25 aprile: la lotta per un futuro incompiuto

di redazione

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Il 25 aprile non è solo una ricorrenza da celebrare. Ci ricorda che la libertà non è solo assenza di dittatura, ma possibilità concreta di vivere con dignità. Oggi, in un’Europa attraversata da disuguaglianze e sovranismi, quell’eredità chiede di essere tradotta in azione. La Resistenza continua: nelle piazze, nei tribunali, nelle fabbriche, nei territori feriti dall’aggressione di imprese cui preme solo il profitto, ovunque si difenda il diritto a un futuro diverso.

Il 25 aprile non è solo una ricorrenza da celebrare. È un simbolo che racchiude in sé la complessità di una lotta di popolo per la libertà, la giustizia e la dignità. La Liberazione dal nazifascismo rappresenta il culmine di una Resistenza che fu lotta armata contro un regime oppressivo e un occupante straniero, ma anche molto di più: un movimento di speranza collettiva, un progetto di riscatto sociale che sognava un’Italia radicalmente diversa. Oggi, a ottant’anni di distanza, quell’eredità ci interroga su cosa sia diventato quel sogno e su quanto della Costituzione nata dalla Resistenza sia ancora un programma da realizzare, anziché una realtà compiuta.

Le brigate partigiane, soprattutto quelle a matrice socialista e comunista, vedevano nella lotta antifascista il primo passo verso un’emancipazione più profonda: la fine dello sfruttamento di classe, l’accesso universale all’istruzione e alle cure mediche, la redistribuzione della terra, il controllo popolare sull’economia. Non a caso, nel Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), le componenti di sinistra insistevano perché la Liberazione non si fermasse alla cacciata dei tedeschi, ma diventasse una rivoluzione democratica.

Questa tensione utopica non fu cancellata neppure dalla necessità di compromessi con le forze moderate durante la transizione postbellica. La Costituzione del 1948, figlia di quel compromesso, ne porta ancora i segni: non un testo neutro o meramente liberaldemocratica, ma una Carta programmatica che lega indissolubilmente democrazia politica e giustizia sociale.

Gli articoli fondamentali della Costituzione italiana disegnano una società che rifiuta l’individualismo liberale. L’articolo 3 impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli” che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza. L’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata alla “utilità sociale”, stabilendo che essa non possa svolgersi “in contrasto con la sicurezza, la libertà e la dignità umana” e prescrive che la Repubblica debba sostituirsi all’impresa qualora questo obbligo non venga rispettato. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.

Sono principi rivoluzionari, che tracciano un percorso di trasformazione strutturale: sanità e istruzione gratuite come diritti universali (art. 32 e 34), diritto al lavoro e a una retribuzione dignitosa (art. 36). Pensioni che permettano una vita dignitosa anche dopo la cessazione del lavoro. La Costituzione contiene in nuce un’idea di democrazia sostanziale che va oltre il capitalismo puro, ponendo lo Stato come garante dei diritti sociali.

Con il crollo del campo socialista (1989-1991) e l’egemonia neoliberista, si consuma una grande regressione. Privatizzazioni selvagge, smantellamento del welfare, flessibilizzazione del lavoro, devastazione dello Statuto dei lavoratori: politiche che hanno svuotato i diritti sociali costituzionali. Ma questo smantellamento non è avvenuto nel vuoto. Il centrosinistra, con le sue svolte moderate, ha avallato politiche liberiste, tradendo la sua base popolare, senza distinguersi significativamente dal centrodestra. Non sono mancati neppure tentativi di modificare in senso conservatore la Costituzione, talvolta portati a termine (rientro dei Savoia, pareggio di bilancio in Costituzione, riforma del titolo V) e talaltra bocciati dal responso popolare (la “deforma di Renzi”). La crisi del welfare, la precarietà e il vuoto di rappresentanza hanno creato il terreno per la demagogia delle destre, che oggi cavalcano la rabbia sociale trasformandola in consenso per politiche reazionarie. Con i numeri dati loro da una legge elettorale approvata in maniera bipartisan, ora minacciano di ridisegnare in senso reazionario la nostra democrazia: premierato, assalto all’autonomia della magistratura, autonomia differenziata.

L’ascesa di governi di destra in Italia e in Europa (da Meloni a Le Pen, dalla Spd tedesca che arretra sull’austerità, ai sovranisti svedesi) non è un caso. Questi esecutivi stanno lavorando per riscrivere la storia, limitare le libertà (pacchetti sicurezza, repressione del dissenso), e concentrare il potere. Il governo italiano, ad esempio, criminalizza chi si oppone alle guerre (dall’Ucraina alla Palestina), mentre l’Ue, con le sue regole di bilancio asfissianti, impedisce agli Stati di attuare politiche espansive, violando di fatto l’articolo 3 della Costituzione.

Persino la memoria antifascista viene svuotata: l’Unione europea, con la risoluzione del 2019 che equipara nazismo e comunismo, cancella la specificità della Resistenza come lotta di liberazione socialista. Un revisionismo che legittima le leggi bavaglio e le derive autoritarie.

L’antifascismo celebrato oggi da parte delle istituzioni è spesso un rito vuoto, che ignora le radici sociali del fascismo storico. Negare il legame tra Resistenza e conquiste come lo Statuto dei lavoratori o la sanità pubblica significa tradire la memoria di chi lottò non solo per cacciare i nazisti, ma per costruire un mondo senza povertà. Ai giovani, vessati dalla precarietà e dal cambiamento climatico, questo antifascismo retorico non dice nulla.

Per battere il fascismo del XXI secolo – fatto di disuguaglianze, razzismo istituzionale e controllo autoritario – non bastano le commemorazioni. Serve un programma di rinascita sociale che riprenda il filo della Costituzione: scuola e università pubbliche e laiche, riconversione ecologica dell’economia, democrazia partecipativa nei luoghi di lavoro. Serve opporsi alle guerre non a parole, ma tagliando le spese militari, intessendo rapporti di amicizia con i popoli che per secoli hanno subìto il giogo coloniale delle nostre “civiltà” occidentali e non progettando la guerra contro di loro, come ha recentemente deliberato vergognosamente il Parlamento europeo. Serve una sinistra che smetta di inseguire il centro e torni a lottare per i diritti sociali, riconoscendo che senza giustizia economica non c’è libertà possibile

Celebrare il 25 aprile significa ribadire due verità scomode. Primo: la Resistenza non è un museo. È un monito contro ogni forma di autoritarismo, ma anche un invito a completare la sua missione di giustizia sociale. Secondo: la Costituzione non è una reliquia, ma un’arma ancora valida per contrastare il neoliberismo.

Le battaglie odierne – dalla difesa della scuola pubblica, alla tassazione dei grandi patrimoni, alla regolamentazione dei giganti digitali – sono l’attualizzazione dell’articolo 3. Così come lo sono le mobilitazioni contro le guerre e per restituire ai poteri pubblici comparti fondamentali dei servizi e della produzione. La sinistra, se vuole onorare la Resistenza, deve rileggere la Costituzione come una piattaforma, un manifesto dei conflitti sociali, capace di legittimare le lotte per i diritti.

Il 25 aprile ci ricorda che la libertà non è solo assenza di dittatura, ma possibilità concreta di vivere con dignità. Oggi, in un’Europa attraversata da disuguaglianze e sovranismi, quell’eredità chiede di essere tradotta in azione. Perché la Resistenza continua: nelle piazze, nei tribunali, nelle fabbriche, nei territori feriti dall’aggressione di imprese cui preme solo il profitto, ovunque si difenda il diritto a un futuro diverso.

Immagine: foto di pubblico dominio tratta dalla rete internet

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