di Nunzia Augeri
La singolare esperienza educativa e di formazione civica nata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la Liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista, promossa da Luciano Raimondi, insieme ad Antonio Banfi e Claudia Maffioli.
Il 29 aprile 1945, a Milano, i cittadini si dirigevano in folla verso piazzale Loreto, dove presso il distributore di benzina si concludeva tragicamente un ventennio di dittatura, violenze e guerra. Un piccolo gruppo di uomini, però, aveva scelto di non seguire la corrente ma si aggirava per la città, verso la periferia: erano, evidentemente, partigiani appena discesi dalla montagna, con gli abiti laceri e negli zaini ancora le scatolette delle razioni militari. Si trattava di un gruppo della X Brigata Garibaldi “Rocco”, proveniente dalla Valdossola, che era appena arrivato a Milano quello stesso giorno; quei giovani non avevano alcun interesse a vedere altri morti, pensavano piuttosto alla vita e alla ricostruzione e avevano in mente un obiettivo preciso: trovare un edificio dove installare la sede della loro scuola. L’idea era nata nel periodo successivo alla caduta della Repubblica dell’Ossola, nell’ottobre del 1944; quando i partigiani si erano rifugiati in Svizzera, i garibaldini avevano ricevuto un trattamento veramente speciale: rinchiusi in un duro campo di prigionia sullo Schwarzsee, nel Cantone di Friburgo, senza alcun contatto esterno, guardati a vista da armati svizzeri simpatizzanti nazisti, trattati in modo insolente come criminali, con una razione di 300 grammi di pane al giorno e niente altro. Fra i tanti giovani, affamati e annoiati, c’era il commissario politico “Nicola”, il giovane professore di filosofia Luciano Raimondi, che cominciò allora a organizzare alcune ore di studio che vertevano su storia d’Italia e lingue straniere: chi sapeva di più, come il maestro Guido Petter, insegnava agli altri.
Si trattò di una prima esperienza che dimostrò ai partigiani quanto ci sarebbe stato da fare alla fine della guerra. Molti giovani avevano interrotto il corso di studi, altri – di famiglie povere – non erano mai andati oltre le elementari ma nella lotta partigiana avevano dimostrato doti di intelligenza e capacità. Perché accettare l’ingiustizia sociale e sprecare delle doti preziose per la ricostruzione del Paese? C’erano, poi, ragazzi mutilati, orfani dei caduti, famiglie senza tetto né lavoro. L’urgenza del problema era una spinta fortissima.
I partigiani a Milano trovarono subito una prima sede per la loro scuola ad Affori, nei locali di un antico collegio. Il comitato promotore dell’iniziativa era formato dal filosofo Antonio Banfi, da Luciano Raimondi, che ne era stato allievo, e dalla professoressa Claudia Maffioli, i quali furono affiancati da tre giovani studenti, Guido Petter, Angelo Peroni e Ludovico Tulli. Vi si unirono subito alcuni insegnanti antifascisti, Luigi Pellegatta, Alba Dell’Acqua, Pasqualina Callegari, Bianca Ceva e altri, con l’aiuto entusiasta di alcuni partigiani della Brigata, come l’operaio Livio Livi, padre del partigiano Amleto, ucciso a sedici anni, cui la scuola venne intitolata. Nasceva così il Convitto Scuola della Rinascita, con il patrocinio immediato dell’Anpi, che presto istituì nella sede centrale di Roma un Ufficio Convitti Scuole.
La comunità scolastica è fondata – come scrive Raimondi – su “spirito di libertà e lotta per la democrazia”, e regolata da uno Statuto e da un Codice che vengono elaborati nell’ambito del Convitto di Milano, e poi discussi e implementati nelle assemblee dei vari Convitti che via via si aprono. Come da articolo 2 dello Statuto, il Convitto Scuola ha lo scopo di “porre tutti i lavoratori e i figli dei lavoratori su un piano di effettiva libertà nel campo morale e culturale”, anticipando quello che sarà uno dei principi cardine della Costituzione italiana, che all’articolo 3 sancisce la necessità di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E nello Statuto viene inserito anche un principio nuovo e rivoluzionario: lo studio è considerato lavoro a tutti gli effetti, e perciò il Convitto Scuola “libera lo studente da ogni preoccupazione di carattere economico per sé e per le eventuali persone a carico”, fornendo alloggio, vitto, abbigliamento, libri e tutto quanto necessario per una vita dignitosa.
L’organizzazione della vita interna del Convitto è affidata agli allievi stessi, che si riuniscono in una assemblea cui partecipano tutti, compreso il personale amministrativo e di cucina, e a diverse commissioni che si occupano dei diversi aspetti della vita comune, dalla pulizia dei locali ai rapporti con enti pubblici e amministrazioni locali. Lo Statuto stabilisce che “in quest’opera di educazione all’autogoverno e alla democrazia, gli allievi si avvalgono del consiglio dei docenti e si impegnano alla consultazione di coloro che hanno una maggiore esperienza umana e culturale”. Commenta la professoressa Silvia Kanizsa: “Tutto ciò è quanto di più diverso dalla conduzione delle scuole e dei convitti in uso allora, in cui il solo direttore aveva il potere di prendere decisioni in merito all’andamento scolastico. La scelta di far decidere a tutti nasceva senz’altro dall’esperienza partigiana… ma dal punto di vista della scuola risentono dell’influenza della Scuola del Lavoro sorta in Russia dopo la Rivoluzione di Ottobre, e soprattutto, dell’idea del collettivo di Makarenko… La scelta di far agire tutti in prima persona nel collettivo partiva anche dal presupposto che gli italiani, alla fine del fascismo, dovevano imparare a vivere in una società democratica che come tale richiede a tutti di non delegare. Da questo punto di vista il Convitto, e più in generale la scuola erano la sede dell’apprendimento delle regole democratiche, come del resto… aveva già affermato Dewey e tutto il movimento dell’attivismo”.
Questa democrazia diretta, come si evince dagli scritti di Raimondi, pur non esente da problemi, “non degenera in demagogia assembleare, ma si dimostra un mezzo efficace per risolvere i complicati problemi della vita quotidiana” nel difficile periodo postbellico. La comunità convittuale abituava, perciò, i giovanissimi a un modo di socializzare, di maturare se stessi e di rapportarsi agli altri profondamente diverso da quello ereditato dal ventennio fascista ma anche dall’epoca liberale precedente: un’abitudine alla collaborazione attiva e alla corresponsabilità, che inizia a creare un uomo nuovo – come si propongono tutte le rivoluzioni.
Con i Convitti della Rinascita interviene anche un altro cambiamento fondamentale: mentre la scuola disegnata da Giovanni Gentile poneva il primato assoluto dell’educazione classica, all’interno di un sistema scolastico di tipo elitario, lasciando l’istruzione tecnico-scientifica su un piano secondario e spesso negletto, ora il sapere tecnico e il sapere umanistico vengono posti sullo stesso piano di validità e dignità, resi pari nello sforzo di creare nei giovani un comune spirito critico, una comune spinta democratica. Una riforma della scuola in senso anti-Gentile era già stata impostata durante la libera Repubblica partigiana dell’Ossola, quando la Commissione ad hoc presieduta da Concetto Marchesi “aveva formulato l’ipotesi di una scuola media postelementare unica cui sarebbe seguita una scuola superiore divisa in due tronconi, uno più tecnico e uno più umanistico, con pari dignità”, come ricorda la professoressa Silvia Kanizsa, che prosegue: “Negli scritti di Raimondi e nella pratica dei Convitti Rinascita, si dà pari dignità a ogni materia e le materie scientifiche e tecniche vengono indicate come fondamentali al pari di quelle umanistiche… Possiamo dire che nella diatriba sorta in quegli anni (e non ancora terminata) fra sostenitori di una formazione umanistica o di una formazione tecnica, Raimondi e i Convitti Rinascita hanno proposto una mediazione, implicitamente, però assumendo una posizione ormai affermata a livello internazionale, sia in Russia che in America”. E tutti i giovani dei Convitti, quale ne sia l’indirizzo di studi, partecipano alla vita culturale della loro città, intrattenendo rapporti stretti con scrittori, artisti, intellettuali, istituzioni culturali locali.
Con l’aiuto concreto dell’Ufficio Scuole dell’Anpi nazionale, l’esempio di Milano viene seguito in varie città: sorgono così altri nove Convitti a Torino, Novara, Venezia, Cremona, Reggio Emilia, Bologna, Genova, Sanremo, Roma, oltre all’esperienza particolare del Villaggio della Rasa presso Varese. In ogni Convitto i giovani possono seguire il corso normale di studi, dalla scuola elementare alla media, al liceo o istituti tecnici superiori, ma vengono organizzati anche corsi professionali diversi, in base alle caratteristiche dell’economia locale: Milano inaugura corsi di chimica e di meccanica fine; Cremona si specializza nel campo dell’industria lattiero-casearia; a Reggio Emilia si sviluppano l’edilizia e la meccanica agraria; a Genova si studia all’istituto nautico mentre a Sanremo si preparano i tecnici del turismo e delle attività alberghiere; Roma condivide con Milano i primi corsi italiani di grafica e pubblicità, diretti da Albe Steiner. Per la prima volta vengono creati in Italia dei corsi speciali per odontotecnici, analisti chimici e orologiai, destinati in particolare ai giovani mutilati.
Per la prima volta nella storia della società italiana la scuola si radica nel tessuto produttivo e sociale del territorio, in uno scambio fecondo che non solo favorisce nell’immediato l’inserimento lavorativo degli allievi, ma li abitua all’interrelazione con entità territoriali amministrative, sociali ed economiche, sviluppando il loro senso democratico e la loro “educazione alla cittadinanza”. Non solo: ogni Convitto si impegna nella produzione di beni o servizi specifici (formaggi a Cremona, mobili a Varese, grafica e pubblicità a Milano e Roma) da vendere all’esterno, con l’istituzione di piccole aziende cooperative, i cui introiti contribuiscono all’autofinanziamento del Convitto stesso.
I giovani allievi dei Convitti seguono i corsi interni o frequentano scuole e/o università all’esterno. Per i corsi interni vengono introdotti metodi allora del tutto ignoti in Italia, e ignoti ancor oggi. Nota la pedagogista Silvia Kanizsa: “Un aspetto ulteriore che dimostra quanto fosse avanzata la riflessione sulla didattica è relativo alla valutazione che non avveniva con voti, ma con l’indicazione delle parti del programma superate e comprese. Questa indicazione veniva trascritta su una scheda che riportava gli avanzamenti dello studente. Solo in tempo recente gli studi sulla valutazione hanno messo in luce la valenza negativa per la motivazione scolastica dei voti numerici e in particolare dei voti negativi, mentre sempre più si fa riferimento alla verifica degli apprendimenti, vale a dire, esattamente come veniva fatto nei Convitti, alla registrazione puntuale degli avanzamenti. Bisogna dire che anche in questo caso i Convitti hanno dimostrato di precorrere i tempi e di aver portato alle estreme conseguenze le indicazioni che provenivano dal mondo pedagogico più avanzato”.
Tutti gli studenti – interni o esterni che siano – ottengono risultati brillanti negli studi e il loro inserimento nel mondo del lavoro li porterà a notevoli successi, anche i mutilati. I buoni risultati sono favoriti anche dal fatto che presso il Convitto di Milano viene aperto un Centro di orientamento agli studi e alle professioni, diretto dal professor Cesare Musatti con l’ausilio del professor Gaetano Kanizsa. È la prima esperienza del genere in Italia. L’allievo resta in osservazione per un periodo da uno a tre mesi, dopo di che gli viene consigliato – non imposto – un determinato corso di studi. Fra i circa 5.000 giovani che si avvicendarono nei Convitti vanno ricordati i nomi, noti a livello nazionale, dell’attore Gianrico Tedeschi, del fotografo Uliano Lucas, del cantautore Ivan Della Mea, del docente universitario Guido Petter, e altri noti a livello locale, come Pasquale Maulini, che fu sindaco di Omegna per cinque mandati consecutivi, e l’avvocato Rolando Menotti a Milano.
I dieci Convitti Scuola sorti fra il 1945 e il 1948 rappresentavano l’abbozzo di un “piano nazionale” di scuola nuova e di preparazione al lavoro che avrebbe dovuto portare all’apertura di 90 Convitti, uno per ogni provincia italiana. Ma il progetto generoso di Raimondi e dei suoi collaboratori non venne fatto proprio e supportato dal Partito comunista: la dirigenza del partito non considerò quel progetto educativo sufficientemente importante, lo lasciò alla Associazione dei partigiani, e solo molto tardi, quando le scuole vennero attaccate, ci furono alla Camera dei Deputati due appassionati interventi, di Alessandro Natta e Antonio Banfi. Ai Convitti restò sempre vicino il popolo comunista, ex partigiani, operai, sindacalisti, intellettuali, militanti di base, amministratori locali, che quell’esperienza sentivano propria. Commentava Raimondi nel suo scritto del 1973: “Sono finiti i Convitti perché c’è stato un difetto, che è quello che vediamo ancor oggi, di uno scollamento delle attività politiche dei partiti italiani nell’affrontare i problemi reali della società. Il Partito comunista non si occupava con la determinata consapevolezza che imponeva il problema, e infatti io non sono mai riuscito a imporre ai politici, ai responsabili del partito, il problema della scuola; ne scrivevamo sui nostri opuscoli, che erano quasi clandestini, non ufficiali, non riconosciuti”.
Dopo il 18 aprile 1948, con l’affermazione elettorale della Democrazia Cristiana e la cacciata dei partiti popolari dal governo, il progetto subì una rapida frenata. I governi democristiani consideravano quelle scuole come “covi di rossi”, furono revocate le convenzioni per il loro finanziamento, e richiamati nelle scuole pubbliche gli insegnanti distaccati presso quegli istituti. Le ispezioni governative, inviate dai ministeri dell’Interno, della Pubblica istruzione e del Lavoro, erano ansiose di scoprire pistole e mitra, ma furono invece costrette a riconoscere “la positività, il lavoro altamente qualificato e l’impegno straordinario nell’ideale della dignità del lavoro e della prassi di libertà”, come scrive Raimondi. Ma per i Convitti iniziò un lungo e difficile periodo, e quasi tutti furono costretti a chiudere.
Resisteva solo quello di Milano, allora posto in Via della Zecca Vecchia, proprio nella vecchia sede del fascismo “primigenio”, ma nell’agosto del 1955 arrivarono i carabinieri per lo sfratto. Un gesto, che Raimondi, nelle sue memorie scritte nel 1973, definisce “ribellistico”, lo salvò nell’immediato e, dopo una lunga lotta sostenuta da larghi strati della popolazione, da campagne di stampa e dall’intervento di altissime personalità della politica e della cultura, intervenne il Comune di Milano che concesse una ex fabbrica di vagoni ferroviari, semidiroccata, sporca e cadente. Con un duro lavoro degli allievi e di tanti volontari la sede venne riattata nel giro di pochi mesi, e nel 1956 il Convitto poté riprendere la sua attività. Nel 1958, la scuola media fu legalmente riconosciuta e nello stesso anno i corsi professionali furono assunti dall’Ecap-Cgil; passeranno, poi, alla Regione Lombardia. Nel frattempo ne veniva allontanato Raimondi, radiato dal Partito comunista per le sue critiche a Togliatti e fondatore, con Bruno Fortichiari e con il sindacalista Emilio Setti, del primo gruppo a sinistra del Pci, Azione Comunista.
L’esperienza dei Convitti Scuola della Rinascita si concluse nel giro di poco più di dieci anni, lasciando un’eredità civile e morale che i protagonisti di quel tempo hanno tenuto viva e hanno cercato di trasmettere alle nuove generazioni. Più tardi, nel 1973, dal Messico, dove le vicende della vita lo avevano portato a operare presso l’Istituto italiano di cultura, Raimondi rifletteva amaramente sulla delusione subita da tutti coloro che avevano lottato per una svolta decisamente democratica nell’Italia postresistenziale: “Il problema della scuola per tutti e della formazione di tutti i giovani verso il pieno sviluppo delle loro capacità individuali per il loro inserimento attivo e creatore nella nuova società, usciva dai programmi e dal cuore della Resistenza, insieme a quello della fondazione di una prassi democratica in tutta la vita civile, che partisse dalla scuola per arrivare ai sindacati e ai consigli dei lavoratori nella gestione delle imprese, ai partiti, al Parlamento, alla Repubblica democratica… Noi eravamo del parere che bisognasse preparare un uomo nuovo, con tutte le difficoltà che avrebbe rappresentato l’inevitabile lotta che si sarebbe accesa sul problema della cultura e sul problema dell’organizzazione della scuola. Oggi, purtroppo, abbiamo l’amaro dovere di constatare che l’esigenza di una riforma strutturale della scuola, una riforma radicale nel senso di offrire veramente la cultura a tutti e di stroncare le vecchie tradizioni culturali false e retoriche, è un’esigenza ancor viva oggi dopo tanti anni”. Dal 1973 molto è cambiato, ma solo in peggio, fino ad arrivare oggi a un governo di destra che marcia assatanato all’assalto di un’egemonia culturale che pretende rabbiosamente per sé, per riaffermare principi che per la Costituzione repubblicana sono superati o addirittura in contrasto.
In quest’anno, che segna l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ottenuta con il sacrificio di tanti resistenti che in Italia e in Europa lo hanno combattuto, il ricordo di quella esperienza sia segno di gratitudine per gli innumerevoli militanti comunisti i quali – senza nulla chiedere e senza nulla avere in termini di vantaggio personale, ma dando generosamente tempo, competenze, entusiasmo – operarono per il progresso culturale e civile del popolo italiano.
Note:
Tutte le citazioni sono tratte da Luciano Raimondi. I Convitti Scuola della Rinascita, a cura di Nunzia Augeri, Editrice Aurora, Milano, 2016.
Immagine: nella foto, pubblicata per gentile concessione degli eredi Raimondi, il gruppo dei primi convittori, nell’ottobre 1945, a Milano. Luciano Raimondi è il primo in basso a sinistra.
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