di Laura Baldelli
In occasione del 25 aprile e contro il paragone oltraggioso e pericoloso fra l’invio di armi all’Ucraina e la nostra Resistenza vogliamo ricordare un grande film di Giuseppe De Santis.
Italiani brava gente di Giuseppe De Santis è un film del 1965, una coproduzione con l’Unione Sovietica, opera dimenticata fino al restauro realizzato dal Centro Sperimentale di Cinematografia Cineteca Nazionale, e presentato come evento, nel 2018, alla Mostra del Cinema di Roma.
Con il restauro sono state recuperate anche le parti censurate in Italia, ben 18 scene, all’epoca giudicate diffamatorie delle forze armate. Il montaggio del film fu curato dal grande Mario Serandrei e da Klavdiya Moskvina e la colonna sonora è del grande maestro Armando Trovajoli.
De Santis pensava che attraverso il cinema si può narrare la storia di un
paese e il film racconta con stile post-neorealista, della scellerata campagna di Russia, in cui morirono inutilmente migliaia di italiani, mandati a combattere a -39 gradi senza adeguato equipaggiamento: ma non è un film di guerra, bensì un film sulla guerra.
Siamo nel ‘41, la scena più ricordata è quella del canto dell’Internazionale dei prigionieri civili sovietici, dove uomini, donne e bambini, con orgoglio, fierezza, dignità e coraggio, intonano l’inno che accomuna tutti i comunisti nel mondo. Questa scena epico-spettacolare è nella tradizione del cinema sovietico che racconta la Seconda Guerra mondiale come “la Grande Guerra patriottica” di cui, invece, l’Occidente sotterra, occulta per dimenticare i 27 milioni di morti di cittadini sovietici e la determinante azione militare dell’Urss per fermare l’avanzata della Wehrmacht a est e liberare l’Europa già occupata.
In questa memorabile scena, negli sguardi dei soldati italiani, oltre lo stupore per quella gente, prigioniera ma non doma, si legge la fratellanza tra contadini.
L’Urss fu un crogiolo di popoli e lingue che realizzarono un miracolo economico grazie al socialismo, superando differenze etniche, religiose, accomunati dalla solidarietà per un bene comune, lavoratori per il proprio Paese e non più servi della gleba del padrone. L’Occidente ha da sempre occultato quel miracolo economico-sociale, dove le donne avevano pari dignità e opportunità, dallo studio al lavoro, perché il modello di società del socialismo reale minava le democrazie liberali assoggettate al liberismo economico.
Il film fu girato nei luoghi della campagna di Russia sul fronte dei fiumi Don e Bug, in Bessarabia, a Odessa, a Dnipropetrovs’k e la struttura della narrazione ha un impianto letterario, ispirato dall’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, perché il regista, scrivendo la sceneggiatura assieme a Sergeij Smirnov, Ennio De Concini, Augusto Frassineti, Giandomenico Giagni, ha tenuto conto delle lettere dei soldati italiani morti e ha dato voce a quei morti. Infatti, i protagonisti del reggimento italiano, prima ancora di essere italiani, erano pugliesi, emiliani, siciliani, romani, napoletani che le guerre facevano incontrare. Operai e contadini che nel film dicono: “un campo di grano è un campo di grano in ogni paese”, oppure: “oggi la Russia mi pareva la piana di Cerignola”, come scrive alla famiglia il soldato Sanna, interpretato da un giovanissimo Riccardo Cucciolla. Queste frasi mettono in evidenza l’internazionalismo operaio e contadino, che fa da filo conduttore al film, che diventa un racconto corale, dove si realizzano i temi, cari a De Santis, della solidarietà e della fratellanza, che si fanno strada nel racconto tra soldati italiani e civili sovietici contro i nazisti. Gli italiani non erano ancora resistenti, ma il massacro della campagna di Russia farà ricredere tanti sul consenso al fascismo.
Spiccano alcuni personaggi come quello di Libero Gabrielli, un idraulico romano, interpretato da Raffaele Pisu, partigiano combattente e deportato in Germania; lui, attore comico, fu scelto per un ruolo drammatico, proprio come Aldo Fabrizi in Roma città aperta, perché “chi sa far ridere, sa far piangere”. C’è anche un incredibile Peter Falk che interpreta un “gagà” napoletano, un dottore che morirà per ironia della sorte, come spesso accade in guerra. Ma il personaggio più abietto è il maggiore Ferri del corpo fascista, imboscato con una falsa invalidità, vile e codardo, forte con i deboli e debole con i forti che verrà ucciso dagli stessi soldati italiani.
La scena finale è nella tormenta di neve dove troverà la morte Libero, a ricordo del sacrificio di tanti italiani, morti inutilmente per colpa del fascismo e di tutti quelli che lo hanno sostenuto e anche di quelli che hanno lasciato fare.
Noi comunisti e comuniste siamo grati e amici del popolo russo ieri come oggi.
Immagine: foto di una scena del film
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