di Sergio Leoni
Un profilo dell’originale e straordinario cantante e compositore.
Di Frank Zappa ciò che si può certamente dire, senza tema di smentita, è che è stato da molti punti di vista un innovatore, che ha, inoltre, aperto scenari che un rock ancora piuttosto immaturo non poteva neanche immaginare e, non per ultimo, che la sua “lezione” non può essere ignorata. Un merito, un riconoscimento che non rappresenta il solito tributo a un musicista scomparso molto presto, ma la giusta conseguenza di un’analisi riguardo a una produzione discografica cospicua e soprattutto mai ripetitiva.
Con Frank Zappa occorreva confrontarsi a suo tempo, quando era ancora nel pieno della sua fase creativa, e occorre farlo anche oggi, quando una morte prematura (1940-1993) ha tolto dalla scena musicale “mondiale” (ma che lo è solo per una ormai superata convenzione che continua a considerare il vecchio continente e il nuovo come ancora al centro del mondo, fase ormai ampiamente superata) un musicista che ha attraversato diversi territori musicali, riuscendo a imprimere la sua personale impronta in quasi ognuno di questi. E, a dispetto del triste dato oggettivo per cui della sua produzione oggi se ne parla poco, troppo poco, chiunque si prenderà la briga di fare una carrellata sulla musica degli ultimi settanta anni (e in realtà si potrebbe andare ancora più indietro) non potrà non comprendere il contributo che questo musicista, troppo spesso giudicato più per i suoi atteggiamenti sul palco (ma per lo più si tratta di “leggende”) piuttosto che per il suo personale contributo alla musica, ha dato a una scena musicale che rischiava di entrare pericolosamente in un vicolo cieco; una risposta solo apparentemente stravagante. E che, al contrario, si è in realtà rivelata come una vera o propria alternativa che, tuttavia, non ha avuto, salvo rarissimi e controversi esempi, dei reali continuatori. E che, per lo più, riprendono dall’“originale”, soprattutto l’aspetto più ludico, quello più irriverente che se è certamente una componente molto importante dello stile “zappiano”, pure non è quello principale e non esaurisce il suo portato musicale e il suo stile.
È difficile spiegare in quale senso, con quali risorse e in che direzione quella che credo sia stata la “lezione” di Zappa si sia dispiegata in un quadro musicale che si avviava, mancando di un sostegno culturale di un qualche peso che non fosse solo quello di avere un consenso, (che di per sé, tuttavia, non ha poi un valore fondativo), in quello che, come ho già accennato, poteva essere un vicolo cieco. Ed è difficile, sostanzialmente perché l’omologazione non era solo un traguardo da realizzare per una sedicente cultura musicale popolare dietro cui si nascondeva (e si nasconde) una fiorente industria discografica dai guadagni stellari, del tutto asservita ai canoni di una società eterodiretta e appiattita su pochi e inutili parametri, ma fondamentalmente perché questi stessi parametri avrebbero dovuto valere per ogni tipo di espressione musicale “moderna”. Rendendola fruibile a un pubblico più vasto, in realtà omologandola e insieme spogliandola di ogni contenuto sostanzialmente “nuovo”.
In definitiva, quello che, per quanto riguardava Frank Zappa, certamente metteva in allarme una consolidata critica musicale che ormai, seppur a malincuore e a denti stretti doveva fare i conti con un fenomeno (il rock e tutti i suoi molti derivati) che non solo non poteva essere più ignorato (se non altro in termini di guadagni), era l’evidenza di una musica che sembrava rock ma non era rock fino in fondo, che sembrava jazz e anche qui non aveva le caratteristiche tipiche di quel “genere”, e che, per dirla tutta, non si sapeva bene cosa fosse.
Contaminata da diversi generi, certo. Ma, più propriamente contaminata da “ogni” genere possibile, in un gioco in cui ogni limite poteva e doveva essere superato.
Chi ascolta Frank Zappa, praticamente in ogni sua composizione, crede di riconoscere uno stile, un “genere” ma quasi sistematicamente viene presto dirottato su un piano musicale inaspettato: ogni certezza “deraglia”, si va verso un nuovo percorso. Non ci si rilassa mai con la musica di Frank Zappa.
“The Mothers of Invention” è il nome che riunisce tutti quei musicisti che hanno suonato e sono stati dunque, anche in tempi diversi, il “gruppo” di supporto di Zappa (la discografia, per così dire “ufficiale”, distingue gli album tra quelli da “solista” e quelli con le “Mothers”: distinzione quantomeno discutibile e che comunque non cambia il metodo di fondo del musicista americano). Nome che riunisce un numero imprecisato, e difficile da quantificare, di persone che hanno costituito una vera e propria “orchestra rock”; anche in questo caso, come è evidente, una vera innovazione.
Per capirci: in quegli anni (’70-’80) i gruppi musicali che animano la scena della musica rock internazionale sono abitualmente soggetti a cambiamenti, a volte decisivi nell’“economia” di una band. Un chitarrista può passare da un gruppo all’altro (Ron Wood dai Faces ai Rolling Stones), creare come una specie di superfetazione una nuova band da un’altra (le interminabili scissioni degli Yes per cui si arrivò addirittura a due gruppi con lo stesso, o quasi, nome). In generale, i passaggi da una formazione all’altra, mentre rappresentavano l’indizio di una inquietudine di musicisti che prendevano coscienza delle proprie potenzialità, erano anche una delle conseguenze dell’esplosione di una musica che non era più confinata in improbabili (e poi mitici) locali alternativi, ma che diventava, improvvisamente, e inaspettatamente, la colonna sonora (per restare in ambito europeo e americano) di una società che faticava a cogliere i segnali degli inevitabili cambiamenti in corso.
Ma Frank Zappa scopre, ed è questa una delle sue più grandi innovazioni, la possibilità di inserire una figura mitica della musica di ogni tempo, il direttore d’orchestra, nell’ambito della musica rock.
E, in effetti, il ruolo di Zappa diventa sempre più quello di un moderno, anzi un modernissimo e inconsueto direttore d’orchestra.
Zappa è il compositore, l’arrangiatore e il vero punto di riferimento per tutti quei musicisti (in Grand Wazoo se ne contano più di venti) che realmente seguono in maniera precisa le indicazione di quella che è una figura, a suo modo, pienamente nel solco dei grandi direttori, a partire dalla musica classica per spingerci, a voler trovare similitudini forse un po’ forzate, in tempi più lontani in cui il maestro concertante batteva e dava il tempo con, alla lettera, una specie di grande bastone battuto ritmicamente sul pavimento di legno del teatro di turno.
Non c’è spazio per l’improvvisazione, che pure in quegli anni era uno dei capisaldi e quasi un dogma per una parte molto consistente dei gruppi rock. Ognuno ha la sua parte da eseguire e da rispettare.
Ed è davvero uno spettacolo inconsueto (e valga come unico ma significativo esempio) vedere quella grande xilofonista di Ruth Underwood (un giovane “castoro” in un look da spiaggia, secondo un critico in vena di espressioni un po’ colorite) suonare, su un palco assai gremito, con un occhio allo strumento e l’altro a Frank Zappa in pieno controllo della situazione e scevro da quelle espressioni perfino un po’ forzate (in una presunta “ispirazione” di certi direttori di orchestre classiche) ma, al contrario, con l’aria compiaciuta di chi vede dispiegarsi secondo le sue indicazioni la musica che ha scritto, lo spettacolo che ha progettato; con un’espressione insomma, tipica del resto del suo look, apertamente ironica quando non decisamente beffarda.
Sarebbe un’impresa notevole, ma comunque ardua, analizzare con precisione una discografia che conta un numero di uscite inconsueto, per ampiezza, anche rispetto alla normalità di una produzione di dischi all’epoca molto copiosa. Il consiglio di chi scrive, per coloro la cui consuetudine con questo artista è scarsa o addirittura inesistente, è l’ascolto di Hot Rats, album epocale che, forse, in qualche modo riesce a riassumere stile e metodi di questo artista.
Concentrarsi, invece, su un paio di album è sembrata al contrario una scelta per dare un confine possibile e praticabile rispetto alle mille suggestioni che ogni album propone.
Il già citato Gran Wazoo (1972), insieme a Chunga’s Revenge (1970) sono due possibili punti di partenza per entrare in sintonia con una musica sempre spiazzante, e insieme per scendere in alcuni “particolari” modi di interpretarla. Non pretendo che siano significativi in maniera particolare. Del resto, con Zappa occorre sempre chiedersi cosa sia realmente significativo circa la sua opera e se c’è davvero una sua opera che lo “rappresenti” in maniera definitiva.
Ma, prima, un piccolo passo indietro è necessario. E riguarda, anche qui in maniera stravagante, una passione del musicista per un compositore di musica cosiddetta “contemporanea”, compositore indubbiamente di una qualche notorietà, ma non al livello di altri cosiddetti “grandi” dello stesso filone musicale (Luigi Nono, Luciano Berio, Charles Ives): Edgard Varèse. Frank Zappa, sistematicamente, e in ogni intervista appena un po’ approfondita, non ha mai mancato di ricordare il suo debito musicale rispetto a questo musicista.
Non è chiaro se la passione per questo autore, in qualche modo un po’ laterale rispetto allo streaming di un genere, che definiamo per semplificare o forse per l’incapacità di nominare una ormai precisa corrente musicale, appunto, musica contemporanea, sia una ulteriore provocazione, un bizzarro modo di sganciarsi dal mood del rock, oppure una vera ammirazione per un artista che secondo i canoni più comuni (e perciò meno attendibili) è considerato “difficile”.
Certo è che in Chungas Revenge il pezzo intitolato The Claps, non può non essere considerato un omaggio (talmente smaccato da rasentare quasi il plagio), di un somigliantissimo Ionisation, uno di quei brani che certamente non hanno, almeno finora, la possibilità di diventare popolari.
È difficile credere che un brano di poco più di sette minuti in cui 13 percussionisti e un pianista suonano, appunto, semplici tamburi, secondo uno spartito che sono sicuro sia, per l’esecutore, di una difficoltà incredibile (un altro esempio è la partitura di Luigi Nono: Fragmente – Stilel an Diotima, ma qui siano su pezzo di ben 40 minuti) possa diventare popolare al punto di essere trasmesso anche dalla più emancipata radio libera, se pure, cosa di cui dubito, ne sia rimasta qualcuna.
Ma tant’è. Per Zappa, Edgard Varèse è un riferimento imprescindibile.
In conclusione, ma per quanto riguarda questo grande musicista americano (di chiare origini italiane) di conclusioni è impossibile parlare, quello che si può affermare con un discreto margine di sicurezza è che per entrare nel suo mondo musicale non basta l’ascolto di un paio di long playing (se pur se ne trovino ancora in giro a prezzi ragionevoli. Un LP originale stampato in America vale sul mercato cifre quantomeno sorprendenti). Una volta di più occorre entrare in rete ed estrarre quanto dovrebbe essere, normalmente, un patrimonio condiviso in cui gli artisti ricevono il loro giusto compenso.
Nondimeno, mi assumo il rischio e la responsabilità di indicare almeno due dischi che mi paiono interessanti per entrare nel mondo davvero caleidoscopico di questo grande artista, e, in sovrapprezzo, di segnalare alcuni brani, tratti dai due LP già citati.
Da Grand Wazoo segnalo For Calvin (And His Next Two Hitch-Hikers), e il pezzo che dà il titolo a un album che, ai tempi del vinile, erano ricchi di “note” aggiuntive”. (Qui una improbabile storia di un certo Cletus Awreetus-Awrightus).
Da Chungas Revenge, oltre alla già citata “The Claps”, una spumeggiante Rudy wants to Buy Yez a Drink.
Credo non sia significativo indicare ulteriori brani, tratti da qualsivoglia long-playing, e pensare con questo di aver trovato la chiave per comprendere la musica di Frank Zappa. Nessuno può ascoltare un suo disco e credere con ciò di aver capito il suo modo di fare musica. Non ci sono scorciatoie praticabili.
Pochi possono capire, per una frequentazione costante dei suoi dischi, quale è la vera portata di un modo di “gestire” la musica coinvolgendo, in un progetto apparentemente impossibile, un numero di musicisti non consueto. Pochi, forse, possono cogliere la reale portata delle innovazioni introdotte da Frank Zappa in risvolti, in pieghe della musica che per i non addetti ai lavori sembrano irrilevanti o almeno poco significativi. Pochi, forse, si rendono conto dell’evoluzione che la musica di questo musicista ha regalato a una scena musicale certamente frizzante, ma pericolosamente superficiale che guardava più all’effetto che alla sostanza.
Molti, viceversa, ascoltando i suoi numerosi dischi, possono capire che si sta ascoltando qualcosa di diverso, qualcosa che ha rappresentato e continua a rappresentare una novità.
Immagine: primo piano di Frank Zappa (ottobre 1973) – foto di pubblico dominio via Wikimedia Commons
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