Gaza festeggia l’accordo fra droni di guerra e petardi di pace

 di Geraldina Colotti

Ancora morti e distruzioni a Gaza, nonostante l’accordo per il cessate il fuoco. Quali prospettive si aprono ora per la resistenza palestinese, per la ricostruzione e per l’intero scacchiere mediorientale?

A Gaza, i sopravvissuti al genocidio sionista festeggiano, comprensibilmente, la firma dell’annunciato accordo tra il governo Netanyahu e Hamas, che prevede il cessate il fuoco e lo scambio dei prigionieri. Lo scoppio dei petardi, però, si mischia a quello dei droni e delle bombe, che continuano a uccidere il più possibile prima dell’entrata in vigore dell’accordo, il 19 gennaio.

Da mercoledì, quando è stato annunciato l’accordo, vi sono stati 300 feriti e 113 morti, fra cui 28 bambini e 31 donne. Un massacro che si ripete dal 7 ottobre del 2023, quando la resistenza ha beffato i muri dell’occupante, pagando finora un saldo ufficiale di 45.800 morti, che potrebbero però essere 70.000.

Un gesto eroico, che ha imposto al mondo di guardare in faccia la violenza dell’occupazione sionista che, dal 1948, cerca di cancellare dalle mappe l’esistenza del popolo palestinese, con la complicità dell’Occidente che ne ha consentito l’istallazione.

Considerando i rapporti di forza nel mondo, il ruolo del sistema Nato nel sostegno al regime sionista, la subalternità dei regimi arabi, e l’implicazione della Anp con l’occupante, non è difficile immaginare la fragilità della tregua. “Saremo l’amministrazione più filoisraeliana della storia”, ha già dichiarato il futuro segretario di Stato nordamericano, Marco Rubio, a pochi giorni dall’assunzione di Donald Trump, il 20 gennaio.

E va ricordato che fu proprio Trump, nel suo primo mandato, ad avviare gli Accordi di Abramo, con la dichiarazione congiunta fra il regime sionista, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e gli Stati Uniti, il 13 agosto del 2020. La proposta del tycoon prevedeva l’annessione del 30% della Cisgiordania. Un intento che il regime di Netanyahu, ulteriormente spinto dall’estrema destra dei coloni – la più aggressiva –, ha il proposito di realizzare. E, per questo, ha già annunciato la liberazione dei 7 coloni in detenzione amministrativa.

La resistenza del 7 ottobre ha scompaginato i giochi e messo in crisi alleanze, ora nuovamente terremotate dai cambiamenti in corso in Siria. Conflitti che intersecano la guerra in Ucraina, nella partita energetica che si è riaperta con la triangolazione tra Arabia Saudita, Russia e “Israele”, e che si riverberano all’interno dei Brics, l’alleanza che va ridisegnando un mondo multicentrico e multipolare alternativo all’egemonia Usa, entrata nella partita geopolitica che coinvolge la regione mediorientale e che la interseca.

Grazie alla mediazione della Cina, si è aperto un processo di distensione tra Iran e Arabia Saudita, Paesi inclusi nei Brics+6. L’Arabia Saudita ha quasi triplicato le importazioni di olio combustibile dalla Russia. Gli Accordi di Abramo potrebbero, però, complicare le relazioni mettendo in posizione di vantaggio Riyad nei confronti di Mosca nel mercato israeliano.

Per via della crisi energetica internazionale, le compagnie israeliane hanno già ricavato ingenti proventi dalla vendita di gas naturale, ulteriormente incrementati dalla scoperta dei giacimenti Tamar e Leviathan, che hanno consentito al regime sionista di diventare esportatore di gas. L’azione del 7 ottobre aveva anche come obiettivo l’East Mediterranean Gas Pipeline, con cui “Israele” trasporta il gas all’Egitto da Ashkelon a el-Arish.

La portata della sfida ha determinato i negoziati per il cessate il fuoco, e la consapevolezza, da parte della resistenza palestinese (unita, nonostante le comprensibili differenze interne) nella certezza che essi avranno ripercussioni sia in Palestina che nella regione almeno per i prossimi dieci anni.

In primo piano c’è la gestione della ricostruzione, l’imposizione di un piano che i palestinesi intendono guidare completamente, con un ruolo importante delle Nazioni Unite e in particolare dell’Unrwa, l’agenzia di aiuto ai rifugiati palestinesi, messa sotto attacco dal regime sionista.

Per questo, la resistenza dovrà cercare di essere il principale referente, per impedire, con il massimo di unità, sia i progetti di collaborazione con il nemico nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania o nei campi profughi, sia l’ingresso di ong e imprese occidentali interessate allo sfruttamento senza controllo dei territori già devastati.

Un compito non certo facile e che implica il supporto attivo di quante e quanti, in Europa, si sono risvegliati alla lotta grazie all’impegno dei giovani arabi di terza generazione, interessati a una pace possibile solo con la giustizia sociale e con la fine dell’occupazione coloniale.

Immagine: foto di pubblico dominio tratta dalla pagina Facebook dell’Udap – Unione democratica arabo palestinese

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