di Luigi Basile
Una strategia sempre più aggressiva, che legittima ed esalta il dominio globale degli Stati Uniti e la guerra come strumento per imporlo, senza più limiti, anche nei confronti degli alleati.
Con le dichiarazioni di Trump sulle mire espansionistiche degli Stati Uniti, le minacce di guerra e di sanzioni economiche nei confronti di Paesi alleati, l’imperialismo yankee oltrepassa un limite formale e “ideologico”, l’ennesimo, mostrandosi per quello che realmente è da sempre, ormai senza più alcuna remora: un serio pericolo per la pace nel mondo, per la libertà dei popoli, per l’autonomia e l’indipendenza di Stati sovrani e per il rispetto di regole democratiche condivise.
Il Canada viene percepito e descritto come un concorrente fastidioso, sotto il profilo economico, tanto da evocare dazi nei suoi confronti, a causa delle significative importazioni che la bilancia dell’interscambio commerciale fa registrare, e si immagina persino possa essere inglobato a medio termine, come 51° Stato della Confederazione. La Groenlandia, territorio d’oltremare della Danimarca, è considerata un obiettivo strategico da conquistare, il canale di Panama un’infrastruttura di cui appropriarsi e la geografia una scienza da piegare ai capricci del presidente della potenza nordamericana, alla sua celebrazione e alle esigenze della propaganda geopolitica, cambiando – almeno nelle intenzioni di Trump – il nome del Golfo del Messico. Una sorta di umiliazione, quest’ultima, nei confronti dell’altro Paese confinante, il Messico, terra di emigrazione verso gli Usa, con un governo non allineato ai diktat a stelle e strisce.
Ma queste dichiarazioni sono soltanto provocazioni arroganti di un uomo d’affari spregiudicato, con l’atteggiamento da bullo e dall’aspetto quasi clownesco, che si dedica alla politica (al pari di tanti altri anche nella nostra penisola) come se fosse un gioco di società da fare nel salotto di casa?
Trump non è affatto nuovo ad uscite che destano clamore. E i precedenti non inducono a guardare con tranquillità alle sue dichiarazioni d’intenti.
Si pensi alla costruzione del muro lungo il confine con il Messico, cavallo di battaglia della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, che lo videro vincitore, e che sosteneva avrebbe fatto pagare al Paese latino, ovviamente per nulla disponibile. Nonostante i problemi economici degli Stati Uniti e le difficoltà di attuazione del progetto, nel corso degli anni, anche attraverso forzature, come la dichiarazione dello stato di emergenza, si è ostinato a portare avanti la sua idea, realizzando 727 chilomentri (452 miglia) di mura, sui 1.600 promessi, per un costo di 15 miliardi di dollari, circa 20 milioni a miglio, in zone dove peraltro erano già presenti barriere realizzate da suoi predecessori, sia repubblicani che democratici (Obama, George Walker Bush, Clinton), e senza ottenere risultati nella limitazione all’ingresso di migranti.
Per non parlare delle politiche repressive nei confronti di immigrati e stranieri provenienti da Paesi islamici (che nel 2017 determinarono l’arresto di turisti negli aeroporti, provocando il caos e l’intervento della Corte suprema); l’inasprimento dell’illegittimo e criminale blocco contro Cuba; lo spostamento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e il sostegno al regime sionista; la posizione anticinese con una vera e propria guerra commerciale, promossa anche attraverso fake news, e il programma China Initiative, una caccia alle streghe che ha colpito centinaia di scienziati e accademici sino-americani, molti dei quali sono stati licenziati, ed ancora le interferenze nelle relazioni tra Pechino e Taiwan con il riconoscimento politico di quest’ultima; l’innalzamento del livello di conflitto con la Corea del Nord; il disconoscimento del trattato nucleare con l’Iran, che ha alimentato forti tensioni, unitamente all’imposizione di sanzioni durissime, e l’assassinio del generale Soleimani con un raid in Iraq; gli attacchi militari contro la Siria; il sostegno militare alla guerra promossa dall’Arabia Saudita nello Yemen; la conferma di diversi impegni militari pregressi; le controverse politiche sanitarie adottate durante l’emergenza Covid; le regressive posizioni su numerosi temi sociali.
Le dichiarazioni dei giorni scorsi quindi non sono che una conferma della visione imperialistica di Trump e che egli non è affatto un uomo del dialogo, che promuove la pace (foss’anche solo per risanare i conti interni e per ragioni di opinione pubblica), al contrario di come certa pubblicistica lo descrive, ma si pone in continuità con il democratico Biden e la sua irresponsabile e cinica escalation bellica, per affermare il dominio assoluto degli Stati Uniti d’America, addirittura alzando ancora il tiro e probabilmente in parte spostandolo.
Il neopresidente Usa lancia senza alcun problema un aut aut ad alleati Nato come la Danimarca, Paese membro dell’Unione europea, oltre che ai groenlandesi, e al Canada, che hanno preso molto sul serio le sue parole, rispondendo con fermezza alle minacce. Altrettanto ha fatto Panama.
In ballo ci sono sicuramente interessi economici, commerciali, militari e di supremazia strategica, soprattutto in aree come l’Artico, prossima alla Russia, e nel canale di Panama, dove ci sono insediamenti portuali cinesi. Ma c’è dell’altro.
Innanzitutto non sembra reggere più la definzione di politica “isolazionista” attribuita a Trump, almeno in passato, che ora è sfrontatamente “espansionista”, anche se ancora marcatamente protezionistica.
Rischia poi di venire meno anche il buon rapporto con Putin e la Russia. Fino a qualche giorno fa, il 47° presidente degli Stati Uniti confermava la volontà di una mediazione nel conflitto ucraino-russo, ma adesso arrivano segnali molto più prudenti da parte del suo entourage. Il caso della rivendicazione della Groenlandia (già avanzata nell’agosto 2019 e ripresa dopo le scorse elezioni, in un tweet su X, dal deputato repubblicano Mike Collins, con una cartina geografica, che prospettava uno scenario futuro del 2029. Un progetto rilanciato poi a dicembre) comunque è emblematico e solleva molti problemi e preoccupazioni. Non solo e non tanto rispetto al rapporto con Mosca o con Pechino, ma con l’Europa occidentale, con l’Ue.
Che non si tratti di una boutade lo dimostra la missione di Trump jr nell’enorme e quasi disabitata isola artica, con notevoli giacimenti minerari. Proprio come per Biden rispetto all’Ucraina, anche in questo caso politica e business vengono gestiti come affari di famiglia, con il coinvolgimento dei figli, secondo la più bieca logica familistica. I Trump si inseriscono in maniera dura in una delicata fase di transizione, il cui esito non è ancora scontato, di distacco dalla Danimarca. Ma perchè minacciare un alleato di esser pronti ad usare le armi per garantirsi una presenza militare e politica nell’isola, tenuto conto che gli Stati Uniti dispongono già di una base in loco e dalla fine della Seconda guerra mondiale condizionano totalmente, in maniera crescente, gran parte dell’Europa?
Donald Trump prima ancora di insediarsi ufficialmente alla Casa Bianca ha lanciato un chiaro messaggio al consesso internazionale e ai membri della Nato, in particolare quelli europei: gli interessi di Washington sono una priorità assoluta, al di sopra di tutto e tutti, da attuare in qualunque modo possibile.
E’ questo il vero “salto di qualità”, in negativo, che viene compiuto. La dottrina Monroe, l’idea della legittimità della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano prima e poi su base globale, elevata all’ennesima potenza. Gli Usa non più soltanto, per così dire, gendarmi e colonizzatori del mondo, in maniera diretta o indiretta, ma esplicitamente dominatori, padroni del mondo, anche a costo di colpire i propri alleati.
Non a caso le reazioni sono state di un tenore diverso dal solito. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha ricordato che la Groenlandia è territorio europeo e ha escluso che “l’Ue possa permettere ad altre nazioni nel mondo, chiunque esse siano, di attaccare i suoi confini sovrani”. Aggiungendo: “Dobbiamo svegliarci e rafforzarci, militarmente, nella competizione, in un mondo in cui prevale la legge del più forte”. Il cancelliere tedesco dimissionario, Olaf Scholz, ha affermato: “L’inviolabilità dei confini è un principio fondamentale del diritto internazionale”.
In silenzio, invece, il governo italiano. Il presidente della repubblica, Mattarella, nei giorni immediatamente successivi ha incontrato il golpista Zelensky, che aveva avuto già un faccia a faccia con Meloni, e con la sua consueta incoerenza ha parlato di pace e contemporaneamente rinnovato il sostegno al regime di Kiev.
La subalternità dell’Ue agli Usa e la linea guerrafondaia di Bruxelles e degli Stati membri, funzionale agli interessi atlantisti, ma dannosa per il vecchio continente, ha autorizzato Trump a rompere ogni argine.
Il rischio di una guerra ora viene dall’interno della Nato, dal Paese guida del sistema capitalistico occidentale, sempre più aggressivo. Altro che gli scenari fittizi di una Russia pronta ad allargare i propri confini. La propaganda non basterà a fermare appetiti e pretese dell’Impero.
Ma sulla stampa mainstream italiana nessun commento su quanto è successo, a differenza dei mass media del resto del mondo. Persino il «New York Times», in un fondo ha titolato: “Trump riecheggia l’Età dell’Impero”.
Immagine: Gage Skidmore from Peoria, AZ, United States of America, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
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