Giannini: per l’unità dei comunisti, per un partito di lotta e rivoluzionario

Intervista a cura di Geraldina Colotti

Pubblichiamo l’articolata intervista a Fosco Giannini uscita in spagnolo sull’autorevole piattaforma digitale di informazione «Resumen LatinoAmericano», in merito al percorso unitario avviato per la costruzione del Partito comunista in Italia, realizzata a margine dell’assemblea nazionale convocata il 25 gennaio, al Teatro Flavio di Roma.

Roma, 25 gennaio 2025, Teatro Flavio: assemblea nazionale di Prospettiva Unitaria (Movimento per la Rinascita Comunista, Resistenza Popolare, Patria Socialista, Costituente Comunista), il fronte unito per la costruzione del partito comunista in Italia. Prove di unità fra i comunisti: o meglio, fra alcune delle componenti che si definiscono tali nel dentro-fuori della politica tradizionale. “È l’ora della costruzione del partito comunista!”, ha annunciato il manifesto di convocazione dell’incontro nazionale. Un testo pieno di aspettative e di altrettanti punti esclamativi che le enumerano, come quella di “costruire un ampio fronte di lotta e di liberazione dalla guerra imperialista!”, che rimetta al centro le parole d’ordine di “No alla guerra! No alla Nato!”. Per gli oratori che si sono alternati nella sala piena di giovani e meno giovani, il punto di partenza è sembrato comunque essere quello della “giusta analisi”.

Quali possano essere i riferimenti concettuali e come intenderli in maniera comune, considerato i portati diversi delle storie a cui hanno appartenuto e appartengono i comunisti intenzionati a unirsi, sarà tutto da definire, nell’ambito dello scontro fra le classi che impone scelte e collocazioni.

Con quale spirito si guarderanno i conflitti se manca uno sguardo avvertito sui tentativi rivoluzionari del secolo scorso? Con quale spinta si starà nelle lotte se l’orizzonte rimane quello delle compatibilità stabilite dal legalitarismo dietrologico che ha combattuto, in Italia, i rivoluzionari degli anni ’70 che volevano fare la rivoluzione alla sinistra del Partito comunista berlingueriano?

Basta la presenza delle rappresentanze diplomatiche dei paesi latinoamericani che tengono alta la bandiera del socialismo (Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia), per definire la propria scelta di campo?

Basta la bandiera della Palestina a valutare in modo leninista la relazione fra costi e ricavi, fra conflitto e consenso? Basta se si ha paura di declinare la storia dei tentativi rivoluzionari per come si sono presentati in casa propria?

A margine del congresso, ne abbiamo discusso con Fosco Giannini, infaticabile promotore di questo progetto, tutt’altro che chiuso al confronto con provenienze diverse dalla sua. Ex senatore di Rifondazione Comunista, Fosco non è nuovo ai più diversi tentativi di unire le variegate anime del comunismo italiano, liberatesi sia dall’involuzione politico-ideologica del Pci storico che dal “sostanziale fallimento” (come afferma Giannini) del progetto di Rifondazione Comunista.

Ha fondato, con tanti altri compagni e compagne, il Movimento per la Rinascita Comunista, di cui è coordinatore nazionale; è stato direttore per circa undici anni del mensile cartaceo «l’Ernesto» (inequivocabilmente dedicato al “Che”) e poi del giornale online «Cumpanis», che ha poi spostato forze redazionali ed intellettuali verso «Futura Società», attuale giornale del Movimento per la Rinascita Comunista. E ora è dirigente nazionale di questa nuova piattaforma aggregativa, Prospettiva Unitaria.

Come si è arrivati a questo incontro nazionale?

Sono molti anni che stiamo lavorando a un processo unitario delle forze comuniste italiane, e ciò in chiara controtendenza rispetto allo stato di grave frammentazione delle stesse forze comuniste, antimperialiste e rivoluzionarie del nostro Paese. Con l’obiettivo di costruire un più forte partito comunista che si offra come perno sinceramente unitario di un più vasto fronte antimperialista, innanzitutto contro le guerre imperialiste e per l’uscita dell’Italia dalla Nato e dall’Unione europea.

Consideriamo un successo aver portato qui, oggi, 25 gennaio, a Roma, a discutere, molte realtà comuniste e rivoluzionarie intorno alla possibilità di costruire un percorso unitario e alla necessità di mettere in campo un partito comunista serio, degno di questo nome, in questo Paese. Da dove è cominciato il nostro lavoro unitario? Intanto vorrei dire che già «Cumpanis», il giornale che dirigevo, si era fortemente impegnato per questo processo di riaggregazione delle forze. E se oggi sono quattro le formazioni che si uniscono, in verità sono molte di più perché nel Movimento per la Rinascita Comunista – una delle 4 componenti della proposta attuale – si erano giù uniti altri sei significativi soggetti comunisti organizzati di questo Paese, più molti quadri operai e anche intellettuali. Quindi, questa è una giornata felice per noi. Naturalmente, come hanno sottolineato alcuni compagni, per esempio Sergio Cararo, direttore di «Contropiano», non sarà facile unire e costruire una forza comunista capace di farsi sentire come necessaria dal movimento operaio complessivo. L’unità, seppur significativa, che abbiamo sinora costruito è solo un primo passo dei tanti che dobbiamo avviare, poiché le sconfitte e le battute d’arresto, in Italia ci sono già state. Quindi, da oggi, comincia il compito più difficile. Abbiamo sempre saputo, tuttavia, che costruire un partito comunista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe non sarebbe stato un pranzo di gala. Ma per il lavoro politico nazionale che abbiamo portato avanti, per aver già diffuso e radicato il nostro progetto (e la nostra analisi, le nostre idee) ormai sull’intero territorio nazionale, la speranza di poter cogliere il nostro obiettivo l’abbiamo. E forte.

E come si prevede di continuare? Per quali tappe e appuntamenti dovrebbe passare l’unità dei comunisti?

Intanto, il documento politico su cui è basata questa giornata verrà discusso in tutti i territori, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per la Lombardia e la Calabria. Seguirà la costruzione dei punti di riferimento organizzativi per lo sviluppo dell’iniziativa sociale e politica. Avendo ben presente le degenerazioni elettoraliste ed istituzionaliste che hanno portato alla “mutazione genetica” tanta parte del movimento comunista italiano, noi pensiamo innanzitutto ad un partito comunista fortemente radicato, legato alle lavoratrici e ai lavoratori, fortemente attivo e presente sul piano della lotta sociale e antimperialista. Una forza comunista che organizzi il proprio consenso, non attraverso le istituzioni, ma prioritariamente attraverso il legame di massa, la connessione sentimentale con il popolo, le donne, i giovani e gli intellettuali rivoluzionari. Lo dirò nel mio intervento che chiuderà quest’assemblea: in Italia vi sono circa 130 basi Usa/Nato, il nostro è dunque un Paese occupato da un esercito straniero che ha esautorato di ogni potere il parlamento (sempre più borghese), l’esercito, i servizi segreti, le forze dell’ordine, e tuttavia di fronte a queste 130 basi militari dell’esercito di occupazione non garriscono le bandiere rosse con la falce e il martello. In Italia assistiamo ad una penetrazione del potere economico e industriale imperialista, prettamente nordamericano, che acquista le grandi aziende, le grandi fabbriche italiane, per poi licenziare migliaia di operai e operaie e rivendere queste stesse aziende sul mercato internazionale, specie quello dove la forza lavoro è sottopagata. È il caso della Merloni acquistata dalla Whirlpool statunitense ed ora venduta alla Beko turca, ed è il caso delle storiche Cartiere Miliani di Fabriano, comprate da fondi statunitensi che ora preparano 1.300 licenziamenti operai. Ebbene: di fronte alla già ex Whirlpool e alle Cartiere Miliani non garriscono le bandiere rosse con la falce e il martello. La Fiat italiana, con un’azione imperialista, ha costituito Stellantis, ha portato il lavoro fuori dall’Italia, ha preso un oceano di soldi dai governi italiani e oggi avvia una lotta durissima contro i lavoratori. Eppure, di fronte alla Stellantis non garriscono le bandiere rosse con la falce e il martello. Noi di Prospettiva Unitaria vogliamo portare la lotta e le bandiere rosse di fronte alle basi Usa/Nato e di fronte alle fabbriche. Non vogliamo costruire un altro partito comunista, ma vogliano costruire il partito comunista. Vogliamo colmare un vuoto ormai drammatico.

Molte iniziative simili, con altrettante buone intenzioni, si sono perse per strada. Da politico navigato quale sei, perché è accaduto questo e perché dovrebbe andare ora diversamente?

Vi sono tante ragioni. Una che mi sembra fondamentale è la coesione ideologica iniziale. Credo fermamente che molte operazioni politiche di organizzazioni comuniste siano nate non sulla base di una struttura ideologica forte, omogenea, di lotta, ma mettendo insieme forze troppo diverse tra loro pur di fare presenza. Dopo la fine del Partito Comunista Italiano, quello storico (una fine che dobbiamo indagare, per non ripetere le degenerazioni ideologiche che segnarono la lunga involuzione di quel partito), il progetto di Rifondazione Comunista aveva dato tante speranze, ma è finito per troppo eclettismo ideologico interno, per un profondo massimalismo e movimentismo senza vero movimento di lotta e per una sostanziale deriva istituzionalista sempre più marcata, iniziata con la presidenza della Camera a Bertinotti e le derive liberiste del governo Prodi del 2006. Lì finisce una parte molto importante della speranza di Rifondazione Comunista. Credo di poter dire, con tutta onestà intellettuale, che il fallimento di Rifondazione Comunista stia proprio nel senso semantico del termine: non è stato, cioè, rifondato un bel niente sul piano politico e teorico, ma tanta parte del peggio è stato riassunto: dall’abbandono del pensiero e della prassi della rivoluzione, dalla mistificazione del pensiero marxista, leninista e gramsciano sino alla, inevitabile, deriva istituzionalista.

Le altre esperienze comuniste italiane organizzate, dopo la fine del Pci e il fallimento del Prc, sono nate per gemmazione, cioè scissione per scissione. Questo nostro progetto, il progetto di Prospettiva Unitaria, che non sarà facile, non sarà un pranzo di gala, sarà difficilissimo, non nasce però per scissione né per gemmazione, nasce al contrario attraverso un ampio processo unitario e proprio questo ci permette, poiché non veniamo da una scissione, un progetto politico e teorico autonomo e rivoluzionario.

C’è stata – hai detto – una deriva istituzionalista. Ma non è, la tua, una visione tutta interna alle sezioni di partito e alle tante finestre chiuse su un’aria che, fuori, continuava a cambiare? Fuori (e anche dentro) da quelle sezioni ci sono stati comunque movimenti e piccole “minoranze attive” post-novecentesche. Basta liquidarle con qualche anatema? C’è stata, soprattutto, la rimozione e la demonizzazione di un processo rivoluzionario che, alla sinistra del Pci ha rivendicato a suo modo la “resistenza tradita” dei vecchi partigiani. Non credi che partire da quell’alto questionamento dei rapporti di potere sia imprescindibile per capire perché, in Europa, non siamo riusciti a “passare” né con le armi né con le urne, e l’unica occasione, quella greca con Tsipras, sia finita come sappiamo? Come si fa a costruire un fronte anticapitalista, antimperialista e antipatriarcale? O pensi che basti riproporre una sorta di marxismo leninismo tiepido?

Non penso in nessun modo ad una riproposizione “consolatoria” di un marxismo-leninismo parolaio e dogmatico. Penso, esattamente al contrario, alla messa a valore del grande pensiero e della prassi dell’intero movimento comunista e rivoluzionario storico, dalla Comune di Parigi a Marx, da Lenin all’Ottobre, da Fidel a Chávez, a tutte le grandi lotte rivoluzionarie, dalla guerra di Liberazione italiana alle grandi lotte operaie e contadine del Pci sino agli anni ‘70. E penso anche agli importanti movimenti comunisti di lotta a sinistra del Pci. Il punto è che tutta (tutta: da Marx a Lenin, da Stalin al “Che”) la nostra storia non si rimetta in campo in forma cristallizzata e atemporale ma riviva e si sviluppi dentro (dentro) le nuove contraddizioni imperialiste e capitaliste: la questione è che i comunisti, portando nello zaino il loro immenso, luminoso, portato storico e teorico, non si trasformino in sacerdoti del passato, ma in preveggenti del futuro e decodificatori e trasformatori del presente. Grandi lotte ci aspettano: dalla lotta contro la guerra imperialista alle lotte contro le politiche liberiste dell’Ue; dalle lotte contro il neocolonialismo Usa sull’industria italiana a quelle contro la privatizzazione massiccia della Sanità pubblica; dalle lotte in difesa della Scuola pubblica e a fianco degli studenti a quella per il diritto all’abitazione. Non c’è altra strada. Di certo, il movimento comunista italiano vive una crisi spaventosa, ma occorre ribadire due fatti: primo, l’insurrezione antimperialista planetaria che ha rapidamente resa risibile la “ratifica” della “fine della storia” e costruito un vasto fronte oggettivamente antimperialista sino ai Brics-Plus, “legittima” ancor più, sul piano dell’oggettività storica, l’azione delle forze comuniste e rivoluzionarie nei Paesi ad alto sviluppo capitalista; secondo, occorre ricordare, per tutta la cultura dominante che asserisce di corsa che il movimento comunista sarebbe morto, che, di fronte alla crisi reale del movimento comunista italiano, i partiti comunisti governano oggi, direttamente, circa un quinto dell’umanità e dove non sono al governo dirigono le lotte di massa di oltre un miliardo di esseri umani, le lotte dei lavoratori. Ovviamente, in un processo unitario comunista, come quello che stiamo portando avanti in Italia sono importanti la passione, il senso del sacrificio, ma anche il senso della disciplina. Pensiamo a un’organizzazione comunista che innanzitutto si ponga il problema del centralismo democratico. E siamo anche consapevoli di quanto sia difficile oggi dotarsi di una capacità di lettura delle contraddizioni. Ad esempio, trovo di straordinaria importanza le due giornate in cui Trump si è insediato, i due discorsi che ha fatto nel suo insediamento, il 20 gennaio scorso. Un Trump attorniato da tutta la Silicon Valley, da tutto il grande capitalismo, dal quinto capitalismo. Questo mi pare una raffigurazione plastica molto ma molto importante, nel senso che il quinto capitalismo sta prendendo direttamente il potere negli Usa e tenderà a prenderlo in tutta la comunità mondiale. È come se le acciaierie Krupp non solo avessero sostenuto finanziariamente Hitler, ma avessero preso direttamente il potere in Germania. La stessa guerra doganale mondiale lanciata da Trump non va in nessun modo liquidata come una forma “trumpista”: il protezionismo economico è invece una costante dell’intera storia capitalista, esso si è quasi sempre presentato nelle fasi di necessità di accumulazione capitalista, facendo assumere agli Stati capitalisti protezionisti una postura da belve che si ritraggono nella tensione dei muscoli per preparare l’agguato della guerra.

Fin qui siamo, però, sempre sul piano dell’analisi, quello della necessità di avere una bussola teorica e anche di vedere in quali forme organizzarsi. Ma sul piano della lotta, del farsi riconoscere dalla classe come sua parte avanzata, quali sono le campagne che questa nuova unità dei comunisti si propone?

Il fronte imperialista punta alla terza guerra mondiale, questa è la prima considerazione da cui partire e che si deve diffondere a livello popolare: per costruire un fronte comune di massa contro la Nato e per liberarsi dall’imperialismo statunitense e tout court. Un soggetto comunista deve organizzare e spingere all’azione i tanti che non sono d’accordo a subire ma non hanno più la forza o la determinazione per farlo con una mobilitazione permanente che va organizzata a partire dalla costruzione della coscienza. So bene che quello a cui ci accingiamo è un compito arduo, ma di certo ti posso dire che non vorrei assolutamente un partito in pantofole o un trampolino per piccoli carrieristi. E non è attraverso i convegni che si fa la lotta, occorre confrontarsi per agire. Penso a un partito comunista molto aggressivo, nel senso che sia capace di sfondare il muro delle censure, delle complicità e delle rendite di posizione, attraverso azioni molto forti, significative. Il raccordo fra azioni aggressive e mantenimento del rapporto con la coscienza popolare mi sembra un nodo centrale.

Quale sarebbe oggi un’azione aggressiva?

Per esempio, un presidio permanente di fronte all’ambasciata israeliana: per la fine dell’occupazione, e per dire con forza, e senza ricatti, che quello riservato ai palestinesi assomiglia al trattamento nazista. Bisogna insistere, per dare l’esempio, anche rischiando di andare in galera.

Qualche intervento ha messo in evidenza la chiusura degli spazi di agibilità politici per l’opposizione a livello europeo. In Italia, questa involuzione autoritaria viene da lontano e ha trovato ben pochi argini in una sinistra emergenzialista e giustizialista. Come si attrezzano i comunisti per aprirsi varchi e scardinare i vecchi schemi, considerando che in questa sala vi sono molti vecchi militanti nutriti da quella visione?

Invece di formulare una risposta paludata, ti faccio un esempio. A Bruxelles c’è il quartiere generale della Nato, a Bruxelles c’è l’Unione Europea. Noi lì dobbiamo andare a manifestare, dobbiamo assolutamente anche agire sulle forze comuniste dell’Unione europea, sulle forze antimperialiste perché assieme facciano battaglia sotto il quartiere generale della Nato a Bruxelles. Mentre il capitale transnazionale europeo è arrivato alla sua unità dotandosi di un potere istituzionale “fantoccio”, come l’Unione europea, il movimento operaio e comunista è ancora lontano dalla propria unità. Quindi occorrerebbe un partito comunista, parlo innanzitutto dell’Ue, capace di costituirsi anche come soggetto rivoluzionario transnazionale. Se la globalizzazione capitalista unisce i ricchi e scatena la guerra contro gli sfruttati, sta a noi organizzare gli sfruttati. Su questo c’è attenzione, ma si deve farne la chiave di volta. Occorre unire il movimento comunista e quello antimperialista rivoluzionario su scala sovranazionale in antitesi al capitale unito sul piano transnazionale. Se ti metti insieme, lotti insieme, a partire da elementi emblematicamente forti, devi andare a rompere i coglioni al quartiere generale della Nato a Bruxelles. E bisogna trovare la maniera di incidere sull’intera catena produttiva.

Il Movimento per la Rinascita Comunista ha partecipatoa Caracas agli incontri per la costruzione di un’Internazionale antifascista, anticapitalista, antimperialista e antipatriarcale. Col suo giornale, «Futura Società», ha aderito anche all’Appello per la costruzione di una rete di comunicazione alternativa, nell’ambito del III Congresso internazionale della comunicazione che si è svolto, sempre in Venezuela, nella sede dell’Università internazionale della Comunicazione, diretta dalla rettrice Tania Díaz. E qui sono presenti le rappresentanze diplomatiche dei paesi socialisti latinoamericani. Come s’incardina nel processo di costruzione dell’unità dei comunisti questa prospettiva?

Come Movimento per la Rinascita Comunista siamo molto impegnati su questo pezzo di lavoro internazionalista, anche con il nostro responsabile Esteri, compagno Gianmarco Pisa, con cui, come sai, abbiamo organizzato diverse iniziative. La questione dell’antifascismo è fortemente attuale, e noi dobbiamo farne emergere l’importanza anche con quei compagni che credono non esista più. Il fascismo è una delle maschere di cui si serve il capitalismo, e si presenta in forme diverse e gattopardesche, soprattutto quando governa. Meloni faceva finta di essere contro la Nato e contro l’Unione europea ma, essendo l’imperialismo consustanziale al fascismo, appena arrivano al governo, questi cambiano idea e diventano servi di Washington e di Bruxelles. Proprio perché oggi il grande capitale ha bisogno, come spesso nella storia, di un braccio armato politico, e questo è il fascismo, esso rimane fortemente pericoloso. Lo vediamo con la restrizione degli spazi democratici, degli spazi di lotta, e con tutte quelle misure, come il premierato o il Ddl sicurezza, che alludono ad un nuovo ordine fascista in questa fase. Quindi io credo che l’esperienza e le parole d’ordine che ci vengono dal Venezuela, dove il fascismo si maschera e si presenta al contempo con una borghesia politicamente armata, sia molto importante per fare chiarezza su questo tema. Credo, peraltro, che la parola d’ordine relativa alla lotta contro il patriarcato sia decisiva, poiché il patriarcato è un pezzo non secondario del potere del capitale e la lotta per la liberazione della donna (non nelle forme di certo “femminismo liberale” nordamericano ed europeo ma, innanzitutto, nelle forme rivoluzionarie dei movimenti delle donne in America Latina) è lotta di liberazione dell’intera “classe” e dell’umanità. Qui c’è un punto che mi sta a cuore: certi “comunisti” italiani (finiti poi con il nazifascista Alemanno) sono giunti a deridere e schernire la lotta per i diritti civili. Bene: io sono consapevole di come la sinistra radical italiana (e non solo italiana) abbia cancellato, con la lotta di classe, anche la centralità dei diritti sociali; di come abbia colmato il conseguente vuoto politico-teorico con una sorta di superfetazione e idolatria aclassista dei diritti civili, quanto questi siano rimasti, a questa sinistra radical, i soli da difendere. Ma la conclusione a cui arrivano quei “certi” comunisti italiani volti a sbeffeggiare i diritti civili è orrenda e inaccettabile. È la strada che ci porterebbe all’abbandono stesso dell’essere comunisti, se esserlo vuol dire non solo cancellare i rapporti di produzione capitalistici, ma anche avviare processi di liberazione per tutte le donne e gli uomini. Diritti sociali e diritti civili si coniugano, invece, nella lotta anticapitalista e totalmenterivoluzionaria.

E quale sarà il ruolo del giornale «Futura Società» in questo progetto?

Il ruolo di «Futura Società» è lo stesso ruolo che ha il Movimento per la Rinascita Comunista dentro il progetto di Prospettiva Unitaria per il partito comunista. Bisognerà vedere se, alla fine del progetto comune, rimarrà il giornale di tutti oppure se tutti insieme sceglieremo di dotarci di un altro giornale. Ciò che spero e auspico, anticipando che rispetterò quella che sarà la volontà comune, è che, per il grande e prestigioso lavoro politico e redazionale della direttrice di «Futura Società», la compagna Adriana Bernardeschi, e di tutta la redazione (nella quale ci sei anche tu, compagna Geraldina) questo giornale diventi quello del partito comunista che stiamo costruendo.

Immagine: schermata dell’intervista originale su «Resumen Latinoamericano»

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