di Rolando Giai-Levra
“Manuale Popolare per la costruzione del Partito Comunista”: nel libro di Fosco Giannini, arricchito da una preziosa prefazione di Adriana Bernardeschi e da un’illuminante intervista all’Autore condotta da Luigi Basile, i temi per la costruzione del partito comunista in Italia.
Il libro di Fosco Giannini, Manuale Popolare per la costruzione del Partito Comunista di Ventura Edizioni, offre una visione comunista a 360° dalla quale si possono trarre dei contributi di grande valore politico e teorico, indispensabili per affrontare la questione comunista, ancora non risolta in Italia. Viene posta con forza la necessità di perseguire con coerenza il processo dell’unità dei comunisti nel nostro Paese, per poter giungere all’obiettivo strategico di un’unica organizzazione politica, omogenea sul piano ideologico e per liberarsi definitivamente dal pesantissimo fardello, negativo, della frammentazione del movimento comunista italiano, ereditato dalla spinta socialdemocratica autrice del mutamento genetico del Pci, e completato dai partitini Prc, Pci e Pc. In altre parole un testo base, l’opera di Giannini, che rappresenta uno strumento molto utile soprattutto per i militanti comunisti.
Dopo la scomposizione e la profonda divisione che ha investito drammaticamente i comunisti e la classe operaia con la caduta dell’Urss e lo scioglimento del Pci nel 1991, seguiti dalle fallimentari esperienze del Prc e dei successivi Pci e Pc, decidersi a ricomporre il movimento comunista resta un compito fondamentale, ben sapendo che molto grandi sono le difficoltà e gli ostacoli da affrontare. Questo “manuale”diventa un formidabile strumento di conoscenza storica, politica e ideologica, fondamentale nella costruzione della coscienza di classe tra i lavoratori. Uno strumento importante per lottare per il superamento della società capitalistica e borghese in cui viviamo, che è avvolta sempre più da una crisi strutturale e, nel contempo, dal decadimento dell’egemonia dell’imperialismo Usa a livello mondiale. Ma questa condizione di crisi del sistema capitalistico non ci deve portare ad attendere, tanto meno a sottovalutare il nemico di classe, perché la lotta da affrontare è ancora lunga, a cominciare da quella contro l’avanzata delle destre e dell’offensiva dei capitalisti contro le masse lavoratrici e popolari.
Un libro molto importante per i suoi contenuti, che fornisce analisi e profonde riflessioni sulla situazione attuale, nazionale e internazionale, la cui pubblicazione coincide con un momento particolare della lotta di classe del nostro Paese in cui emerge in tutta evidenza la crisi che attraversa il movimento comunista in Italia e nell’Ue, che da una parte vede la “sinistra” radicale insieme a gruppi di “comunisti” in agonia, perché privi di alcun radicamento sociale nella classe operaia e lavoratrice del nostro Paese e senza una concezione ideologica e un’organizzazione comunista. Un libro necessario, questo di di Fosco Giannini, pieno di dense riflessioni nei capitoli, tutti importanti, dei quali ho voluto selezionare soltanto quelli relativi soprattutto alla forma partito, al radicamento dei comunisti nella classe operaia, alla necessaria e fondamentale unità ideologica e ad alcuni aspetti dell’Internazionalismo proletario, senza i quali non si può costruire un partito comunista, come ci insegnano Lenin e Gramsci.
Un primo bilancio storico affrontato già nel primo capitolo, che ha per titolo Da Livorno alla Bolognina: ascesa e declino della nozione di internazionalismo (pag.11) e che focalizza, il periodo storico che ha segnato una grande storia che è rimasta incisa nel cuore e nella mente dei comunisti e della classe lavoratrice del nostro Paese. Questo scritto sintetizza e descrive le tappe fondamentali dell’intera storia del Pci, il più grande partito comunista non al potere, dell’occidente! Dalla sua nascita fino alla sua dissoluzione, avvenuta per opera della socialdemocrazia interna sostenuta da tutte le classi dominanti del nostro Paese e dell’imperialismo Usa. Un’involuzione che ha avuto conseguenze disastrose per la classe operaia e nei rapporti internazionalisti di molti partiti comunisti, soprattutto in Europa. Da qui, l’Autore pone l’attenzione su questo tema fondamentale della lotta di classe in Italia, tema che, a tutt’oggi, è ancora privo di un vero e proprio bilancio storico, indispensabile per individuare e comprendere quali sono stati gli errori allo scopo di rilanciare e ricostruire, su basi nuove, il progetto comunista nel nostro Paese.
A partire dal primo tradimento dell’Internazionalismo proletario attuato dai partiti socialisti della Seconda Internazionale, con il sostegno alla prima guerra mondiale imperialista del ’15/’18, i comunisti nel mondo, guidati da Lenin, si son trovati di fronte alla necessità di dover superare tale situazione in difesa della propria concezione dell’internazionalismo proletario organizzandosi contro il progetto imperialista volto ad assoggettare i popoli del mondo allo sfruttamento del capitale. Come scrive Fosco tale: “Tradimento tanto profondo, da parte dell’Internazionale socialista, da spingere i comunisti a dotarsi di una loro organizzazione sovranazionale, la Terza Internazionale, l’Internazionale comunista – appunto – , fondata a Mosca nel marzo del 1919 e conosciuta col nome di Komintern”(pag.13-14)e che “nelle stesse Tesi di Lione (le Tesi del Terzo Congresso del Partito Comunista d’Italia di Antonio Gramsci) tale consapevolezza è così profonda che l’ancora non totale coscienza internazionalista dei militanti del Pcd’I genera una certa inquietudine nelle Tesi stesse. Recita infatti la numero 28 delle Tesi di Lione: “Elemento dell’ideologia del Partito e il grado di spirito internazionalista penetrato nelle sue file. Esso è assai forte tra di noi come spirito di solidarietà internazionale, ma non altrettanto come coscienza di appartenere ad un unico partito mondiale” (pag. 15). Da quel momento e con la guida di Gramsci e di tutto il gruppo dirigente de “L’ordine Nuovo”, l’organizzazione comunista si sviluppa in Italia non solamente sul piano dell’internazionalismo, ma, anche sul piano politico-organizzativo, focalizzando la differenza ideologica e sostanziale tra un partito comunista leninista e un partito socialista della Seconda Internazionale a partire dall’ideologia e dalla politica della funzione dell’organizzazione di base tra la sezione e la cellula, argomento fondamentale; ma, fortemente sottovalutato ancora oggi da molte/i comuniste/i.
Non è un caso che lo sviluppo politico organizzativo del Pci raggiunge il suo apice con Pietro Secchia, che fece fare un salto di qualità a tutta l’organizzazione comunista, come vedremo più avanti, con un processo di radicamento sociale del partito nella classe lavoratrice, mettendo bene in evidenza i ruoli e le funzioni che devono avere le strutture di base dell’organizzazione. Infatti, con riferimento all’organizzazione comunista, Giannini scrive: “…Essa è strutturata sia in sezioni territoriali (che pulsano in ogni città, in ogni paese, sotto ogni “campanile”) ma anche in cellule di lavoro – quelle che secondo Lenin e Gramsci potevano radicare il partito comunista direttamente nei luoghi alti del conflitto capitale-lavoro, che determinavano una delle essenziali differenze tra partiti comunisti e socialisti riformisti – cellule di lavoro che giungono, con Secchia, al numero di 53 mila, un partito nel partito, un partito operaio, rivoluzionario, dentro il partito. Mentre, con la sostituzione brutale di Secchia con Amendola, il Pci si avvia a smantellare – negli anni – la propria, robustissima organizzazione in cellule di lavoro, tornando – all’inizio degli anni ’70, ad un’organizzazione incentrata solo sulle sezioni territoriali, rinunciando di fatto a quel segmento organizzativo – il radicamento diretto nelle fabbriche, negli uffici, nelle università, nei posti di lavoro e di studio – che, per Lenin e Gramsci, faceva la differenza tra un partito comunista ed uno socialdemocratico” (pag. 17/18). Un elemento, questo, fondamentale e vitale per il rafforzamento stesso dell’internazionalismo proletario, in quanto il rapporto tra l’esistenza della singola cellula comunista e l’organizzazione del proletariato a livello mondiale rappresenta l’anello di congiunzione della classe operaia con tutte le forze lavorative dei paesi di tutto il mondo e che portò le forze comuniste italiane a tradurre l’internazionalismo in prassi rivoluzionaria e per cui l’Autore scrive: “Ed è nella Guerra di Spagna (1936-1937) che l’internazionalismo dei comunisti italiani si manifesta in modo corposo: sono oltre 3 mila i militanti e i quadri dirigenti del Pci che partecipano alla lotta rivoluzionaria contro le truppe di Francisco Franco, a fianco della Repubblica e nelle file della Brigate Internazionale” (pag. 20). E infatti: “I comunisti italiani – e il movimento partigiano – si sentono parte di una lotta mondiale. Ed e innegabile che Stalingrado e Stalin vengano sentiti come il cuore della resistenza antifascista” (pag. 21). Lo storico Alessandro Barbero nelle sue analisi e nei suoi approfondimenti, in una delle sue video lezioni, non esita a sottolineare con forza che Stalingrado (1942/1943) fu la battaglia più importante della 2a guerra mondiale. La battaglia con cui i Sovietici e l’Armata Rossa, formata da uomini e donne, inflissero la più pesante sconfitta dei tedeschi e dei loro alleati e rappresentò l’inizio della fine del nazifascismo.
Poi cominciarono a manifestarsi le contraddizioni, tra i limiti del nazionalismo e l’espansione dell’internazionalismo, che si palesarono in modo evidente con la scissione di Tito del 1948 dal campo del “socialismo reale”, le crisi dell’Ungheria nel 1956, della Cecoslovacchia nel 1968, della Polonia nel 1970, e le contraddizioni che si aprirono tra la Cina, l’Urss e il Pci, e con tutta la fase della “guerra fredda” che finì con la disfatta dell’Urss nel 1991. Di fronte a tale situazione parte del gruppo dirigente del Pci, che cominciò a teorizzare e diffondere nell’organizzazione un concetto assai astratto e idealistico sulla cosiddetta “democrazia universale”, rivolgeva il suo sguardo sempre più verso le socialdemocratiche dell’Europa, senza mai affrontare tali questioni da una posizione di sinistra di classe e marxista ma da una posizione riformista assai debole di natura borghese, cioè di destra che andava minando l’essenza stessa dell’internazionalismo che aveva sempre caratterizzato e animato il Pci. Utilissima la riflessione dell’Autore finalizzata a smascherare una falsa questione che da lungo tempo la cultura borghese dominante utilizza per approfondire le difficoltà attraversate dal movimento comunista iniettando la tossica “nozione di ‘crisi del movimento comunista’, ovvero, una mistificazione volutamente fatta penetrare tra le masse popolari per distorcere la coscienza di classe costruita in decenni di capillare lavoro politico e culturale dal Pci. In pratica la borghesia in questo modo ha tentato (senza riuscirci) di ratificare l’inesistenza di un’alternativa alla società borghese e capitalista considerata la tappa finale della storia dell’umanità, pensando di poter ratificare in questo modo la “fine mondiale del movimento comunista”.
La realtà della lotta di classe nel mondo, ha dimostrato materialmente l’esatto opposto di queste false tesi della borghesia e cioè che nonostante la caduta dell’Urss e la distruzione di alcuni importanti partiti comunisti l’esperienza storica comunista del proletariato internazionale è avanzata in modo molto significativo, come lo dimostrano l’esperienza dei partiti comunisti della Repubblica Popolare Cinese, di Cuba, del Vietnam, del Giappone, del Portogallo, ma anche la ricostruzione di partiti comunisti di grande peso politico come il Partito Comunista della Federazione Russa, I partiti comunisti dell’India e del Sud Africa e tanti altri ancora, oltre ai grandi movimenti che si sono formati poco alla volta coinvolgendo più della metà dell’intera popolazione mondiale nella lotta antimperialista.
Nonostante che tutto ciò concretamente dimostri il totale fallimento sul piano teorico e pratico delle false tesi della borghesia, l’Autore del libro ugualmente mette in evidenza una serie di elementi di analisi che evidenziano l’esistenza di uno stato di crisi del movimento comunista tutto confinato “soprattutto (o solamente) nei Paesi dell’Ue”. Senza andare molto indietro nel tempo, Giannini rileva alcuni elementi delle ultime elezioni per il Parlamento dell’Ue nel 2019 che, in particolare in Italia, hanno dimostrato il clamoroso crollo dei vari gruppi politici come il Pci, che non è stato in grado neppure di raccogliere le firme necessarie per la presentazione delle liste, il Prc, che ha raggiunto l’1,88% insieme alla lista “La Sinistra”, perdendo addirittura l’unico seggio che aveva, e il Pc che ottiene lo 0,88%, confermando ancora una volta la mutazione genetica che ha investito questi gruppi che non sono stati in grado di mettere a profitto quel pezzo di radicamento nella classe lavoratrice che avevano ereditato dal grande Pci, trasformandosi in comitati elettorali, cosa che li ha condotti a questi disastrosi risultati e senza mai chiedersi perché tutto ciò è successo. Lo stesso fallimento di “Izquierda Unida” nell’Ue, di cui fa parte il Pce e altre formazioni di “sinistra”, ci dice che “Izquierda Unida” si è trasformata in una sorta di forza “progressista socialdemocratica eurocomunista” abbandonando la tradizionale lotta anticapitalista e antimperialista del movimento comunista, e la stessa sorte, pur in forme diverse, imboccata anche del Pcf. Al contrario, il Partito Comunista Portoghese (il più importante partito comunista dell’Ue), riesce ancora a mantenere l’autonomia del pensiero comunista grazie anche al suo radicamento sociale. Nonostante varie difficoltà ed ostacoli che ha dovuto affrontare, si pone comunque in modo costruttivo aprendo un dibattito su come andare avanti e svilupparsi. Il Pcp è riuscito ad ottenere il 6.65% e conquistare altri 2 seggi. Anche Akel che è il partito comunista antimperialista e leninista di Cipro, molto simile al Pcp, alle elezioni europee del 2019 ottiene il 27,49%. Il Partito Comunista di Grecia (Kke) pur considerandosi leninista si è sostanzialmente allontanato dall’Internazionalismo proletario e dal Partito comunista cinese.
Questi sono soltanto alcuni esempi dell’articolata analisi dell’Autore del libro per mettere in evidenza che “l’attacco ai partiti comunisti dell’Ue, anche da parte delle forze non comuniste, prende corpo proprio nel momento in cui cala il consenso elettorale anche dei maggiori partiti comunisti dell’Ue e in cui la crisi del movimento comunista dell’Ue inizia con più chiarezza a manifestarsi” (pag. 76). Ed è su questi elementi di caduta verticale dei valori del comunismo e del suo pensiero autonomo di classe, che si rende necessario fare un bilancio politico approfondito e non più rinviabile su tre fasi storiche mai affrontate e analizzate prima dal movimento comunista europeo.
La prima riflessione sulla visione eurocomunista che da una parte è servita come leva di rottura con la concezione leninista per rimuovere l’antimperialismo e l’internazionalismo proletario e che dall’altra parte condusse il Pci. verso la propria distruzione, riproducendo la vecchia situazione che si era creata con la “Seconda Internazionale” per dividere il movimento comunista. La seconda riflessione sulla quale sviluppare l’analisi è il 26 dicembre 1991, quando viene ammainata la gloriosa bandiera sovietica e l’Urss viene disciolta. Una condizione drammatica per tutti i popoli del mondo, soprattutto dell’Ue in cui vennero accelerati tutti i processi antioperai e anticomunisti innestati dalle forze liberali, socialdemocratiche e reazionarie. La terza riflessione è l’analisi da effettuare sulle drammatiche conseguenze che si sono riversate sull’intero movimento comunista dell’Ue alla data del 7 febbraio del 1992, quando venne firmato il Trattato di Maastricht, appena dopo lo scioglimento dell’Urss. Sostanzialmente queste sono state le condizioni principali che hanno avviato l’offensiva del grande capitale contro la classe lavoratrice per smantellare le loro conquiste, i loro diritti e tutti gli spazi democratici conquistati con grandi lotte per organizzare la propria difesa e resistenza. Una pesantissima situazione voluta e creata, appunto, da “un’ Ue particolarmente feroce e antioperaia che nulla ha a che vedere con l’Europa del welfare e del compromesso sociale del secondo dopoguerra” (pag. 83).
Tutte riflessioni che, in questa fase storica, devono essere sviluppate per condurre il movimento comunista ad essere protagonista e per riprendersi e rilanciare il suo compito storico come punto di riferimento per il movimento operaio e per le masse popolari dell’Ue nella lotta contro l’imperialismo Usa, la Nato, l’Ue, l’Euro e per il multipolarismo. Non è più sufficiente che il Gue/Ngl (gruppo della Sinistra al Parlamento europeo), rappresenti l’unica risposta alla richiesta di unità comunista nell’Ue, è necessario costruire un punto di riferimento e un pensiero di classe autonomo nella lotta antimperialista, anticapitalista, rivoluzionario, che sia profondamente legato al movimento operaio e alle masse popolari. Si tratta di rispondere con la lotta sindacale, politica, ideologica, sociale di classe, che devono essere organizzate su un piano continentale europeo superando i limiti dello stesso confine corporativo dell’Ue. Quindi, si presenta la necessità dell’organizzazione dei comunisti e della classe operaia in Italia, in Europa e nel mondo.
Nel capitolo “Pietro Secchia e la concezione leninista e gramsciana del partito comunista”, viene posto in modo articolato la necessità di avere una linea di classe di massa finalizzata al radicamento nella classe lavoratrice e nelle masse popolari e che soltanto un’organizzazione coerentemente comunista può realizzare. Il primo consiglio quindi è quello di leggere e studiare anche la vita e le opere politiche di Secchia, l’unico dirigente comunista che seppe tradurre il leninismo e il pensiero di Gramsci in una linea politica di massa nella realtà concreta della lotta di classe del nostro paese. Infatti, con la direzione di Pietro Secchia, vicesegretario e responsabile dell’organizzazione, il Pci, con la sua linea politica di massa, visse un periodo avanzatissimo e molto solido sotto il profilo ideologico, politico e organizzativo. Avendo costruito, appunto, decine e decine migliaia di cellule nei luoghi di lavoro e di produzione, nelle scuole e nei territori, e anche con le sezioni territoriali sotto la direzione delle cellule in tutti i comuni, il Pci conquistava milioni e milioni di iscritti ed elettori. Ed è questo il riferimento guida a cui devono guardare oggi tutte/i le/i comuniste/i per costruire il partito politico della classe operaia del nostro paese e non alle illusioni dell’elettoralismo.
Con il passaggio della responsabilità dell’organizzazione del Pci nelle mani di Giorgio Amendola, viene invertita questa direzione avviando un vero e proprio processo di socialdemocratizzazione, che, poco alla volta, allontanava l’organizzazione dalla concezione leninista e gramsciana del partito, provocando un gravissimo danno alle sue organizzazioni di base (le cellule), che poco alla volta vennero sostituite dalle sezioni territoriali come unica opzione di base organizzativa del Pci, avviando, in questo modo, un brusco ritorno al modello organizzativo della “Seconda Internazionale”. Ciò che l’Autore ha voluto far risaltare è la “valenza teorica, politica e ideologica” (pag. 125) della cellula di produzione come opzione organizzativa di base fondamentale e strategica per un partito comunista. Infatti, nelle analisi di Lenin e di Gramsci, la cellula rappresenta lo strumento politico in possesso dei comunisti in fabbrica che permette loro non solo di radicarsi nella classe; ma, nel contempo di rappresentare lo strumento fondamentale per la direzione politica delle masse lavoratrici, che insieme alle loro strutture Consiliari di Fabbrica rappresentano gli strumenti per l’esercizio della Democrazia Operaia, del potere e della lotta per il socialismo. È stata l’offensiva del riformismo interno al partito negli anni ’70 che ha portato alla sottovalutazione fino all’esclusione della funzione strategica (politica, ideologica e organizzativa) delle cellule di produzione. Tale azione distruttiva delle cellule è stata portata avanti anche dal Prc che all’insegna del “nuovo”, per volontà di Bertinotti, aveva riproposto la molto vecchia forma organizzativa dei “Circoli” di stampo libertario che hanno sempre usato gli anarchici, ma, anche i socialisti come forma di comitati, oltre le sezioni, per la propria propaganda elettorale. Quelli che sono venuti dopo, come il Pci e il Pc, sul terreno già bruciato dal Prc, si sono adeguati alla situazione e limitati a far dei vaghi e astratti richiami alle cellule nei loro statuti senza mai concretizzarle in prassi politica nei luoghi di lavoro e di produzione, anch’essi trascinati da una concezione elettoralistica che a tutt’ora viene privilegiata.
Quindi, l’Autore sottolinea il bisogno per i comunisti di fare un vero bilancio storico per comprendere a fondo anche le cause e le scelte che stanno alla base della voluta e forzata “scomparsa” delle cellule del Pci, insieme alla rimozione del valore dell’Internazionalismo. Negli anni ‘70, cominciarono ad essere diffuse sempre più delle false tesi sull’organizzazione, la quale, avrebbe dovuto essere “modernizzata” per adeguarsi ad una realtà in “evoluzione”. I concetti marxisti, leninisti e gramsciani sulla centralità della classe operaia e della fabbrica e delle stesse cellule, vennero posti come concetti e strumenti sorpassati; perché, secondo quella parte di gruppo dirigente riformista, erano in via di formazione dei “nuovi soggetti” cosiddetti “ceti medi” (la destra del proletariato), su cui agiva il riformismo, che stavano emergendo nella scena politica. Questa, fu la politica che favorì e poi affiancò l’offensiva dei capitalisti contro la classe operaia fino alla storica sconfitta della Fiat nel 1979 e nel 1980, che segnò una svolta e una profonda frattura dell’unità dei lavoratori, che con i cosiddetti “colletti bianchi” (capi reparto, impiegati crumiri, ecc.) venne organizzata la famigerata marcia reazionaria dei “quarantamila” a Torino. Allo stesso modo è stato un grosso errore addebitare il superamento della cellula alla mutazione dei modelli produttivi e dell’organizzazione del lavoro del capitalismo italiano; perché, come scrive Giannini, senza alcun dubbio “…la scomparsa della cellula di produzione è completamente addebitabile alla mutazione teorica e ideologica di queste ultime esperienze comuniste. Sosteniamo, anzi, che la mutazione dei modelli produttivi poteva – e puó – persino favorire una ripresa dell’organizzazione comunista in cellule di produzione e di studio (nelle scuole, nelle università). Se, infatti, il nuovo quadro produttivo generale e caratterizzato da una compresenza di aggregati produttivi larghi (fabbriche, ferrovie, poste, ospedali, cantieri navali ecc.) e da una molecolarizzazione produttiva, e del tutto evidente che la cellula comunista di produzione può – per la sua natura di opzione organizzativa minuta e dinamica – agire al meglio sia in una struttura organizzativa larga che in una struttura molecolare. A condizione che vi sia una forte, determinata, consapevole spinta ‘dall’alto’ (dai gruppi dirigenti del Partito Comunista, dalla sua linea politica e organizzativa) a far sì che ciò avvenga” (pag. 126).
Qualsiasi sottovalutazione sulla necessità di costruire le cellule di produzione (come struttura di base) dell’intera organizzazione comunista è un ritorno all’indietro che inevitabilmente riporta ai modelli dei partiti socialdemocratici e riformisti della Seconda Internazionale, che consideravano, appunto, la “sezione territoriale” come base fondamentale della loro organizzazione. Va tenuto presente che la “sezione territoriale” pur svolgendo un importante ruolo aggregativo di vari strati sociali contro il capitale rappresenta nel contempo uno strumento interclassista di fatto e non di classe come lo è invece la “cellula di produzione”. Ed è questo l’elemento fondamentale che assume grande importanza per i partiti riformisti; in quanto, per sua natura, la “sezione territoriale”, in cui convivono elementi proletari, piccolo borghesi e borghesi, rappresenta un organismo interclassista ed elettoralistico che tende ad eleggere i propri gruppi dirigenti nelle istituzioni borghesi fino al Parlamento, selezionando gli strati sociali più privilegiati e “colti” rispetto al tradizionale operaio e lavoratore che spesso si trovano in una condizione di inferiorità. Quindi, la questione della “cellula di produzione” che è stata posta sul piano anche teorico come un elemento rivoluzionario, prima da Lenin, poi da Gramsci e contro cui si era opposto Bordiga, rappresenta una discriminante ideologica, politica e organizzativa tra un partito socialista, socialdemocratico, riformista o massimalista e un partito comunista. Storicamente, la costruzione della “cellula di produzione” ha dimostrato di rappresentare l’unico strumento, nel conflitto di classe tra capitale e lavoro, in grado di creare le condizioni necessarie a favorire la stessa costruzione prima dei Soviet in Russia (1905 e 1917) e poi dei Consigli di Fabbrica in Italia (1918/1919 e 1969). Strumenti di potere, generati dalla classe operaia, in un’affinità di stupenda continuità organizzativa, politica e ideologica, per il controllo e la gestione della produzione nelle fabbriche durante la fase capitalistica in Italia e in Russia e nella successiva fase di costruzione dello Stato socialista in Urss.
In realtà, il riformismo e il massimalismo, come altre forme ideologiche della “sinistra” radicale, della piccola borghesia “rivoluzionaria”, si sono sempre scagliati contro la concezione leninista e gramsciana del partito e delle “cellule di produzione”; perché, non vedono nella classe operaia, la forza materiale dirigente, capace di rovesciare i rapporti di produzione capitalistici e rendersi protagonista come classe cosciente e dirigente della rivoluzione. Per tali ragioni l’autore ha scritto che “è da respingere energicamente, come controrivoluzionaria, ogni concessione che faccia del partito una “sintesi” di elementi eterogenei, invece di sostenere senza concessioni di sorta che esso è una parte del proletariato” (pag. 136); ossia, come dice Lenin, il partito comunista è “il reparto d’avanguardia della classe operaia”. L’organizzazione per cellule del partito genera uno strato di dirigenti comunisti operai e lavoratori capaci di esercitare tutte le funzioni dirigenti a tutti i livelli dell’organizzazione e dello Stato socialista da costruire.
Dopo la Liberazione dal nazifascismo, Palmiro Togliatti indicò la necessità del “Partito Nuovo” che coinvolse tutta l’organizzazione comunista in un’ampia discussione per lo sviluppo e la crescita del partito stesso, compreso i ruoli e le funzioni delle cellule di produzione e delle sezioni territoriali. Nella prima fase venne interamente recuperato il valore rivoluzionario della concezione leninista e gramsciana del Pci, che poneva la cellula come organizzazione di base dirigente del partito e in subordine la sezione territoriale come strumento di ricerca del consenso popolare. In una seconda fase si aprì una battaglia ideologica e politica assai contradditoria, sui ruoli che dovevano avere le cellule e su quelli delle sezioni, che condusse l’ala riformista del partito, cappeggiata da Giorgio Amendola, nominato responsabile organizzativo nel 1954 e poi nella segreteria nazionale nel 1955, a vanificare nella sostanza le direttive della Conferenza di Organizzazione di Napoli del 1944 del Pci, il cui articolo 26 stabiliva che “Il Congresso di sezione si fa con i rappresentanti delle cellule” (pag. 137), e quindi anche il tesseramento doveva partire dalle cellule e non dalle sezioni. In pratica con Amendola (teorizzatore dell’unità con il Psi e il Psd), poi fortemente sostenuto da Giorgio Napolitano e tutto il seguito riformista, veniva rilanciata di fatto la concezione socialdemocratica della Seconda Internazionale, investendo nuovamente la sezione territoriale di un ruolo dirigente rispetto alla cellula di produzione. Si creò una condizione molto negativa in cui la sinistra di classe, i militanti, i quadri, i lavoratori comunisti, senza un riferimento dirigente comunista all’altezza ideologica, politica e organizzativa come Pietro Secchia, si sono trovati in grandi difficoltà e disorientati nel portare avanti la battaglia politica in difesa della concezione leninista e gramsciana del partito. Da notare che dalla metà degli anni ’70 in poi, non a caso, ebbe inizio un sistematico processo di riduzione della presenza di quadri comunisti operai nei vari organismi dirigenti del Partito che in quel periodo rappresentavano il 48% del totale.
Da quel momento, poco alla volta l’organizzazione cominciò a disarticolarsi ed allontanarsi sempre più dal marxismo e leninismo, dal pensiero gramsciano e dalla classe lavoratrice, che ha significato una sensibile riduzione della presenza organizzata e militante delle cellule; mentre vi era una evidente crescita numerica delle sezioni territoriali nei vari Comuni italiani. La stessa impronta politica la troviamo nelle esperienze comuniste successive allo scioglimento del Pci, che nella rincorsa piccolo borghese del nuovismo e delle “novità” prodotte dai cambiamenti della società capitalistica, i partitini sedicenti comunisti per superare le “vecchie” forme partito si sono trasformati in veri e propri “comitati elettorali”. Infatti, l’autore ribadisce che il problema non va individuato: “…nella mutazione dei processi produttivi capitalistici italiani, quanto in una perdita, in una dissipazione, della memoria e della cultura comunista e rivoluzionaria…” (pagina 139). In pratica, le scelte del Prc, del Pci e del Pc hanno completato l’opera distruttiva svolta dalla socialdemocrazia che aveva provocato la morte del Pci. e che concretamente si sono tradotte nella perdita totale del radicamento sociale di massa dei comunisti.
Per queste ragioni, Giannini pone con forza la necessità non più rinviabile di “Riorganizzare il Partito nelle grandi fabbriche, nei cantieri, negli uffici, nelle università e possibile, come e possibile lavorare per una presenza organizzata, anche di 2/3 compagni, in un luogo di lavoro atomizzato” (pag. 140).Da queste riflessioni si rende necessario, per un Partito Comunista ricostruire le scuole di partito, per rimettere i lavoratori comunisti nelle migliori condizioni per studiare, per formare dei quadri operai comunisti da inserire nei ruoli dirigenti di tutta l’organizzazione a tutti i livelli. Non è un caso, che il gruppo socialdemocratico che ha causato la degenerazione riformista del Pci. in Pds, tra le prime azioni politiche fatte è stata quella di smantellare subito le scuole per formare i quadri comunisti, e la stessa strada è stata seguita successivamente anche da Prc, Pci e Pc.
Mentre la questione comunista, resta ancora aperta in Italia, sul piano internazionale vi è uno scenario del tutto diverso, anzi opposto. Infatti, nel capitolo “La modernizzazione cinese: percorsi, successi e sfide” (pag.141) l’autore mette bene in evidenza lo sviluppo impetuoso sul piano economico, sociale, culturale e tecnologico del socialismo nella Repubblica Popolare Cinese, guidata dal più grande Partito Comunista nel mondo con i suoi oltre 100 milioni di iscritti. Uno sviluppo materiale mai conosciuto nella storia dell’umanità e che avviene in coincidenza al declino galoppante dell’imperialismo Usa e dell’Ue e della crisi strutturale che sta attraversando il capitalismo nel mondo.
Ma a quanto appare, tutto ciò importa poco nulla ai grandi “strateghi” della “sinistra” radicale, trotzkjsta e massimalista che si sono affrettati a decretare che nella Repubblica Popolare Cinese. sarebbe ritornato il capitalismo e addirittura il Partito Comunista Cinese sarebbe diventato nemico della classe lavoratrice, da notare che la stessa critica è stata assunta anche da alcune organizzazioni che si dichiarano comuniste. Ciò denota la non comprensione dell’analisi marxista della realtà della lotta di classe e senza alcun elemento teorico di supporto, questi soggetti accusano la Rpc e il Pcc di aver abbandonato il socialismo; mentre, incredibilmente sostengono e difendono il burattino nazifascista Zelensky e attaccano la Russia come società imperialista o appoggiano i curdi filo americani che hanno combattuto contro il governo della Siria, ecc. In realtà, la matrice ideologica piccolo borghese di questi gruppi è quella vecchia che animava i gruppi extra parlamentari negli anni ‘60/’70 il cui unico obiettivo era quello di individuare nell’Urss e nel Pci i nemici della classe operaia, favorendo oggettivamente l’offensiva anticomunista dell’imperialismo Usa, della Cia, dei governi europei, del governo democristiano italiano e del Vaticano. Con accuratezza, Fosco, mette insieme i tasselli di un mosaico che non è casuale e che si è formato dopo la caduta dell’Urss che ha permesso lo sviluppo dell’offensiva dell’imperialista e del capitalismo mondiale e che, da quel momento, hanno considerano il mondo un gran terreno da depredare, ovvero, “un totale e smisurato mercato da conquistare, con le buone o con le cattive, con la penetrazione economica o con la guerra” (pag. 144). Nel tentativo illusorio di imporre all’umanità che il socialismo è un’utopia astratta e che il capitalismo, invece, è il terminale della storia dell’umanità oltre il quale non ci sarebbe più nulla.
Oggi, la realtà dimostra che questo obiettivo strategico per il capitalismo e l’imperialismo è del tutto fallito, grazie agli impetuosi processi materiali a cominciare dalle grandi battaglie dei paesi socialisti, dei partiti comunisti nel mondo in difesa del socialismo e dal movimento internazionale contro l’imperialismo Usa e soprattutto da imponenti battaglie politiche portate avanti dal Pcc all’interno della stessa Rpc e nel mondo in difesa dell’attualità e vitalità dei valori del socialismo; infatti, “lo sviluppo economico porta la Cina – da un’arretratezza delle forze produttive ancora segnata, alla fine dell’era maoista, persino da alcuni caratteri feudali, specie nel lavoro dei campi, nella produzione agricola, ma non solo, a conseguire, con conclamazione planetaria, la posizione di seconda più grande economia del mondo, contribuendo per più del 30 per cento alla crescita economica globale” (pag. 147), e questa politica ha strappato concretamente dalla povertà centinaia di milioni di cinesi! Questo è il risultato fondamentale della potente azione politica e ideologica svolta dal Pcc che ha saputo rispondere efficacemente con intelligenza e con gli strumenti del marxismo-leninismo all’offensiva del capitalismo mondiale, senza la quale avrebbe fatto la fine dell’Urss, che è stata dissolta attraverso le mani demolitrici dei due agenti della socialdemocrazia internazionale Gorbaciov e poi El’cin. Una politica rivoluzionaria che ha saputo imporsi a livello mondiale aggregando intorno ad essa grandi paesi come il Brasile, la Russia, l’India, la Cina, il Sud Africa (Brics nel 2010) costituendo un vero e proprio fronte multipolare per superare l’egemonia economica del dollaro, arginare l’azione della Nato e dell’Ue. Oggi, questa aggregazione internazionale e multipolare dei Brics, conta 10 membri effettivi, 13 associati; mentre, altri 37 paesi hanno già chiesto di entrare. Con un’azione politica costruita sistematicamente nel tempo la Rpc ha dato pieno sviluppo alle forze produttive nel proprio Paese, creando il rivoluzionario sistema socialista dai caratteri cinesi (“Nep” cinese) e contemporaneamente sul piano internazionale ha costruito un’organizzazione realmente multipolare, basata sui principi della coesistenza pacifica leninista su un piano di pari dignità e reciproco vantaggio tra stati con sistemi diversi. Fosco sottolinea che: “È questo – la relazione tra sviluppo della materialità delle cose e lo sviluppo teorico-filosofico in senso rivoluzionario – uno degli aspetti, dei “prodotti”, della storica crescita materiale cinese, un aspetto, forse, non considerato ancora pienamente, nella sua importanza, all’interno del movimento comunista e rivoluzionario mondiale” (pag. 151).
In questo senso è del tutto evidente che non è lineare il percorso dell’edificazione del socialismo, anzi sono molti gli ostacoli che i comunisti hanno dovuto superare, affrontando le stesse contraddizioni prodotte dal “socialismo di mercato”; perché, la questione del controllo sociale e politico delle scelte che vengono fatte a partire dai luoghi di lavoro e di produzione, resta un problema da risolvere di volta in volta, in base alla fase storica concreta che si affronta. Questo significa che i comunisti non acquisiscono astrattamente una linea politica in modo statico e acritico dai dirigenti; ma, sempre in modo dialettico e critico anche nei confronti di grandi dirigenti comunisti rivoluzionari come lo sono stati Stalin e Mao. Il primo fu costretto ad interrompere la Nep avviata da Lenin nel momento che si erano create oggettivamente tutte le condizioni della seconda guerra mondiale e dovette concentrare tutte le forze della società per la difesa del socialismo in Urss contro l’offensiva bellica e l’aggressione dell’imperialismo e del nazifascismo. Allo stesso modo dobbiamo comprendere bene le critiche del Pcc alla “Rivoluzione Culturale” che c’era stata in Cina, che in realtà provocò molto disordine e confusione sociale danneggiando lo stesso tessuto socialista della società cinese; mentre, non viene sottovalutata l’opera rivoluzionaria di Mao Tse-Tung. Ciò che è avvenuto e continua ad avvenire nella Rpc non è importante solo per la Cina; ma, è un insegnamento fondamentale per tutto il proletariato e i comunisti nel mondo che non vedono nella Cina un “faro” astratto a cui far riferimento in modo fideistico e dogmatico; ma, una forza trasformatrice materiale in grado di contrapporsi concretamente al capitalismo e all’imperialismo mondiale. Dobbiamo tener ben presente che in Italia negli anni ‘60/’70, in realtà è stata la piccola borghesia della sinistra extraparlamentare a creare erroneamente un vero e proprio culto della personalità nei confronti di Mao e, poi, un mito della “Rivoluzione Culturale”, in funzione anti Urss e anti Pci. Infatti, come scrive l’Autore, con la dissoluzione dell’Urss è successo esattamente il contrario di tutto ciò che pensavano i movimenti gruppettari e trotzkisti a livello mondiale e italiani: “La scomparsa dell’Urss dal quadro internazionale libera, invece, gli “spiriti animali” dell’imperialismo, degli Usa, della Nato e del costituendo polo imperialista dell’Unione Europea. Come agli occhi degli Usa, infatti, anche agli occhi del capitale transnazionale europeo, il mondo nuovo che si presenta dopo la scomparsa dell’Urss appare come un immenso mercato da conquistare, una sterminata arena selvaggia ove entrare per il conflitto interimperialista per la conquista dei mercati” (pag. 176). Ancora oggi, senza imparare nulla dalla storia, diversi gruppi di “sinistra” continuano a scagliare le loro critiche contro la Cina; perché, restano imprigionati di quella deleteria concezione degli anni ‘60/’70 che hanno ereditato e che impedisce loro di guardare al di là del proprio naso, impedisce loro di comprendere che tutte le scelte strategiche del Partito comunista e della Repubblica Popolare Cinese confermano concretamente e pienamente l’analisi marxista sulla centralità dello sviluppo delle forze produttive senza le quali non può esserci sviluppo del socialismo.
L’Autore prosegue con la descrizione di tre fasi storiche politiche importanti che hanno segnato la situazione mondiale dalla dissoluzione dell’Urss fino ad oggi, e scrive: “se consideriamo come prima fase, dopo la fine dell’Urss, quella dell’euforia imperialista, e come seconda quella dell’imponente costruzione, nel quadro internazionale, del nuovo fronte antimperialista, la terza fase, che viviamo, e questa della rabbiosa e violenta reazione delle forze imperialiste e della Nato proprio all’inaspettato determinarsi, nel quadro mondiale, della sempre più vasta unità degli Stati e dei popoli che sfuggono al dominio americano e, attorno all’epicentro del socialismo cinese, costruiscono i Brics come primo nocciolo di un’alleanza volta ad allargarsi smisuratamente sul piano planetario e tendente all’egemonia internazionale” (pag. 179). Nella terza fase, vengono analizzati a fondo due fatti storici di notevole importanza che hanno caratterizzato questa fase: il colpo di stato in Ucraina nel 2014 eseguito dalle forze naziste interne, sostenute dall’imperialismo Usa e dell’Ue, per trasformarla in una base Nato contro la Russia e La Cina, e il vertice dei G7 del 2021 in Cornovaglia che produce un documento in cui ci sono tutte le premesse per una terza guerra imperialista mondiale. Anche di fronte a tali drammatiche situazioni si è formato uno schieramento di gruppi trotzkjsti, massimalisti, alcune aree “comuniste”, della “sinistra radicale” e della piccola borghesia “rivoluzionaria” che si è schierato in difesa dell’Ucraina, senza aver capito nulla che questi due elementi insieme rappresentavano e rappresentano ancora oggi due momenti fondamentali della lotta di classe nel mondo che invertono i rapporti di forza nel mondo a favore dell’antimperialismo e creano le premesse per i comunisti di tutto il mondo per dimostrare che lottare per il socialismo è possibile e che è oggettivamente necessario! E, quindi anche in Italia, i comunisti devono organizzarsi con coerenza e senza esitazione alcuna in tale direzione, sulla base della teoria e della prassi marxista-leninista e gramsciana per costruire il partito comunista, appunto, all’altezza dei tempi e dello scontro di classe in corso.
Un progetto strategico, sulla base del materialismo dialettico e storico, studiare bene il passato e la realtà della lotta di classe del nostro paese e in Europa, per superare gli errori e rilanciare il marxismo in occidente. Nello stesso libro, troviamo anche un capitolo che Giannini ha scritto sull’opera del grande filosofo comunista italiano Domenico Losurdo Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere. Dopo una serie di ricordi importanti della sua esperienza politica, l’autore pone alcune questioni importanti che trae dallo stesso libro del filosofo. A cominciare da “La questione del potere” (pag. 203), che partedalla crisi del marxismo occidentale determinata da una visione miope e non internazionalista che è finita ad appiattirsi sulla cultura delle classi dominanti in Europa che riduce tutta l’umanità nei soli confini dell’Ue: “cosicché ha guardato il mondo grande ed esterno all’Occidente con gli occhi – infine – dello stesso Occidente; ha guardato al di là dell’Occidente con occhi si critici verso il capitalismo ma non capaci di vedere il mondo grande extra occidentale” (pag.204). Da queste deformazioni, si sono generate un insieme di critiche astratte formulate da quelle “avanguardie marxiste” nei confronti delle esperienze e conquiste socialiste in Urss e negli altri paesi dell’est insieme alle poderose lotte rivoluzionarie anticolonialiste nel mondo che sarebbero dovute andare, secondo i “grandi pensatori marxisti” in altro modo e su cui hanno scaricato pesanti e assurde critiche campate in aria, come oggi viene fatto nei confronti del Pcc e della Rpc. Nello stesso capitolo viene messo in evidenza come su tutto ciò il trotskismo abbia avuto un’influenza culturale fortemente deleteria sull’intero marxismo occidentale, che in modo assai miope ha sempre misurato le lotte del proletariato e dei popoli contro lo sfruttamento nel mondo con gli stessi criteri della democrazia borghese ed è perciò che Fosco sottolinea: “…da qui la condanna di “totalitarismo” che il marxismo occidentale scaglia contro le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste, contro l’Urss, contro la Cina popolare, contro Cuba e via dicendo” (pag. 208), di conseguenza “…la paura dei poteri rivoluzionari concretamente costituitisi”, ovvero, la stessa ossessione e paura della borghesia nostrana al solo pensiero di una conquista e salita al potere della classe operaia e lavoratrice italiana a diventare classe dirigente e dominante nel nostro paese per costruire il socialismo.
In pratica, tale condizione culturale, dopo lo scioglimento del Pci, insieme al Prc ha portato tutta la “sinistra” radicale a ragionare organicamente con le stesse modalità della democrazia borghese fino al punto di invocare interventi armati imperialisti come fece per primo il riformista D’Alema che sostenne l’intervento militare della Nato nella ex Repubblica Federale di Jugoslavia, appoggiato a sua volta da Micheal Hardt, il coautore, con l’ultra “rivoluzionario” cattolico Toni Negri, del libro L’Impero, a sostenere che quell’azione militare era “effettivamente finalizzata a tutelare i diritti umani” (pag.212). E poi ancora la “rivoluzionaria comunista” Rossana Rossanda” de «il Manifesto», che senza esitazione sostenne l’intervento dell’Ue e della Nato contro la Libia di Gheddafi. Gli esempi possono essere tanti; ma, gli esempi fatti sono sufficienti per dimostrare come il riformismo e il massimalismo (con le loro varianti) in Italia, si sono sempre spalleggiati e fiancheggiati contro il comunismo, al servizio della democrazia borghese al potere. Da qui la necessità di dover rompere gli angusti confini dell’Ue abbracciando il vasto orizzonte dell’Internazionalismo, e l’autore riporta quanto ha scritto Domenico Losurdo sul marxismo occidentale che potrà rinascere: “solamente riassumendo totalmente i caratteri dell’antimperialismo e dell’anticolonialismo conseguenti” (pag. 212).
Seguendo l’indicazione di Domenico Losurdo, è necessario abbandonare le illusioni dei sedicenti comunisti imprigionati dall’elettoralismo e che non avendo alcuna alternativa da prospettare ai lavoratori, si limitano a rincorrere le liste del M5S, di Michele Santoro o altre per tentare di conquistare qualche posticino nelle istituzioni. Sulla stessa strada si trovano i tre gruppi esistenti che ancora si dichiarano “partiti comunisti” (Prc, Pci e Pc), i quali non sono neppure in grado di unirsi su uno stesso obiettivo elementare come quello di opporsi all’invio delle armi all’Ucraina. La base di questi gruppi è ormai profondamente delusa e sente la necessità di risollevare la testa; ma, per fare questo dovrebbero spezzare il fideismo astratto verso la propria organizzazione per abbracciare un progetto comunista unitario di ampio respiro, capace di radicarsi realmente tra i lavoratori. Oggi, quale lavoratore o lavoratrice, potrà mai pensare seriamente che il riscatto della loro classe e delle masse popolari italiane possa passare per davvero da questi gruppetti che ormai fanno parte organica del fallimento del “marxismo occidentale”? In questo senso è necessario superare le logiche elettoralistiche e gruppettare per rimboccare le maniche e avviare insieme, come scrive l’autore: “…Un percorso di lotta, difficile ma inevitabile e insostituibile, entro il quale i comunisti dovrebbero agire uniti e potrebbero in quella lotta risorgere, partecipando al cambiamento, essendone protagonisti, rilanciando cosi in Italia “l’opzione comunista”, il partito comunista…” (pag.225). Quindi, entrare naturalmente in una fase nuova e rilanciare il ruolo dei comunisti nel paese, l’obiettivo dell’organizzazione di classe e la centralità della classe operaia e della fabbrica, del lavoro nel conflitto di classe e delle condizioni reali di vita e di lavoro delle masse popolari.
In pratica, scrive Giannini è necessario: “…un nuovo radicamento comunista, per un nuovo legame con la classe e con il popolo, noi dobbiamo innanzitutto recuperare la grande lezione del Pci storico, capace di diventare un tutt’uno con la classe e con il popolo! Dobbiamo mettere in campo il nostro progetto di inveramento di una linea di massa, portata avanti da un movimento di quadri con una linea di classe e di popolo…” (pag. 245). Naturalmente, per imboccare questa strada è necessario combattere con tutte le proprie forze tutti quei processi maniacali di frammentazione, che sembrano non finire mai da quando è stato sciolto il Pci nel 1991. È molto vero quanto scritto nel libro sulle continue e infinite divisioni che rappresentano un: “fenomeno – tutto e solo italiano – dell’infinita riproduzione di infinitesimali signorie podestarili comuniste su ogni territorio, senza, peraltro, aver legami col territorio, e ormai, per la sua innegabile evidenza, da prendere, appunto come “fenomeno”, in considerazione[…]quali potrebbero essere (usiamo il condizionale proprio perché il terreno di ricerca e inesplorato e in questa sede avanziamo solo delle prime, rozze, ipotesi) le basi materiali di questo incessante movimento di dissoluzione e riapparizione comunista, seppur in quelle forme larvali che quasi mai, poi, giungono alla fase della muta per divenire forme mature, organizzazioni comuniste serie, adulte?” (pag. 272). Occorre dare una risposta a questo quesito, per bloccare senza esitazione tutti quei processi divisivi e degenerativi voluti e portati avanti dalle classi dominanti, per impedire la ricomposizione del movimento comunista. Esse, dopo lo scioglimento del Pci non hanno esitato e perso tempo, hanno occupato subito tutti gli spazzi che si erano liberati, hanno capitalizzato al massimo la caduta ideologica avvenuta con la distruzione del partito politico della classe operaia contro la quale hanno scatenato un’offensiva storica senza precedenti.
In questo quadro, l’autore scrive che: “In questo contesto comunista italiano cosi dissipatore e centrifugo, il Movimento per la Rinascita Comunista, costituitosi, dopo un processo unitario durato circa cinque anni, lo scorso 11 novembre 2023 a Roma presso la Sala ‘Intifada’, ha ratificato l’unità dei comunisti della Sicilia, della Sardegna, della Calabria, di Napoli, delle Marche, di Roma, Milano, Torino, Genova, del Trentino, del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e diversi altri territori, in un processo unitario lungi dall’essere esaustivo e concluso, ma che sicuramente e stato di totale controtendenza rispetto alla dissipazione comunista, alla moltiplicazione, per molti versi assurda, delle ‘isole comuniste’” (pag. 277). Perciò i comunisti devono porsi il problema di lavorare per costruire con coerenza il Partito Politico di classe, come ci hanno insegnato Lenin e Gramsci, ovvero, il “reparto d’avanguardia della classe operaia” con una linea organica di massa articolata e radicata profondamente nella classe lavoratrice e nelle masse popolari del Paese. Ed ecco che di fronte all’evidente profonda crisi che sta attraversando il movimento comunista in Italia e nell’Ue ancora non analizzata in profondità, l’autore pone correttamente il quesito “cosa dovrebbe fare, oggi, il Movimento per la Rinascita Comunista, se fosse un partito comunista?”, e nel tentativo di dare anche una prima risposta concreta, scrive: “il Mprc si pone il problema della riunificazione delle forze comuniste italiane sulla base dell’affinità ideologica e rivoluzionaria, esso, fosse già partito comunista, dovrebbe porre la questione (certo di titanica portata, ma cosa siamo comunisti a fare se non per cercare di rendere possibile, anche attraverso il ritorno dell’azione soggettiva nella storia, l’apparente impossibile?) della riunificazione, a partire dalle lotte comuni e transnazionali, del movimento comunista e antimperialista dell’Ue” (pag. 336). Naturalmente, ciò non può avvenire sulla base di una concezione elettoralista e parlamentarista borghesi; ma, sul piano dell’Internazionalismo Proletario, ripartendo dalla nostra classe di riferimento per aviare tutti i processi necessari al radicamento dei comunisti nella classe lavoratrice e nel contempo, solidificare i rapporti su basi internazionali a partire dal ruolo decisivo del grande Partito comunista Cinese nella costruzione del multipolarismo con i Brics e nel fronte antimperialista che hanno già mutato i rapporti di forza mondiali, in un movimento comunista mondiale in espansione. Quindi, la necessità di una rete comunista per la “…costruzione di un tavolo comunista sovranazionale a livello Ue…” (pag. 338), per cominciare ad avviare concretamente, sulla base del marxismo-leninismo e del pensiero gramsciano, una battaglia comune con un pensiero forte contro e per il superamento definitivo del ritorno egemonico del pantano della cultura riformista, socialdemocratica, socialista, massimalista e delle illusioni dell’elettoralismo dei gruppi della “sinistra radicale”.
Quindi, si pone il problema della forma-partito nella costruzione del partito comunista che riprende diversi elementi già sopra descritti del grande dirigente comunista Pietro Secchia. Soprattutto oggi più che mai è necessario difendere e riprendere i principi organizzativi di classe a fronte dell’offensiva ideologica populista della borghesia contro lo stesso concetto di “partito”, al punto che le varie formazioni politiche al centro, a destra e a “sinistra” non chiamano più la propria organizzazione “partito”; ma, vengono dati altri nomi indefiniti che, in realtà, servono solo a verticalizzare il potere nelle mani di poche persone e trasformare le stesse organizzazioni in “organismi elettorali” asserviti e funzionali agli interessi del grande capitale e staccati totalmente dagli interessi delle masse lavoratrici e popolari. In realtà, la borghesia porta avanti questa offensiva per impedire alla classe operaia di organizzarsi in partito politico, per colpire la democrazia operaia e con questo di rimuovere la concezione marxista-leninista e gramsciana dell’organizzazione comunista nei luoghi di lavoro e di produzione, nelle università, nei territori e in tutta la società! Perciò, l’autore sottolinea la necessità che: “occorre un partito comunista disposto, al contrario di quanto accaduto negli ultimi decenni, ad “investire” seriamente nel campo della ricerca politica e teorica, nel campo dello studio profondo della fase in cui si opera, superando dogmi e stereotipi, affidandosi solo all’analisi concreta della situazione concreta; occorrerà un partito comunista totalmente incline a spostare energie – politiche, intellettuali ed economiche – nel campo della ricerca e dello studio. A partire dall’assunto leninista principe: “non vi è partito rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria” (pag. 402). Quindi la necessità di invertire il percorso e ricostruire di nuovo le “scuole quadri” di partito abbandonate da quando è stato sciolto il Pci, per formare quadri comunisti, a partire dai luoghi di lavoro e di produzione, capaci di avviare una concreta politica di massa.
Questa è la strada che permette ai comunisti di buttare via tutta la spazzatura della subcultura borghese che ha annebbiato il pensiero comunista con il “culto” di quel becero elettoralismo borghese che è diventato la “linfa vitale”, nonché la stessa agonia dei gruppi della “sinistra radicale” compreso i sedicenti partiti comunisti. La nostra concezione comunista non demonizza pregiudizialmente la lotta nelle istituzioni, ma a patto, come scrive Giannini, di restare ben saldi ideologicamente al “…monito di Lenin: “trasformare il Parlamento borghese nella cassa di risonanza della lotta di classe” (pag. 403). Non a caso, all’inizio di questo capitolo, l’autore ha scritto che gli interventi del grande dirigente comunista Pietro Secchia, in Parlamento: “hanno saputo assumere la lezione di Lenin: ‘trasformare il parlamento borghese in cassa di risonanza della lotta di classe’“. Questo è possibile e può avvenire soltanto se il partito diventa espressione organica della democrazia operaia che garantisce un vero radicamento sociale di massa da cui ottenere il consenso necessario per estendere la lotta di classe anche nelle istituzioni della stessa borghesia. In tal senso, la vera democrazia di classe che deve caratterizzare un Partito Comunista per regolare la sua vita interna è una democrazia diametralmente all’opposto della democrazia borghese e che viene esercitata attraverso lo strumento leninista del centralismo democratico. Infatti, l’autore scrive: “Nell’essenza, il centralismo democratico leninista e descrivibile come un principio politico-organizzativo dato dal rapporto dialettico tra “assoluta libertà di discussione e assoluta unita d’azione”. L’aspetto profondamente democratico di questa istanza politica, ideale e teorica e dato dal fatto che essa permette la totale libertà dei dirigenti, dei militanti e degli iscritti del partito comunista nel partecipare alla discussione sulla linea politica e sui fondamentali politico-teorici del partito, ma una volta che la linea e portata a sintesi dalla discussione stessa, ogni membro del partito e tenuto a sostenerla e praticarla” (pag. 406). In pratica e con lo stesso stile perfettamente determinato dalla democrazia operaia nei luoghi di lavoro e di produzione, ciò che viene deciso dalla maggioranza deve valere anche per la minoranza.
Anche su questo terreno l’ala riformista interna del Pci. ha stravolto e violato i contenuti leninisti e gramsciani della democrazia interna al partito trasformando il centralismo democratico in “centralismo burocratico”, per emarginare le critiche che provenivano dai militanti, dagli iscritti e da diversi dirigenti nei confronti della socialdemocrazia che stava conducendo tutta l’organizzazione comunista alla deriva. Tutti i gruppi sedicenti comunisti che sono venuti dopo a cominciare dal Prc hanno continuato a seguire lo stesso percorso riformista (a volte coperto da massimalismo), senza mai invertirne la rotta in termini di classe e gramsciani, a cominciare dalla falsa democrazia interna che si basava sulle frazioni interne esistenti e che veniva fatta calare sempre dall’alto dal Segretario che in quel momento era svolto dall’anarco sindacalista socialista Fausto Bertinotti. Per tale ragione, è necessario combattere tutte le forme di “democrazia” devianti dal marxismo e leninismo e come afferma l’autore: “si pone con forza e come “unica possibilità”, la ricostruzione, in Italia, di un partito comunista segnato totalmente dallo spirito e dalla prassi del centralismo democratico, dalla totale democrazia leninista interna, dal lavoro collettivo, dalla sollecitazione, e non dalla demonizzazione, da parte dei gruppi dirigenti, della libera discussione politico-teorica interna e poi dalla sintesi politica da tutti rispettata” (pag. 408); cioè, un partito comunista che nella sua prassi è anticipatore del socialismo che vuole costruire nel nostro paese. Se il centralismo democratico è lo strumento che ha sempre regolato la democrazia interna in un partito comunista, lo strumento che ha regolato per tanti anni la democrazia operaia in fabbrica, organizzata dal Pci con le sue cellule, era il Consiglio di Fabbrica che controllava e gestiva l’organizzazione del lavoro attraverso i vari delegati che lo componevano reparto per reparto e nelle assemblee dei lavoratori. Tutte le altre forme di democrazia si sono dimostrate aleatorie e devianti; perché, estranee alla classe lavoratrice e ai comunisti come ad esempio le democrazie che vengono definite con i più svariati nomi come “democrazia paritaria”, “democrazia paritetica”, “democrazia consociativa”, “democrazia concertativa”, ecc. tutte utili e funzionali alla democrazia borghese che si esprime attraverso la “democrazia rappresentativa e parlamentare” e che serve soltanto a mantenere la borghesia e il capitalismo al potere. Non ci sono alternative alla lotta per il comunismo per il socialismo in Italia, in Europa e nel mondo, soprattutto oggi, che vanno sempre più a determinarsi le condizioni oggettive più favorevoli ai comunisti per concretizzare la costruzione del Partito Comunista e lottare con coerenza non solo contro la Nato e la sua fuoriuscita dall’Italia; ma, anche quella per l’ingresso dell’Italia nei Brics, per rafforzare l’internazionalismo proletario a la lotta per il socialismo e il comunismo.
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