Uniti, per la costruzione del partito comunista!

di Salvatore Catello* e Fosco Giannini**

Impegno comune, di massa e di popolo, contro la guerra imperialista, liberazione dal dominio della NATO e dell’UE, messa in campo, nella battaglia politica e sociale, dell’unità dei comunisti e di un vasto fronte antimperialista, costruzione nella lotta del partito comunista!

Stiamo lavorando, uniti e da tempo, per la costruzione, in Italia, del partito comunista. Tale obiettivo non risponde in nessun modo ad esigenze idealistiche e avventuriste di gruppi, di aree, di movimenti, di leader isolati: esso è, invece, necessitato, è un’esigenza oggettiva che sale – a volte rumorosamente e più spesso attraverso il silenzio della sconfitta sociale di massa e l’astensionismo della maggioranza delle elettrici e degli elettori – dal corpo del movimento operaio, di tutti i lavoratori complessivamente e dal popolo italiano.

Lavorare oggi per la costruzione del partito comunista in Italia, sotto le macerie accumulatesi dall’autodissoluzione del più grande partito comunista del mondo occidentale, il Pci storico, e, purtroppo, dai fallimenti e dalle sconfitte dei partiti comunisti successivi al Pci, richiede innanzitutto una strenua propensione alla razionalità, all’abbandono di ogni idealismo e velleitarismo. Richiede la ricerca e la messa a fuoco delle motivazioni sistematiche e coerenti per le quali ci si impegna in un progetto, così tanto arduo e in controtendenza con la classe dominante e con la cultura dominante, quanto necessario.

Siamo dunque chiamati, per esigenze politiche e morali, a porci, raccogliendo rispettosamente ed obbligatoriamente anche quelle che salgono dalle avanguardie e dalle file operaie ed intellettuali più avanzate, le domande centrali relative allo stesso progetto di costruzione del partito comunista.

Innanzitutto – al fine di costruire un pensiero ed una proposta a partire dalle basi materiali e “per un’analisi concreta della situazione concreta – rispondendo alla seguente domanda: vi è un bisogno oggettivo, oggi, nel nostro Paese, di un partito comunista d’avanguardia, di quadri, con una linea di massa? Tutto ciò che ci circonda ci dice che questo bisogno è oggettivo, è pane per gli affamati.

L’Italia è un Paese sotto un potere ed un’occupazione militare straniera: la NATO. Circa 140 basi NATO e USA sono scientificamente collocate lungo tutto il territorio nazionale e nelle Isole al fine di determinare un dominio imperialista incontrastato. Da questa occupazione militare straniera ogni potere italiano è esautorato: il parlamento, l’esercito, le forze dell’ordine, i servizi segreti, svuotati di senso, si riducono a feticci e le decisioni sul riarmo, la guerra, sul loro costo a detrimento del lavoro e dell’intero stato sociale, sono violentemente tolti dalle mani italiane e consegnati al presidente USA di turno e al quartier generale della NATO a Bruxelles.

Sotto questo dominio USA e NATO la guerra freme continuamente sotto la pelle italiana; il riarmo è una corsa continua dei “diversi” governi italiani a soddisfare i voleri atlantici; attraverso lo spostamento sempre più ingente di risorse verso le armi, a mano a mano si distruggono e si privatizzano la Sanità pubblica, la Scuola, i Trasporti, il Sistema pensionistico, abbattendo, su scala di massa, diritti e salari.

La domanda è conseguente: vi è, in Italia, rispetto all’esproprio di potere esercitato dalle basi USA e NATO, rispetto al pericolo continuo delle guerre, al riamo, alla conseguente distruzione del welfare, rispetto all’esigenza di costruire una coscienza di massa contro la NATO e per l’uscita dell’Italia dalla NATO, vi è una lotta dell’attuale movimento comunista italiano a livello del pericolo? No! Purtroppo non se ne vede nemmeno l’ombra. Davanti alle basi USA e NATO – detto in “una frase sola, in un rigo appena” – non garriscono le bandiere rosse con la falce e il martello. Sono assenti, come spente. Di fronte al pericolo sovrastante di una terza guerra mondiale, è in campo la necessaria spinta comunista volta a costruire un movimento di massa antimperialista e contro la NATO? No! A partire dalla realtà dura delle cose, possiamo asserire che tale spinta è totalmente assente. Partiamo da ciò, dunque, da questa drammatica assenza comunista per affermare con cognizione di causa e determinazione, che costruire il partito comunista – un partito comunista unitario e anti settario, che abbia e pratichi, come suo primo obiettivo, quello di unire i comunisti, le forze antimperialiste, le forze più avanzate e pacifiste, di costruire un fronte per la liberazione nazionale dalla NATO e dalla guerra- è una necessità oggettiva, non un’iperbole di minoranze velleitarie.

L’Italia ed il popolo italiano soggiacciono sotto un altro dominio: quello del polo neoimperialista in costruzione dell’UE. L’UE è un falso storico: essa non si è costituita sotto la spinta unitaria oggettiva degli Stati e dei popoli d’Europa, ma attraverso il volere del capitale transnazionale europeo che aveva bisogno, dopo la nefasta autodissoluzione dell’Unione Sovietica, di essere protagonista nel conflitto interimperialista per la conquista dei mercati mondiali, e la conquista di questo ruolo non poteva passare, essenzialmente, che attraverso una nuova accumulazione del capitale transnazionale europeo, che poteva concretizzarsi solo attraverso l’abbattimento dei diritti, dei salari e dello stato sociale su scala continentale: ed eco, dunque, il Trattato di Maastricht e la dura lotta delle classi padronali scaturita da questo Trattato iperliberista, una violenta lotta capitalista che avuto come dirigenti, come bracci armati, in Italia e altrove, e allo stesso modo, i governi di “centro-destra” e di “centro-sinistra”, una lunga “campagna” antioperaia e antidemocratica che ha, infine, conseguito gli obiettivi che il grande capitale transnazionale europeo si prefiggeva: distruggere il lavoro, lo stato sociale, ridurre il più possibile i diritti dei lavoratori e comprimere i salari, ed ora militarizzare l’UE attraverso il nefasto progetto di riarmo di 800 miliardi di euro esplicitato dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen e attraverso la guerra contro la Federazione Russa. Giungendo alla costituzione di un esercito dell’UE contro il quale noi ci battiamo e sin da ora chiamiamo tutti i comunisti e le forze antimperialiste a battersi: unità!

Anche nel caso dell’UE: il residuo movimento comunista italiano, di fronte alla dittatura iperliberista, neoimperialista della Commissione europea e del Trattato di Maastricht, svolge la necessaria lotta, politica e ideologica, al fine di contrastare le politiche antisociali e guerrafondaie di Bruxelles e della Banca Centrale europea, al fine di costruire una coscienza di classe e di massa in grado di trasformare in lotta la necessaria parola d’ordine “fuori l’Italia dall’UE”?

No! Purtroppo, l’attuale, e sempre più debolmente organizzato movimento comunista italiano non si muove concretamente per questi obbiettivi di lotta, e questa drammatica assenza trova le proprie basi materiali non solo sulla debolezza organizzativa, ma soprattutto sulla confusione ideologica: ondeggia troppo, infatti, nel movimento comunista italiano attuale, la linea sull’UE, cosicché, al posto dell’unica parola d’ordine possibile e razionale (“fuori l’Italia dall’UE”) prendono corpo parole d’ordine tanto “molli” quanto incapaci di mobilitazione, quali “riformare l’UE”, “democratizzare l’UE”, “lottare per un’altra UE”: linee politiche che, rinunciando ad una lotta per la liberazione del popolo italiano dal giogo di Bruxelles, di fatto confermano la legittimità storica dell’UE.

Siamo, dunque, per costruire un partito comunista che ponga in modo netto la questione dell’uscita dell’Italia dall’UE, che per quest’obiettivo porti i comunisti e i lavoratori alla lotta e attraverso questa lotta si possa costituire una coscienza di massa volta alla liberazione dell’Italia dal neoimperialismo dell’UE.

La penetrazione imperialista, sul piano economico, industriale, finanziario, in Italia è ormai profondissima. In questi ultimi anni sono passati nelle mani nordamericane grandi Gruppi industriali come l’Alcoa (alluminio) di Portovesme (sud della Sardegna), Alcoa poi svenduta dagli statunitensi alla Syder Alloys ed ora di nuovo in vendita ad una multinazionale greca, per dire quale via crucis percorre l’industria italiana; come l’industria “bianca” Merloni, acquistata dalla Whirlpool; come le grandi Cartiere Miliani, acquistate da un fondo statunitense, come il sistema eolico e fotovoltaico della Sardegna, in gran parte acquistato dalla grande banca d’affari nordamericana Jp Morgan, e ciò mentre inizia in modo prepotente l’acquisizione, da parte di alcuni grandi Gruppi statunitensi, delle aziende italiane d’avanguardia e dell’Intelligenza Artificiale. Vi è stata una vasta penetrazione del capitale finanziario USA nel sistema bancario italiano e la trasformazione in poli imperialisti delle stesse aziende italiane, come la Stellantis.

Tutto ciò ha accelerato drammaticamente, nel nostro Paese, il processo di deindustrializzazione, le politiche di delocalizzazione sostenute dallo stesso capitale nordamericano penetrato in Italia (la recente vendita della Whirpool alla Beko turca) e all’espulsione a livello di massa degli operai dalla produzione.

Costatazione né retorica né malevola, ma solo diretta a dirci la verità: di fronte alla Stellantis, alla Whirlpool, alle Cartiere Miliani, di fronte alle aziende d’alluminio della Sardegna, di fronte alle fabbriche e ai cantieri navali in grande crisi, di fronte alle aziende, agli istituti bancari svenduti al potere finanziario degli USA e di altri Stati e forze imperialiste, hanno garrito le bandiere rosse con la falce e il martello? Ci sono stati i comunisti, a difendere i lavoratori e la stessa autonomia del nostro Paese? In altri termini: le odierne organizzazioni comuniste italiane sono state in campo? Si avverte, sia sul campo della lotta contro la guerra che nella lotta di classe lanciata dal capitale estero e nazionale, una presenza comunista, una sua capacità di impattare con la realtà delle cose, una capacità di modificare lo stato presente delle cose, legandosi alle masse?

La risposta, purtroppo, è un “no!”, per ogni quesito.

Ed è, dunque, da questa amara costatazione che prende corpo il nostro progetto di costruzione del partito comunista. Non da alcuni nostri “slanci” ideali!

Ma vi sono altre domande che sorgono da chi ci guarda e ci segue:

– ma il movimento comunista non è in crisi nel mondo? Ed è in questa crisi che voi volete costruire il partito comunista?

– ma il contesto internazionale non è sfavorevole alla costruzione del partito comunista?

– ma in Italia non vi sono già diversi partiti comunisti?

Risposta alla prima domanda: mai come in questa fase storica il movimento comunista mondiale è stato tanto vivo e vegeto: oggi, i partiti comunisti governano, in modo diretto, dalla Cina al Vietnam, dallo Sri Lanka al Laos, da Cuba al Sud Africa, dalla Repubblica Democratica di Corea al Nepal, più di un quinto dell’intera umanità, e i partiti comunisti all’opposizione (in India, in Giappone, in Kenya – un Paese di 60 milioni circa di abitanti nel quale il partito comunista keniota sta guidando una rivoluzione di massa) dirigono le lotte di oltre un miliardo di uomini e donne, di lavoratori e lavoratrici, per non parlare della forza di altri partiti, come il Partito Comunista della Federazione Russa, il Partito Comunista Portoghese, il grande partito comunista Akel, di Cipro, ed altri in Europa, in Africa e in America Latina.

Se questa, del movimento comunista mondiale, è crisi, si allarghi pure questa “crisi” sino alla sconfitta dell’intero capitalismo mondiale!

Risposta alla seconda domanda: dopo la caduta dell’URSS e il tentativo imperialista di ratificare “la fine della storia”, in pochi anni il quadro internazionale è mutato radicalmente quanto improvvisamente e, oggi, anche attraverso la formazione dei BRICS-Plus, siamo di fronte ad un serio indebolimento del fronte imperialista e ad un, conseguente, significativo rafforzamento del fronte antimperialista. Un nuovo quadro mondiale che “legittima” e rende ancor più credibili le istanze delle forze comuniste e rivoluzionarie che operano nei Paesi ad alto sviluppo capitalista.

Risposta alla terza domanda: la (piccola) parte del movimento comunista italiano, quella che oggi è organizzata in modo partitico, è in grande crisi, come ci dice la sua assenza dalle lotte contro la guerra, contro l’UE e contro il governo Meloni e come appura il numero complessivo dei propri iscritti (poche migliaia complessivamente) e come ratifica l’ancor più eseguo numero di militanti (poche centinaia complessivamente). Mentre ben più vasta (decine e forse centinaia di migliaia) è l’area, in Italia, delle comuniste e dei comunisti privi di organizzazione politica.

Il partito comunista, nel nostro Paese, è dunque una necessità, a partire dalla dura lotta di classe lanciata dai padroni; la sua presenza assume un forte senso dalla stessa fase internazionale che viviamo; l’area dei comunisti organizzati, in Italia, è un’area ristrettissima rispetto alla ben più vasta area dei comunisti in attesa, atomizzati e non organizzati, nella società e, soprattutto, è la lotta di classe in corso che chiede il ruolo, ora mancante, dei comunisti.

Ma quale partito comunista vogliamo costruire? Innanzitutto un partito che la faccia finita con le “monarchie comuniste” che hanno tiranneggiato i partiti comunisti italiani degli ultimi decenni, che hanno accentrato tutti i poteri nelle mani di segretari-re e nelle mani di segreterie totalitarie. Per costruire, invece, un partito comunista segnato dalla democrazia leninista, dalla centralità dei militanti, dalla concezione di sé quale coscienza critica collettiva. Per un assetto interno che nulla abbia, tuttavia, a che vedere con un frazionismo quale espressione della “democrazia”, ma segnato da quei valori rivoluzionari già messi a fuoco da Lenin, in “Un passo avanti e due indietro”, della disciplina consapevole e del centralismo democratico. Per un partito comunista che non svenda se stesso alle degenerazioni elettoraliste ma che punti, innanzitutto, alla ricostruzione dei legami di massa e al radicamento nei luoghi del lavoro e del conflitto capitale/lavoro (Lenin, Gramsci); che sia legato alla “classe” ma della “classe” sia avanguardia, che abbia quella giusta concezione della lotta di classe per la quale le battaglie portate avanti sul piano “economico” non degenerino mai nel “tradunionismo”, nel puro sindacalismo, mantenendo sempre, al contrario, il giusto rapporto tra battaglia “economica” e battaglia politica, tra tattica e strategia, tra le lotte contingenti per il miglioramento della vita delle persone e il progetto per l’attuazione del socialismo nel futuro, un partito che si doti di quel “Documento politico-teorico Fondamentale” (che è ben altra cosa dai documenti congressuali) da troppi decenni assente nelle formazioni comuniste italiane; un partito in cui sempre sia centrale la ricerca politico-teorica aperta e antidogmatica e la costruzione della coscienza rivoluzionaria e dei “quadri” (tutto ciò ben presente nel “Che fare? ”, di Lenin).

Per un partito comunista (questione fondamentale), culturalmente e politicamente unitario, che rompa quei settarismi “comunisti” sin ora vigenti in Italia che impediscono sia l’unità dei comunisti che la costruzione di un più vasto fronte – contro la guerra, contro la NATO e contro l’UE – di popolo e di massa.

*Responsabile Nazionale Resistenza Popolare;

**Coordinatore Nazionale Movimento per la Rinascita Comunista

Immagine: dipinto ad olio di Eugène Laermans, Un soir de grève, 1893 – CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0&gt;, via Wikimedia Commons

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