L’egemonia monca di Giorgia Meloni

di Gianfranco Cordì *

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il seguente, denso, articolo, che apre un dibattito sul pensiero che oggi va maturando la destra italiana sul concetto di egemonia.

Intanto: quello di “egemonia” non è un concetto gramsciano. È addirittura imbevuto di zarismo. Siamo alla fine dell’Ottocento e i marxisti russi si erano posti un interrogativo: politica o economia? Per combattere lo zar, ne conclusero, era necessaria la lotta “politica” (e quindi “culturale”) che la classe operaia avrebbe dovuto combattere sul terreno dell’”egemonia” rispetto alle altre classi sociali. Insomma: supremazia della cultura e supremazia del “proletariato”. Quest’ultimo soggetto politico avrebbe dovuto esercitare una doppia “preminenza”: a livello simbolico e, anche, a livello sociale. Cultura e società, oltre che essere il titolo dei Saggi di teoria critica (1933-165) pubblicati da Herbert Marcuse nel 1969, era anche, nel caso in questione, l’esatta ripartizione dell’impegno dell’“egemonia” negli ambiti della sociologia e della politica, evocando, in una parola, la questione dell’“egemonia intellettuale”. 

Scrive Luciano Gruppi nel volume Il concetto di egemonia in Gramsci (Editori Riuniti, Roma, 1972): “È tale nesso di teoria e pratica quello che consente a Gramsci di affermare che la teoria e la realizzazione dell’egemonia del proletariato, cioè della direzione e del dominio, della dittatura del proletariato, ha un grande valore filosofico, perché l’egemonia del proletariato rappresenta la trasformazione, la costruzione di una nuova società, di una nuova struttura economica, di una nuova organizzazione politica, ed anche di un nuovo orientamento ideale e culturale”. E continua: “Come tale, essa non ha conseguenze soltanto al livello materiale dell’economia o al livello della politica, ma al livello della morale, della conoscenza, della filosofia”. Dunque, per Gramsci, “egemonia” vuole dire direzione, dominio e dittatura. Dunque anche in questo caso abbiamo a che fare con una “supremazia” di tipo “culturale”. 

Carattere distintivo dell’egemonia gramsciana è quello di essere basata sul consenso dei subalterni, anziché sulla forza (che però non scompare, ma viene contenuta e limitata). Pertanto, il contenuto concettuale prevalente del concetto di egemonia è quello della direzione col consenso dei subordinati. 

Che sta facendo Giorgia Meloni, invece? Intanto, stando a quello che si legge sui giornali, confonde politica e potere, nel pensiero di Gramsci primariamente. Poi lamenta/depreca/insegue/auspica/demonizza una “presunta” egemonia culturale della sinistra (a proposito, visto che la Rai è il posto dove più di tutti i meloniani leggono la presenza di tale “egemonia”, per esempio chiedendosi: ma Carlo Conti sarà di destra o di sinistra?) … E, per finire scrive Beppe Corlito nel brillante articolo dal titolo “Le ambizioni egemoniche del governo di destra” (apparso su «Ln» il 27 ottobre 2023): “Oggi possiamo dire che il governo più a destra della storia repubblicana ha intenti egemonici nel senso di Gramsci. L’esercizio del potere non può solo basarsi sul monopolio statale della forza (e questo governo dal primo decreto anti-rave ha collezionato molti provvedimenti repressivi soprattutto nei confronti dei migranti), ma deve organizzare il consenso popolare intorno ai propri obiettivi”. 

Recentemente Marcello Veneziani, intellettuale “irregolare” della destra, in un articolo del 5 ottobre 2023 del suo blog (“Dove è finita la filosofia italiana?”) ha rivendicato questa idea di Gramsci alla costruzione del consenso in epoca fascista. Scrive: “Più nascosto ma più profondo è il debito di Gramsci verso Gentile, indagato acutamente da Del Noce: è un legame all’insegna del comune interventismo culturale, del nesso mazziniano tra pensiero e azione che rivive nell’attualismo di Gentile come nella filosofia della prassi di Gramsci; un ripensamento nazional-popolare del pensiero italiano e del progetto di un’egemonia culturale che Gramsci trae da Lenin ma in Italia ha l’esempio della politica culturale di Gentile e di Bottai nel regime fascista”. Il pensiero è tanto ardito da far accapponare la pelle perché ascrive il concetto di “egemonia”, che è sicuramente gramsciano, a due opposte genealogie diverse: quella leninista della conquista della maggioranza, che ha un suo fondamento democratico, e quella fascista, che costruì il consenso attraverso la organizzazione corporativa della società. Per poter esercitare l’“egemonia culturale” che dice, la Meloni ha dunque una strada sola: vedersela col “consenso”? Bisogna “costruire” il consenso? Oppure occorre “partire” dal consenso? Dall’alto o dal basso, insomma … Il potere che costruisce il suo consenso è lo stesso potere che, invece, parte da un consenso già acclarato? Dunque: le “nomine” (ah, “Grande Fratello”!) – non ultima quella di Adriano Monti Buzzetti Colella, monarchico, al posto di Marino Sinibaldi alla guida del “Centro per il libro e per la letteratura” – che “partono” dall’“alto” sono in grado di “condizionare” tutto quel “consenso” che, abbiamo detto, si svolge, si avvolge e si volge intorno, prevalentemente, a temi “culturali”, se non “intellettuali” tout court? Insomma, puoi imporre una “visione intellettuale” (e quindi educativa, simbolica, morale) dall’”alto” o essa deve “nascere” in relazione al concreto “vivere” della gente? 

Se io dico che l’Ulisse di James Joyce è bello, automaticamente il giorno dopo ci sono frotte di persone che fanno la fila nelle librerie per acquistare l’Ulisse di Joyce? Io credo di no!

* Docente di filosofia, Reggio Calabria

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