di Stefano Tenenti
Da un’analisi del sistema industriale europeo e in particolare di quello italiano, emerge con chiarezza la sconfitta, insieme e parallela a quelle delle classi lavoratrici, del capitalismo vecchio e nuovo, almeno per la funzione che esso avrebbe dovuto svolgere nella visione dei programmatori.
Il fallimento totale dell’esperienza europea in tema di lavoro è sotto gli occhi di tutti, osservatori, esperti dei vari settori dell’economia e, soprattutto, dei cittadini del continente. Come è stato giustamente rilevato “l’Europa è un insieme di staterelli in cui tutt’al più vai in vacanza, che non produce più nulla, che non innova, che non ha risorse e che invecchia a velocità straordinaria”.
È evidente che il tema della crisi produttiva generalizzata del vecchio continente ha radici lunghe che affondano nel terreno melmoso che segue la fine del “trentennio glorioso” successivo al secondo dopoguerra. Un lungo periodo durante il quale le lotte operaie e studentesche avevano costretto il capitalismo, ancora collegato alle vecchie borghesie produttive, a concedere livelli salariali in forte crescita e a finanziare quel welfare state che, di fatto, non era altro che salario differito. È il momento in cui si sviluppa tutta la forza della contrattazione collettiva e della consapevolezza dell’operaio “massa” di essere anche classe sociale.
Quello sviluppo industriale del cosiddetto boom economico, accompagnato dal ruolo sempre più importante dei sindacati che fino agli anni ’70 del secolo scorso avevano in gran parte assunto una strategia conflittuale, si caratterizzava per un utilizzo fortemente positivo del compromesso capitale-lavoro. I meccanismi redistributivi, più di quelli identitari, hanno prodotto un forte miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori e una conseguente attivazione di quell’ascensore sociale capace di modificare le aspettative di larghi strati sociali prima esclusi. In altre parole era diffusa la convinzione, spesso motivata, che i figli sarebbero stati “meglio” dei loro genitori.
Certo, con quel tipo di sviluppo era inevitabile si verificasse, contro gli interessi delle borghesie dei Paesi interessati, una progressiva e sistematica erosione del tasso generale del profitto del capitale investito, cosa che le élite europee e nazionali, per loro natura, non potevano accettare. Inizia qui un lungo percorso che, dalla Thatcher fino ai giorni nostri, ha determinato la progressiva sconfitta del movimento operaio a partire dalla mitica resistenza dei lavoratori inglesi delle miniere. Anche il sindacato, come forma organizzata di rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro, esce dallo scontro con le “ossa rotte”; una vicenda che condizionerà tutto il conflitto successivo che, nel nostro Paese, assumerà plasticamente la sconfitta nello scontro alla Fiat degli anni Ottanta.
È qui necessario fare un salto temporale che ci porti a ridosso della crisi attuale del sistema produttivo, non potendo seguire, ovviamente, tutte le trasformazioni profonde successive alla sconfitta della classe operaia di quegli anni. Tenuto conto che il capitalismo successivo alla prima crisi petrolifera del ’73 si modificherà progressivamente fino alle attuali forme di finanziarizzazione dopo essere passato attraverso la fase di outsourcing e più in generale di esternalizzazione dei servizi oltre che della produzione materiale. Insomma, conviene prendere atto che, come sosteneva Luciano Gallino, la lotta di classe c’è stata/c’è ancora, ma sicuramente l’hanno vinta i “padroni”.
E tuttavia, quasi si fosse maturata nel frattempo una sorta di nemesi storica, è proprio prendendo in considerazione quanto accade nei sistemi industriali del vecchio continente e, segnatamente, in Italia, che emerge con chiarezza la sconfitta, insieme e parallela a quelle delle classi lavoratrici, del capitalismo vecchio e nuovo, almeno per la funzione che esso avrebbe dovuto svolgere nella visione dei programmatori, pochi ma sempre più ricchi come, appunto, i padroni delle piattaforme d’oltreoceano. Fallisce, cioè, quella previsione secondo la quale, una volta distrutti i lacci e lacciuoli che imbrigliavano lo spirito della “mano invisibile”, il capitalismo inarrestabile avrebbe prodotto per tutti ricchezza e benessere.
La storia si è assunta l’onere di smentire completamente l’assunto: la scomparsa dei soggetti collettivi protagonisti della lunga fase del compromesso capitale-lavoro ha provocato la distruzione delle economie manifatturiere proprio in quei Paesi dove esse avevano determinato il lungo periodo di relativa prosperità delle classi lavoratrici e dei ceti medi produttivi, interessati, tra l’altro, anche da funzionali vasi comunicanti.
La precarizzazione del lavoro e dei lavoratori, i sistemi a chiamata, il lavoro in affitto, la gig economy oltre a rendere impossibile la vita dei milioni di soggetti coinvolti, ha prodotto le seguenti condizioni nel sistema produttivo industriale del Paese:
A partire dagli anni Settanta, l’Italia ha perduto o drasticamente ridimensionato la propria capacità produttiva in settori industriali nei quali aveva occupato, a lungo, un posto di primo piano a livello mondiale. È il caso dell’informatica, della chimica, dell’industria farmaceutica. L’Italia è, altresì, uscita quasi completamente da settori che sembravano avviati a una forte crescita produttiva quali l’elettronica di punta, televisori, cellulari etc., ciò è avvenuto sebbene i livelli di consumo dei beni di questo comparto siano stati e siano elevatissimi.
Il Paese non è riuscito nemmeno a far raggiungere un’adeguata massa critica a industrie dove possedeva, e in parte ancora possiede, un capitale eccezionale di competenze, di tecnologia, di risorse umane come l’aeronautica civile. E, là dove tale massa critica sembrava a portata di mano, ha pensato bene di ridurla fortemente come è accaduto con l’elettronica high-tech correlata all’automazione e controllo, ai sistemi di trasporto, e alla distribuzione di energia. Si può concludere tranquillamente la rappresentazione del dramma con quanto accaduto alla produzione di automobili passata in toto a soggetti stranieri operanti nei paradisi fiscali olandesi.
Se volessimo attualizzare le conseguenze di quanto sopra accennato, nel senso di descrivere un quadro sinottico della situazione veramente in presa diretta, potremmo utilizzare i dati di un soggetto al di sopra di ogni sospetto: un report de «Il Sole 24 Ore», il giornale di Confindustria:
“Economia italiana in rallentamento e industria in crisi. Non basta la discesa dei tassi.
Stagnazione o ripartenza?
Elevata incertezza sul Pil italiano nel 4° trimestre, dopo lo stop nel 3°: da un lato, la fiducia è bassa, l’industria in crisi, l’export debole, l’eurozona fiacca; dall’altro, al rialzo: il trend di crescita del turismo e dei servizi, il proseguimento del calo dei tassi, l’inflazione ridotta, l’attuazione del Pnnr. I fattori congiunturali spingono al rialzo, ma frenano alcuni ostacoli strutturali.
Tassi in calo ma sale lo spread della Francia.
Dopo i tagli dei tassi ufficiali nei mesi scorsi, questa settimana la BCE (3,25%) e la prossima la FED (4,75%), sono attese dai mercati a ulteriori tagli. In Europa, il tasso sovrano in Francia è in salita a riflesso dell’instabilità politica e del debito in crescita e lo spread sul Bund tedesco (+0,75 a dicembre da +0,65 a settembre) è salito oltre quello in Spagna (+0,64 da +0,76) che si restringe come anche in Italia (+1,02 da +1,27) e Grecia (+1,26 da +1,50).
Aumento preoccupante dei costi dell’energia dovuto al prezzo del gas in Europa, che a novembre è salito a 44 euro/mwh (+2,7% annuo) e a dicembre si affaccia sui 47 euro, trascinando al rialzo anche i prezzi dell’elettricità; il prezzo del petrolio, invece, a 74 dollari a novembre, è ancora in calo in termini annui (-10,4%).
Servizi spinti dal turismo.
Il driver dei servizi resta il turismo di stranieri in Italia, che continua l’espansione (+6,9% annuo la spesa a settembre). Discordanti però le indicazioni per il 4°: in ottobre Rtt (Csc-TeamSystem) indica un aumento del fatturato dei servizi, ma a novembre il Pmi è scivolato in zona di contrazione (49,2 da 52,4) e la fiducia delle imprese è stata erosa a ottobre-novembre.
Industria in crisi.
In ottobre la produzione è rimasta invariata, ma continua a registrare un forte calo tendenziale (-3,6%), profondo per auto (-34,5%), articoli in pelle (-17,2%), raffinati petroliferi (-15,8%). In termini di fatturato, Rtt ha indicato in ottobre un rimbalzo positivo. A novembre, inoltre, la fiducia delle imprese ha interrotto il suo calo, ma il Pmi manifatturiero è sceso ancora di più (44,5 da 46,9).
Investimenti in riduzione.
A novembre, continua a scendere la fiducia delle imprese (Iesi a 93,1, da 95,5 a settembre) e la domanda, misurata dagli ordini di beni, è rimasta bassa pur recuperando dal minimo di ottobre (-22 il saldo). Ciò anticipa investimenti deboli anche nel 4° trimestre (-1,2% nel 3°).
Consumi volatili.
la fiducia delle famiglie è scesa a ottobre-novembre (96,6, di 1,2 punti sotto la media del 3°); in ottobre, le immatricolazioni di auto sono calate per il sesto mese (-0,8%) e le vendite al dettaglio hanno subìto una forte correzione al ribasso (-0,8%) dopo il balzo di settembre.
Export debole.
L’export italiano di beni, dopo tre cali trimestrali consecutivi (-0,2% in volume nel 3°), resta debole nel 4°. Le vendite extra-Ue sono diminuite in ottobre (-3,5% in valore), per la frenata del mercato Usa e la caduta dell’export verso la Cina (-21,3% annuo nei primi dieci mesi). Ancora molto incerte le prospettive, secondo gli ordini manifatturieri esteri in ottobre-novembre: pesano la debolezza della domanda europea e le annunciate nuove misure protezionistiche Usa. Indicazioni negative per il commercio mondiale dal Pmi ordini esteri, in zona di contrazione negli ultimi sei mesi”.
Come si vede, sono tutti dati convergenti a dimostrare che il Paese è in continuo e sistematico arretramento. La precarizzazione del lavoro è al massimo e gli stipendi al minimo storico. L’Europa e le sue politiche di austerità, che impongono agli Stati membri il pareggio di bilancio, impedisce gli investimenti pubblici e rende irreversibile il processo di ulteriore marginalizzazione ed esclusione definitiva dal contesto dei Paesi che hanno un futuro. Tra l’altro, dovremmo, per correttezza, inserire nell’analisi alcune variabili fondamentali come la guerra in corso nel cuore del continente e l’emergere del mondo multipolare come scelta strategica del prossimo imminente futuro da parte di nazioni emergenti e/o largamente emerse. Tutti fattori che, comunque, sembrano relegare l’Italia a un ruolo sempre più ancillare se non, appunto come dicevamo all’inizio, per l’espansione dell’unico settore in crescita, il turismo, a cui si accompagnano però, sempre bassi salari e lavoro precario. Si può reggere un Paese su alberghi, ristoranti, e servizi? Si può rispondere negativamente anche se non si è economisti.
Per capire dove va il mondo conviene riportare, di seguito, in chiusura, quanto precisato sempre da «lI Sole24Ore» che, in una istantanea, evidenzia la crescita della nazione che più ha saputo cogliere i vantaggi della modernizzazione tecnologica. Forse non è irrilevante che ciò avvenga nel Paese a sviluppo economico pianificato e che ha il Partito Comunista che lo governa, pur con tutte le doverose precisazioni del caso. Come dice Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino, il mercato che si autoregola non funziona, è semmai, uno Stato forte che produce la ricchezza delle nazioni.
“Cresce la Cina.
A novembre accelera la produzione industriale, trainata dai nuovi ordini (che segnano la crescita più elevata degli ultimi tre anni e mezzo) e dalla ricostituzione delle scorte, a testimonianza di un’accresciuta fiducia sulle prospettive. Il Governo ha reso pubblico l’impegno di rilanciare la domanda interna e stabilizzare il mercato azionario e immobiliare, anche attraverso politiche non convenzionali: il primo passo è stato cambiare la policy monetaria da ‘prudente’ a ‘moderatamente accomodante’”.
Immagine: Benno812, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons
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