,3% degli italiani attribuisce all’Occidente – Usa in testa – la responsabilità delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente (non a caso, solo il 31,6% si dice d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil)”. Difficile per Giorgia Meloni ed Ely Schlein, che a Bruxelles votano insieme a favore sia alla Commissione guerrafondaia di Ursula von der Leyen, sia alle risoluzioni e pacchetti sanzionatori antirussi, che si sono rivelati autentici boomerang economici contro la stessa Europa, convincere gli italiani sulla necessità, per ora, di rinunciare gioiosamente a quel poco di sanità pubblica e welfare rimasti per aiutare finanziariamente e militarmente il regime di Kiev, e un domani di mandare anche i propri figli a morire per il presidente-attore-burattino pure decaduto dal maggio del 2024. Infine, un altro compito affidato alla propaganda di regime è quello di convincere gli italiani che l’Occidente collettivo è quel luogo dove siamo: “Noi un giardino, il resto del mondo una giungla” (4), come ci ha raccontato il noto botanico Josep Borrell. In altre parole, se sei uno spettatore dei canali Rai e Mediaset, l’Occidente è un sistema politico, economico e sociale vincente nonché foriero di benessere per i suoi fortunati abitanti; se invece hai ancora qualche dubbio, magari perché non hai più i soldi per fare le vacanze nonostante un posto di lavoro fisso, e cerchi d’informarti su La7: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” (5). Ancora una volta, qual è il risultato sulla pubblica opinione secondo il Censis? “il 51,1% è persuaso che l’Occidente sia destinato a soccombere economicamente e politicamente dinanzi all’ascesa di Paesi come la Cina e l’India. Ogni universalismo – ritenuto figlio illegittimo dell’etnocentrismo occidentale – è diventato sospetto, e adesso i movimenti del rimprovero non rimangono confinati entro elitarie conventicole di intellettuali (ma quali? N.d.R.): in molte case italiane sventola il vessillo dell’antioccidentalismo”. Se il rapporto propaganda-risultati è quello che abbiamo descritto per sommi capi, non deve sorprendere il costante calo delle vendite dei quotidiani in questo Paese: “Trend diffusione e vendite quotidiani: tutti perdono copie tranne poche eccezioni” (6) e, a scanso di equivoci, i calcoli sulle vendite si sono adeguati ai tempi, superando anche la vecchia e pretestuosa osservazione circa lo spostamento del modo di leggere dalla carta stampata agli strumenti elettronici: ora, i conteggi sommano le vendite in edicola e gli abbonamenti online. Le statistiche riportate dall’articolo sono impietose e tutti gli editori, chi più e chi meno, si trovano a gestire i conti in rosso delle loro testate nonostante gli aiuti pubblici che vengono erogati a chi si comporta bene. Qual è la ragione per la quale i quotidiani, imprese private teoricamente soggette alle leggi di mercato, non vengono chiusi sebbene vi siano i presupposti economici per farlo? Evidentemente, la ragione è squisitamente politica, in quanto i mass media sono strumenti d’influenza, a livello nazionale e locale, sui centri decisori e non certo per informare correttamente la pubblica opinione, la quale ne è ben consapevole come certificato dal Censis. Si tratta, quindi, di un cane che si morde la coda: l’informazione manipolata genera scetticismo e causa la diminuzione di lettori, quindi di copie e abbonamenti venduti; la diminuzione delle vendite genera perdite economiche; le perdite economiche aumentano la dipendenza della testata nei confronti dell’editore che ripiana i conti; gli interessi dell’editore aumentano la manipolazione dell’informazione e diminuiscono la possibile, ma assai improbabile, “resistenza etica” delle redazioni. Ecco la sintesi, a mio avviso, del giornalismo italiano di oggi, e per coloro che volessero approfondire questo interessante tema consiglio, a titolo di esempio, lo studio dell’atteggiamento dei media del gruppo Gedi, di proprietà della famiglia Elkann-Agnelli, in relazione alla crisi di Stellantis in Italia, nonché della postura evasiva assunta da Ely Schlein e dal Pd sull’argomento, per gli ingenui che ancora credono che questi figuri si occupino dei lavoratori, come denunciato da Carlo Calenda (7).

Conclusioni 

Abbiamo aperto l’articolo con il sermone del presidente-parroco don Abbondio-Mattarella e abbiamo cercato di svelare trucchi e bugie celati in questi sinistri auspici di buon anno. Il Censis ci ha suggerito la possibilità che, appena ascoltati gli auguri presidenziali, gli italiani hanno esibito gesti e amuleti scongiuratori provenienti dalla secolare tradizione di buoni propositi ricevuti dai potenti pro tempore di casa nostra: papi, re, duchi, presidenti, eccetera. Più seriamente, il rapporto Censis ha certificato puntualmente un senso di sconfitta collettiva e una crescente paura per il domani: gli italiani sono consapevoli che stanno facendo un viaggio a ritroso nel tempo, diretti a quel periodo della storia patria, a cavallo del XIX e del XX secolo, dove la principale prospettiva per il futuro, se non eri possidente e/o borghese, era quello di fare le valige e andartene: “Dal 2006 la presenza dei connazionali all’estero è praticamente raddoppiata (+97,5%) arrivando a oltre 6,1 milioni di cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Negli ultimi 10 anni le iscrizioni all’Aire per la sola motivazione espatrio sono state 1.179.525. Di questi, come la narrazione prevalente testimonia, la maggior parte sono giovani tra i 18 e i 34 anni (circa 471 mila) o giovani adulti (poco più di 290 mila)” (8). Soprattutto le giovani generazioni sono consapevoli del rischio che, se rimangono in Italia privi di una sostanziosa eredità, la prospettiva di morire più poveri di quando si è nati è rilevante, al contrario dei propri padri e nonni, e i temi legati alle pensioni sul fronte delle entrate e della pubblica sanità sul fronte delle uscite sono alcuni dei numerosi esempi possibili. La maggioranza degli italiani si sente quindi sconfitta e tradita dalla politica e non ha più voglia, se mai l’abbia avuta, di prestare attenzione al “political correct” imposto dalla sinistra alla moda (9), ne ha invece repulsione: “il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi vuole radicare nel nostro Paese regole e abitudini contrastanti con lo stile di vita italiano consolidato, come per esempio la separazione di uomini e donne negli spazi pubblici o il velo integrale islamico”. Quando ci si sente minacciati dal futuro ci si rifugia nel passato secondo il motto “si stava meglio quando si stava peggio”, quanto mai vero oggigiorno. Occorre, inoltre, tenere conto che, per i movimenti politici che intendono raccogliere il testimone dei paladini delle classi subalterne, a mio avviso timore per il domani e diffidenza sono le principali chiavi di lettura sociologiche da tenere in considerazione. Nella recente e interessante presentazione della riedizione del primo libro del Capitale di Karl Marx a cura di Roberto Fineschi per Einaudi editore, pubblicato sul canale YouTube del Centro Studi Domenico Losurdo (10), il curatore faceva opportunamente notare che nella lingua tedesca la parola “Arbeiter” può essere tradotta nelle lingue neolatine sia col termine generico di lavoratore che con quello specifico di operaio. Questo significa che, per Marx, l’oggetto dei suoi studi non è mai stato esclusivamente dedicato agli operai, cioè al sottoinsieme dei lavoratori impiegati nella fabbrica, anche se ovviamente nella Londra degli anni Sessanta del XIX secolo, essendo la capitale inglese parte preponderante dell’officina del mondo di quel periodo, la figura dell’operaio sovrastava quella indistinta del lavoratore. Tuttavia, Marx ha sempre avuto in mente l’“arbeiter”, il lavoratore, e in questo dettaglio filologico sta gran parte dell’attualità del Capitale. Nell’Italia di oggi, il sottoinsieme degli operai si è fortemente ridotto all’interno dell’insieme dei lavoratori. Occorre, quindi, occuparsi degli “Italienische Arbeiter”, e considerare anche i loro timori che sono sia di matrice genuina, provenienti dalla loro variegata esperienza di lavoro, sia inculcati ad arte dai mass media, che sempre timori restano. Resta, quindi, sul tavolo la scelta strategica di come si vuole approcciare il lavoratore italiano, come detto in passati articoli: nel modo intollerante (se non la pensi come me sei un razzista e un ignorante)? Nel modo pedagogico (ti insegno io chi sono i buoni e i cattivi)? Oppure nel modo dialogante (cerco d’instaurare un rapporto di ascolto con te). Sarebbe troppo facile rispondere con la terza opzione, perché è la più difficile da intraprendere: la terza alternativa è la più lontana dalla forma mentis di gran parte del mondo intellettuale che si definisce comunista, maggiormente orientato alla seconda opzione, ma su alcuni temi, come quello sull’immigrazione, alla prima. In ogni caso questa scelta resta, a mio avviso, la questione di fondo, ma che deve essere assunta in totale convinzione e sincerità, che un movimento politico di matrice comunista deve assumere all’inizio del suo viaggio. 

Note:

1 Alessandro Manzoni, I promessi sposi.
2 Ursula Von der Leyen, cit. Italpress del 09/10/2024.
3 58° Rapporto Censis: La società italiana al 2024Sindrome Italiana.
4 https://europa.today.it/attualita/giardino-giungla-capo-diplomazia-ue-colonialismo.html
5 Winston Churchill cit.
6 https://www.primaonline.it/2024/03/12/402943/trend-diffusione-e-vendite-quotidiani-calo-generale-si-salvano-fatto-avvenire-e-sportivi/
7 https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/05/stellantis-calenda-attacca-schlein-perche-non-dice-nulla-sulla-crisi-la-risposta-e-che-stampa-e-repubblica-sono-i-giornali-del-pd/7792873/
8 https://www.migrantes.it/rapporto-italiani-nel-mondo-2024-litalia-delle-migrazioni-plurime-che-cercano-cittadinanza-attiva/
9 Sahra Wagenknecht copyright
10 https://www.youtube.com/watch?v=Rbxi0UXJ_hg

Immagine: Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

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