Come celebrare l’8 marzo 

di Alessandra Ciattini

L’8 marzo si celebrerà la festa delle donne e si deve cogliere questa opportunità per riproporre tutte le rivendicazioni femminili, ma anche per mettere in luce la gravissima situazione nazionale e internazionale in cui ci troviamo, che sembrerebbe preludere all’inasprimento dei conflitti esistenti e ad una nuova “austerità dei diritti”, peggiore di quella che fin qui abbiamo sperimentato.

Il prossimo 8 marzo si celebra la festa delle donne in uno scenario nazionale e internazionale oscuro e foriero di guerre, di conflitti, di spaventoso peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione italiana e mondiale, costituita da quelli che per vivere debbono vendere la loro forza lavoro. 

Questi tristi presagi non ci colgono di sorpresa: abbiamo assistito dopo i cosiddetti Trenta gloriosi (in Italia il famoso miracolo economico) ad una sorta di controrivoluzione, in cui tutti i miglioramenti conquistati da parte della classe lavoratrice sono stati cancellati, l’Unione Sovietica, esempio di modello sociale alternativo, si è dissolta, garantendo così ai padroni del mondo l’accrescimento straordinario dei loro privilegi e l’accaparramento della parte più cospicua delle ricchezze e del potere. Un ruolo importante in questi processi è stato svolto dalle politiche identitarie, portate avanti da forze politiche falsamente progressiste, che hanno cancellato la nozione di classe sociale e fatto del conflitto tra i sessi la chiave di volta dell’interpretazione del mondo.

Riconoscere l’esistenza di questa tendenza non significa disconoscere l’importanza della questione femminile, che si è affacciata alla storia con la Rivoluzione francese e che ha sempre accompagnato in forme diverse le lotte portate avanti dal movimento dei lavoratori; e ciò per la semplice ragione che le donne, da un lato, costituiscono la parte più importante dei lavoratori, dall’altro, per la loro specificità biologica, sono gravate più dei loro compagni dai compiti legati alla riproduzione della classe lavoratrice. Ad esempio, la preoccupazione e l’interesse per questo tema stanno al centro di un’opera importante pubblicata nel 1883, La donna e il socialismo, scritta da August Ferdinand Bebel, esponente del Partito socialdemocratico dei lavoratori tedeschi, noto per aver definito “l’antisemitismo il socialismo degli imbecilli”. Il libro, meritevole di essere letto, fu scritto quando l’autore si trovava in carcere, nel momento in cui si lottava per l’ampliamento del suffragio universale senza distinzione di sesso, e contiene una notevole documentazione sulle condizioni di vita della donna all’epoca, determinate dalla servitù salariale e dallo svolgimento dei lavori domestici. 

A differenza di certe tendenze femministe centrate esclusivamente sul rapporto uomo/donna e che mirano all’emancipazione di quest’ultima senza cambiare le strutture sociali, Bebel, invece, è convinto che, solo con la abolizione della proprietà privata e la conseguente socializzazione generale delle attività produttive, sarà abolita la servitù salariale per tutti e alleviato il faticoso lavoro riproduttivo delle donne, non più strumentalizzato per abbassare i costi e aumentare i profitti. Nella parte dedicata alla Socializzazione della società, con toni forse troppo ottimistici per la sensibilità odierna, il socialdemocratico tedesco delinea i caratteri di una società nuova, in cui la donna sarà sostenuta per svolgere al meglio la sua funzione materna e in cui ogni nuovo nato sarà il benvenuto ed accolto da adeguate istituzioni sociali, che lo aiuteranno a diventare un cittadino.

Come si può notare da quanto scritto, a nostro parere, la questione dell’emancipazione reale della donna deve essere posta tenendo conto di due aspetti, che ne determinano la subordinazione. Il primo aspetto si concreta nel fatto che, proprio per la sua funzione materna e per le incombenze domestiche, oltre che in certi casi per il minor livello educativo ricevuto, essa si trova ad esser maggiormente ricattabile come lavoratrice, costretta ad accettare salari minori, impieghi parziali e insoddisfacenti e maggiori possibilità di licenziamento.

In effetti, se ci riferiamo solo all’Italia, possiamo osservare che nel nostro paese il tasso di occupazione femminile è il più basso dell’Unione Europea (55% rispetto al 69,3% della media europea). Inoltre, occorre aggiungere che le donne sono impiegate soprattutto in settori importanti legati sempre alla cura, come nell’istruzione, nella salute e nel lavoro sociale, mentre sono meno presenti in quelli scientifici e tecnologici, meglio remunerati e più gratificanti.

Anche se ci basiamo solo su questo dato possiamo scoprire che, nel nostro Paese, come in tutti gli altri a capitalismo avanzato (non parliamo dei Paesi poveri e magari devastati da conflitti), i diritti civili, che stabiliscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dal loro sesso, appartenenza etnica, religiosa e politica, non garantiscono alle donne un’effettiva uguaglianza sociale. D’altra parte, anche una Costituzione avanzata come la nostra, che prevedeva un processo di democratizzazione della vita sociale, ha potuto fissare solo diritti formali, che dovrebbero essere stati implementati da misure politiche volte a rendere quei diritti concreti ed esigibili. Anzi, con l’avvento del neoliberismo si è affermata la flessibilizzazione lavorativa, che produce incertezza e inadeguatezza economica, si sono moltiplicate le forme contrattuali, preferendo quelle precarie, ed è stato abrogato il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che giustifica i licenziamenti immotivati e stabilisce per il lavoratore licenziato una misera indennità. Tutto questo mentre il sistema sanitario e quello pensionistico vengono devastati, privando i lavoratori di cure adeguate e di decorose pensioni, la cui riscossione viene continuamente dilazionata nel tempo. Insomma, oggi si arriva alla pensione ormai vecchi, dopo una vita di lavoro massacrante, supportata da servizi essenziali insufficienti (per es. i trasporti), dopo aver curato i propri cari e cresciuti i propri figli, e senza che questa fase delicata della nostra vita sia sostenuta da un servizio sanitario efficiente. Ma tutto ciò non basta: ci chiedono ulteriori sacrifici per finanziare nuove guerre e misure di difesa contro nemici inesistenti. Pertanto, come si può evincere da quanto detto, i cosiddetti diritti civili, un innegabile avanzamento della civiltà, non sono sufficienti ad assicurare l’effettiva uguaglianza tra gli individui e per garantirla debbono essere supportati da diritti sociali, cioè da tutte quelle forme di sostegno (per es. il sostegno al reddito) che intervengono là dove sono presenti forti differenze economiche e sociali, le quali possono essere colmate solo con l’aiuto di istituzioni sociali appositamente predisposte. D’altra parte ci è noto, come richiama il già citato Bebel, che trattare allo stesso modo individui diversi per ragioni sociali, economiche o per il loro ruolo nella collettività, non fa che ingigantire le disuguaglianze invece di attutirle. 

Abbiamo individuato il secondo aspetto della subordinazione femminile non tanto nella sua funzione riproduttrice, quanto piuttosto nell’uso che di questa viene fatto nei processi di riproduzione capitalistici, destinati a ricostituire le diverse classi esistenti. Se ci focalizzassimo esclusivamente sul fatto biologico, adotteremmo un atteggiamento riduzionistico neo-darwinista, che riconduce i fenomeni sociali al sostrato naturale, che pure c’è ma non è determinante.

Come si è detto in precedenza, dunque, occorre rivendicare il ruolo importantissimo della donna nella vita sociale, assicurandole non solo un lavoro degno e ben retribuito, ma anche tutte quelle misure che dissolvano la contraddizione tra la sfera lavorativa e la sfera domestica, nella quale l’apporto maschile deve essere paritario rispetto a quello femminile. Ciò significa pensare anche ad una forma egualitaria di famiglia in cui gli inevitabili conflitti psicologici, emotivi, possano trovare una soluzione equa e rispettosa delle esigenze esistenziali di tutti i membri conviventi.

Nella prospettiva qui delineata, in cui si vuole costruire una società volta alla vita e non alla distruzione di massa dell’umanità, tutte quelle funzioni che solo la donna può svolgere debbono essere valorizzate e sostenute dalla collettività. Ciò significa che uguaglianza e differenza debbono essere coniugate in maniera diversa da quanto avviene nella società borghese in cui, infatti, c’è chi aspira ad un’astratta uguaglianza tra uomo e donna, dimenticando sia l’innegabile differenza tra i sessi, talvolta ingigantendola sino a trasformarla in un conflitto insanabile e divisivo, e talvolta non comprendendo la distinzione tra sesso biologico e orientamento sessuale. Quest’ultimo è dovuto alle esperienze, al vissuto personale e ai condizionamenti sociali. 

Pertanto, ci sembra, i diritti della donna sono al contempo civili, politici e sociali, e come si è visto le tre dimensioni non possono essere scisse, se si vuole veramente rendere concreto il loro compiuto esercizio. Chi sottolinea solo gli aspetti culturali, ideologici, politici della questione femminile consapevolmente o inconsapevolmente occulta la contraddizione principale della società capitalista e pone in contrapposizione le diverse categorie di diritti, che invece per realizzarsi hanno bisogno l’uno del sostegno degli altri.   

Concludendo, riteniamo importante sottolineare che, in occasione dell’8 marzo, è stato indetto uno sciopero generale da diverse organizzazioni sindacali tra cui Slai Cobas per il Sindacato di Classe, Cub, Usi-Cit e Flc Cgil, che durerà 24 ore e interesserà trasporti, sanità e istruzione. 

Le ragioni dello sciopero sono molteplici e chi lo ha indetto mette l’accento su alcuna di esse. Comunque, la prima rivendicazione è senz’altro la disparità salariale tra uomo e donna e l’eliminazione del lavoro precario e sottopagato; si sciopera anche per il diritto all’aborto, contro le misure sicuritarie che identificano la sicurezza con il controllo e la repressione, mentre essa si fonda su un adeguato reddito e servizi sociali efficienti. Segue il ripudio del famoso Ddl 1660, le dure misure contro gli immigrati, la condanna del genocidio dei palestinesi, la decisa opposizione alla guerra fomentata dai governi antipopolari europei, dietro la quale c’è solo il conflitto interimperialistico fra Usa e Ue per appropriarsi delle varie risorse dell’Ucraina, senza nessuna preoccupazione per il popolo di quel paese spinto ad uno scontro perduto in partenza e che lo ha semidistrutto e impoverito. Forte è anche la volontà di manifestare contro l’affermazione di forze politiche di destra, fascistoidi, repressive in varie parti del mondo, il cui obiettivo è quello di rendere più pervasivo il controllo della popolazione affinché non protesti dinanzi ad un ulteriore progetto di un’ “austerità senza diritti”, indispensabile a mantenere l’egemonia e il dominio di una classe politica priva di qualsiasi credibilità. Questa vuole spingere il mondo ad una competizione infinita e distruttiva, rifiutando la sola via di uscita praticabile ed umana: la collaborazione, il cui senso profondo solo i lavoratori possono comprendere.  

Sicuramente in questi frangenti non c’è modo migliore di celebrare l’8 marzo che con uno sciopero.

Immagine: Centro studi movimenti Parma, Parma (PR), Public domain, via Wikimedia Commons

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