“Cento domeniche” di Antonio Albanese, un comico davvero drammatico

di Laura Baldelli

Antonio Albanese, nella sua prima regia drammatica, ci ha regalato Cento domeniche, un film sobrio ed asciutto per una storia che vuol raccontarci tante storie accadute in Italia per colpa delle banche fraudolente, sottomesse alla finanza senza regole, invece che essere tutela del risparmio e del lavoro dei cittadini.

Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Roma con un buon successo di critica e pubblico ed ormai per avere un cinema-sociale che racconti la vera vita, dobbiamo sperare solo negli artisti che hanno raggiunto il successo con la comicità. Già Aldo Fabrizi, attore d’avanspettacolo, ci regalò il personaggio del prete-eroe in Roma città aperta, grazie a Roberto Rossellini che era convinto che “chi sa far ridere, sa anche far piangere”.

Albanese ha scritto, diretto ed interpretato un film onesto, ci ha immerso nel suo paese natale, Olginate sul lago di Lecco, dove ha fatto anche l’operaio prima di diventare attore. Si è documentato molto per preparare la sceneggiatura assieme a Piero Guerrera, consultato psicologi che hanno curato persone ingannate dalle banche con investimenti fraudolenti e grazie alla sua nuova famiglia, composta da esperti e famosi commercialisti, nonché ministri del governo Monti.

L’ambientazione ad Olginate, resa realistica dalla fotografia di Roberto Forza, ci immerge nella laboriosa provincia lombarda dei lavoratori politicamente corretti, dalla vita irreprensibile, dignitosa ed apparentemente armoniosa, solidale con senso civico di comunità.

Infatti l’intento di Albanese, che sicuramente denuncia un dramma sociale, è quello di come si spezza una vita di dignità, costruita sul senso del dovere, sull’amore per i figli, sull’amicizia e il rispetto delle regole, ma non va alle cause del dramma personale e sociale, non avvicina la singola tragedia al contesto mondiale del nuovo capitalismo finanziario che sta distruggendo le economie del mondo, grazie alla connivenza politica dei paesi a società capitalistica nel libero mercato della deregulation.

Non è un rimprovero al bravo Albanese, a cui va stima ammirazione e ringraziamenti per la comicità originale e la satira politica sagace, mai volgare, che ci ha divertito in questi anni, anzi vuole essere un apprezzamento della sua fiction di realtà, dove ha messo a fuoco la trasformazione del tessuto sociale italiano, dei suoi cittadini considerati migliori, intrappolati nell’omologazione del potente e pervasivo pensiero unico.

Infatti nel film, il protagonista Antonio, un pre-pensionato dal “padrone”, perché come lavoratore costa troppo, viene però richiamato in fabbrica per insegnare ad altri giovani lavoratori con contratti senza tutele che i sindacati hanno legalizzato; lui addirittura si sente utile e in cambio riceve il permesso di coltivare un orto; si prende cura della madre anziana, vive per la figlia che adora prossima alle nozze di cui si vuole assumere molte spese, compreso l’abito da sposa, proprio come Delia di Paola Cortellesi nel film C’è ancora domani; è separato ma ha un’amante ricca moglie di un imprenditore che delocalizza in Romania, che vede in lui solo un diversivo da tenere ben nascosto al paese e al ricco marito: una versione al femminile dei rapporti di potere tra le classi sociali; Antonio ha anche una cerchia di amici, a cui confida di aver perso tutti i risparmi che la banca ha investito in azioni della banca stessa, senza spiegare al suo cliente la differenza tra azioni ed obbligazioni; Antonio si è sempre fidato della banca, tanto che non ha mai letto i contratti che firmava perché non aveva strumenti per capire.

Solo un impiegato lo consiglierà di nascosto di ritirare i suoi risparmi perché la banca sta per fallire, ma addirittura il direttore invece di fargli ritirare i soldi per pagare il matrimonio della figlia, lo convince a chiedere un prestito. Andrà a chiedere consiglio al suo ex datore di lavoro, anche lui cliente della banca, che lo rassicura della solidità della banca, mentre invece, avvertito per tempo dall’istituto di credito, ha ritirato tutto. Così Antonio oltre che depredato del frutto del suo lavoro, ha anche regalato la salvezza del patrimonio al suo “padrone”. L’impiegato si suiciderà per il senso di colpa, tutti gli altri, pavidi di perdere il lavoro si chiudono nel riserbo senza fornire le dovute spiegazioni, mentre “i capetti” aggrediranno colpevolizzando il povero Antonio che paga la sua ingenuità. Ma l’atteggiamento peggiore arriva dagli amici che lo rimproverano di non sapere, lo colpevolizzano anche loro davanti alla deregulation della finanza, perché questo ha fatto passare il pensiero unico: “io sono libero anche di creare speculazioni finanziarie, sei tu che te ne devi accorgere”; e così che funziona anche nella giungla della liberalizzazione dei servizi al cittadino, dove anche “i servi dei padroni” non si fanno scrupoli nel truffare anziani e poveri cristi con contratti capestro.

Questa idea che è colpevole la persona ingannata e truffata e che la legge non tutela è “la ipocrita legalità” introdotta dal neoliberismo, a cui tutti i governi italiani politici e tecnici sottostanno, tradendo consapevolmente il popolo italiano e da decenni lo viviamo quotidianamente; la responsabilità va a Prodi, alle sue privatizzazioni e a Bersani con le sue liberalizzazioni, convinto come un neoliberale che libero mercato avrebbe calmierato i prezzi. Chissà forse se avesse ripassato la storia della crisi del ’29 ci avrebbe ripensato? Sono loro che hanno spalancato le porte alle destre più avide e becere, con in mano la peggiore informazione dal ventennio fascista.

Ma l’aspetto che il film racconta senza nominarlo, è la totale assenza dei sindacati in quelle zone, un tempo industrializzate, dove non è mai entrato alcun sindacato, perché c’era il padre-padrone, la fabbrica-famiglia e la pace sociale.

Proprio come nella canzone Contessa di Pierangelo Bertoli: “… Voi gente per bene che pace cercate, la pace per fare quello che voi volete…”

Ad Antonio, ex operaio e pensionato rimane la disperazione che lascia il tradimento di chi si fidava, dopo una vita di fiducia, speranza, lavoro e buoni rapporti tra la cosiddetta “gente perbene”, ma senza coscienza di classe, per cui incapace di decodificare la realtà di un sistema fatto di dis-valori e non sa a chi rivolgersi per avere tutela e giustizia; incapace di lottare, sceglie il ruolo del giustiziere, che non gli è mai appartenuto, e si suicida… come da copione in tutti i crac finanziari. Il film si chiude con una “nota di regia” di Albanese, tutta in un’inquadratura che rimarrà indimenticabile.

Albanese, che non ha cercato l’autorialità per lasciar spazio alla storia, ha scelto attori italiani, bravi a teatro, al cinema e in tv, ad iniziare da Giulia Lazzarini, Bebo Storti, Maurizio Donadoni, Sandra Ceccarelli, Liliana Bottone e non manca il politicamente corretto con Martin Chishimba: tutti contribuiscono a costruire un’immagine reale del Paese.

Dai dati Istat emerge che in Italia i migranti cittadini italiani aumentano vorticosamente, sono giovani, ma anche adulti in cerca di lavoro nell’UE, altrettanti migranti arrivano in Italia, nuovi schiavi del capitalismo transnazionale; dopo le fabbriche delocalizzate con i soldi pubblici, svendute ai fondi d’investimento che le depredano, questi sono i risultati e stiamo perdendo il nostro futuro e ormai la maggior parte della popolazione di questo nostro non crede più che potremo risollevarci e vive alla giornata pensando a come sopravvivere, senza coscienza di classe, ma pronta a schierarsi per i diritti civili. Il colpo di grazia sono le guerre, in cui si spendono i soldi dei lavoratori e pensionati in guerre tutte incentivate dagli USA e dalla propaggine NATO, padroni sul nostro territorio, a cui tutti i governi s’inchinano.

In sedi più adeguate e con un linguaggio scientifico proseguiremo le nostre analisi, perché noi comunisti mai domi, non abbiamo trascurato lo studio, la lotta e la speranza e ci “stiamo agitando” per ripartire ricostruendo la coscienza di classe, perché senza non si costruisce la lotta per una società socialista per la FUTURA UMANITÀ.

Da qui ripartiamo.

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