The Brutalist: un’odissea umana e artistica

di Laura Baldelli

Forse l’aspetto più interessante della storia è il disvelamento del fallimento del sogno americano, come anticipa il manifesto del film con la statua della Libertà capovolta; senza la mitologia emergono le vere forze che hanno mosso gli Usa della guerra fredda: la prepotenza, il denaro, l’arroganza, la pretesa superiorità morale, la sopraffazione e la tolleranza, ma non l’accettazione del diverso.

The Brutalist, il film di Brady Corbet, per lunghezza e complessità richiede un’articolata analisi. Il film, premiato con il Leone d’argento a Venezia 2024 per la regìa e candidato a ben dieci premi Oscar, è un’odissea umana e artistica, non solo per l’esperienza del protagonista, ma anche per i dieci anni di progettazione e il basso badget che ha costretto al risparmio, ma questo ha potenziato l’ingegno e favorito la libertà creativa. 

La vicenda raccontata è verosimile, proprio come il film Tar del 2022 diretto da Todd Field: entrambi biopic di personaggi immaginari caratterizzati dal talento artistico. 

The Brutalist è un lavoro di regìa che, anche sul piano tecnico, merita attenzione perché è girato in 35 mm pellicola formato VistaVision, che rispetta le ragioni filologiche in quanto è formato originario del decennio in cui è ambientato il film; ma anche perché è particolarmente adatto a un lungometraggio sull’architettura, in quanto permette di inquadrare un palazzo di sei piani da cima a fondo con un semplice obiettivo 50 mm, come un volto umano, senza distorsioni nei grandangoli. Grazie al formato VistaVision, il film è stato possibile stamparlo anche in 70 mm per la distribuzione. 

L’Ungheria, che è il Paese di origine del protagonista, l’architetto László Tóth, interpretato da Adrien Brody, anch’egli di origini ungheresi, è stato teatro delle riprese e del lavoro di postproduzione per i costi economici. 

Il direttore della fotografia è Lol Crawley, con il quale Corbet ha un sodalizio artistico, confermato anche in questo lavoro, dove l’utilizzo della luce naturale per le inquadrature tra le cave di marmo di Carrara, è da meritato premio Oscar. 

Il film dura ben tre ore e trentacinque minuti, c’è materiale per una serie; il regista, per i lunghi tempi della narrazione, segue le orme di James Cameron con Avatar: La via dell’acqua, di Francis Coppola con Megalopolis e Martin Scorsese con Killers of the Flower Moon; durante la visionec’è un intervallo che, oltre al pubblico, serve al montaggio narrativo di Dávid Jancsó, candidato all’Oscar e anch’egli già collaudato collaboratore di di Corbet. Anche il montaggio sonoro ha avuto le sue peculiarità, in quanto i dialoghi in ungherese sono stati ritoccati con un software AI, Respeecher, per correggere accuratamente la pronuncia, grazie però anche all’azione manuale che ha fluidificato il lavoro degli attori e dei doppiatori.

Le scenografie sono di Judy Becker, candidata all’Oscar, che ha costruito i set, immaginando le opere architettoniche del protagonista, affiancata dall’arredatrice di scena Patricia Cuccia, candidata all’Oscar per le curate ambientazioni, costate pochissimo grazie al recupero di mobili Art Déco in Ungheria e quelli in stile americano acquistati da aziende e-commerce. 

La colonna sonora originale, di Daniel Brumberg, nomination agli Oscar, è stata pensata e realizzata in sette anni, in stretta collaborazione con il regista per rappresentare il movimento e l’atmosfera dei cantieri edili, dove prevalgono i fiati e i pianoforti: i musicologi l’hanno definita come un’ossatura sinfonica che accompagna il film già dai titoli di testa, concepita come una partitura, dove Blumberg sembra fondere strumenti orchestrali, sonorità elettroniche e rumori di scena in “un cemento musicale” che tiene assieme l’audio e il visivo, addirittura capovolgendo l’idea del grande W. Goethe che affermava che l’architettura era “musica congelata”, mentre nel film la musica è “architettura sciolta” che sembra colare tra gli interstizi del lungometraggio; infatti, serve a riempire i vuoti narrativi della sceneggiatura, accompagnando tutta la linea del racconto. 

La sceneggiatura originale, nonostante qualche “vuoto”, è candidata all’Oscar, ed è opera di Corbet con la moglie Mona Fastvold, che si sono ispirati per l’architettura al romanzo La fonte meravigliosa di Ayn Rand, che ispirò anche il film di King Vidor con Gary Cooper, mentre per l’ispirazione letteraria e narratologica, alle opere di Winfried Sebald e di V. S. Naipaul, per la ricerca su specifici avvenimenti ed epoche storiche per raccontare la biografia di personaggi immaginari.

Il titolo The Brutalist fa riferimento allo stile architettonico brutalista, che il protagonista sceglie per costruire le sue opere architettoniche, forse perché altrettanto drammaticamente brutale è anche sua la vita; dello stile brutalista Corbet replica soprattutto l’aspetto grandioso e solenne, grazie al formato panoramico VistaVision che, come una macchina del tempo, trasporta il pubblico negli anni ’40 e ’50.

Il Brutalismo si sviluppò nel secondo dopoguerra come contestazione dei principi e degli stilemi dominanti nel Movimento Moderno, fu in voga in Occidente negli anni Cinquanta e Sessanta, caratterizzato dal cemento a vista, in cui gli edifici sono messi a nudo nell’oggettività dei loro materiali, quali calcestruzzo, vetro, mattone, acciaio che sono assemblati senza mediazioni formali, dove gli impianti sono a vista. Uno stile che ha cercato l’aspetto etico, affrontando la società di produzione di massa, con uno sguardo che va oltre, tanto da vedere “una rozza poesia” nella materia grezza.

Nel film per le opere architettoniche di László, come lo studiolo, la biblioteca e l’istituto Van Buren, la Becker ha avuto qualche difficoltà, in quanto la sceneggiatura non descriveva l’istituto nei particolari, se non come rappresentazione dell’orrore dei campi di sterminio, però, concentrandosi su questo, ha focalizzato nella pianta a croce, che sta alla base di molti campi di sterminio nazisti, e ha creato “la croce di luce” posta al centro dell’istituto. Ha anche progettato l’edificio in modo che potesse essere veramente costruito ed è stato realizzato un modello alto circa tre metri. Inoltre, la Becker, nonostante sia appassionata di architettura modernista, non ha, però, le basi per la progettazione architettonica, pertanto si è ispirata alle opere di Marcel Breuer e soprattutto a quelle dell’architetto giapponese Tadao Andō, molto noto a Hollywood, anche se lei ha cercato di realizzare un originale che desse l’impressione della vertigine dei volumi, affinché László fosse un architetto realmente esistito e caratterizzato da un proprio stile. Ha preso anche ispirazione da elementi di edifici modernisti come il Salk Institute di Louis Kahn, il Johnson Wax Building di Frank Lloyd Wright e lo Skyspace Lech di James Turrell.

Per la biblioteca, la scenografa e l’arredatrice hanno dovuto immaginarne l’aspetto prima e dopo l’intervento di László: per il primo, hanno utilizzato gli arredamenti Art Déco mentre, per il secondo, hanno scelto scaffalature in legno alte fino al soffitto che ingegnosamente e scenograficamente si aprono simultaneamente a 45 gradi con un pulsante, creando un’illusione ottica che cambia la prospettiva, obbligando a spostare lo sguardo al centro della stanza, dove ha posizionato una chaise longue di progettazione della Becker, ispirata ancora una volta, dal design della sedia Cesca di Marcel Breuer, architetto-designer ungherese, importante esponente del Bauhaus, che durante il nazismo migrò prima in Inghilterra poi negli States; la Becker ha, però, poi sviluppato una commistione tra Bauhause lo stile tipico negli Stati Uniti di metà ’900, evocandole sedie a sdraio delle spiagge americane.

Nonostante la centralità dell’architettura e del design, il film ripropone lo stereotipo del genio solitario dell’architetto mentre, invece, l’architettura è uno sforzo collettivo che comprende decine di persone, dai costruttori ai designer, a una squadra di altri architetti. Infatti, il contesto storico del tempo negli Usa ne è la prova, perché in quegli anni molti maestri del Bauhaus, come Walter Gropius e Marcel Breuer lavoravano assieme e insegnavano negli States ed era alquanto impossibile che un architetto famoso ungherese legato al Bauhaus, come il film racconta, non fosse in contatto con i suoi vecchi colleghi anch’essi profughi.

Forse, l’aspetto più interessante della storia è il disvelamento del fallimento del sogno americano, come anticipa il manifesto del film con la statua della Libertà capovolta: senza la mitologia emergono le vere forze che hanno mosso l’America della Guerra fredda: la prepotenza, il denaro, l’arroganza, la pretesa superiorità morale, la sopraffazione e la tolleranza, ma non l’accettazione del diverso.

Infatti, nel film scorrono e si snodano in tante sottotrame i temi dell’immigrazione, del razzismo, del capitalismo che genera ingiustizie sociali, delle ipocrite politiche internazionali che hanno portato alla fondazione dello Stato di Israele, intersecandosi nella vita e nell’arte di László Tóth architetto, ebreo ungherese che arriva negli States, dopo essere sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Inoltre, il rapporto tra l’architetto e il committente viene utilizzato come terreno di scontro tra due mondi così distanti che il regista racconta senza alcuna possibilità di sintesi: non solo quello dell’arte e quello dell’economia, ma anche quello della società americana e quella europea, quello dei vincitori e quello dei vinti, quello della celebrazione di sé e quello della memoria della sconfitta collettiva.

Adrien Brody, che ha il ruolo dell’architetto ebreo ungherese emigrato negli Stati Uniti dopo la liberazione dei campi, incarna l’ossessione del protagonista, il suo bisogno di affermare se stesso sopra ogni cosa, l’incapacità di sfuggire alle proprie debolezze, come la dipendenza dall’oppio. Sicuramente una buona interpretazione, anche se ricorda troppo e si sovrappone al personaggio de Il pianista. Mentre il personaggio di Van Buren, il committente magnate con deliri d’onnipotenza interpretato da Guy Pearce, è un’interpretazione lontana dalla grandezza del Kane di Orson Welles, confermando che i vari personaggi appaiono tutti cupi e freddi come l’opera architettonica. 

Infatti, The Brutalist è un film come gli edifici brutalisti: è vasto, capiente, pesante, intenzionalmente rudimentale, dove a tratti la figura di László Tóth diventa una caricatura dell’architetto megalomane con visioni utopiche e brutali nella loro indifferenza verso l’umanità di tutti i giorni e, inoltre, non c’è alcuna discussione sui progetti, se non alla fine del film, dove è poco credibile la celebrazione di László Tóth alla Biennale d’architettura a Venezia del 1980, quando il Brutalismo era ormai fuori moda.

Il film è monumentale, forse esagerato, tenta un formalismo estetico, ma il punto più debole è la sceneggiatura… la storia è, a tratti, poco verosimile. 

Per gli americani, per quanto si sforzino, la Storia rimane una fiction, soprattutto sempre riscritta senza fondamento di verità.

Immagine. locandina ufficiale del film The Brutalist

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